archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

I meriti a Prodi e le colpe a D’Alema...

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

Torna al sommario

cop21_thLa vittoria dell’Ulivo nelle elezioni politiche del 1996 fu una vittoria di Pirro. Lo fu da un punto di vista quantitativo, poiché all’aumento dei seggi della coalizione di centrosinistra rispetto alle elezioni del 1994 (151 parlamentari in più) non corrispose affatto un aumento complessivo dei voti: nel computo totale l’Ulivo (più Rifondazione comunista) ottenne 16.232.000 voti, mentre il Polo delle libertà (più la lista Pannella-Sgarbi) ne ottenne 16.481.000. A ciò va aggiunto un altro dato assai importante: nel proporzionale l’Ulivo prese il 37,4% dei seggi contro il 49,7% ottenuto dal Polo. Ma la vittoria dell’Ulivo fu una vittoria di Pirro anche dal punto di vista qualitativo. Essa fu resa possibile, infatti, da un patto di desistenza fra l’Ulivo guidato da Prodi e Rifondazione comunista. «Ma l’esistenza di questo patto elettorale, disgiunto da un progetto di governo, fu uno dei tarli che rosero le travi della casa dell’alleanza di centrosinistra» (Tranfaglia). Le rosero al punto che il 9 ottobre del 1998 il governo Prodi entrò in rotta di collisione con Rifondazione e, rimasto in minoranza alla Camera, diede le dimissioni.
Chiunque, a sinistra, voglia ripensare l’esperienza di governo dell’Ulivo, non può non fare i conti con i limiti di quell’esperienza e con gli equivoci che resero possibile una vittoria elettorale condannandola a un sostanziale fallimento. Tutto si può fare, insomma, se davvero si vuol capire come andarono le cose, tranne che santificare Prodi e attribuire ogni responsabilità agli altri leader della coalizione. E invece proprio questo fa Nicola Tranfaglia nel suo recente libro La transizione italiana. Storia di un decennio. Egli richiama sì l’attenzione del lettore sui dati di cui sopra (e suo è anche il giudizio che abbiamo riportato fra virgolette): ma non per sottoporli a un’analisi approfondita, bensì per costruire un vero e proprio altare a Prodi e per presentare nella peggior luce possibile D’Alema. Strano modo di procedere per uno storico. Lo schema del ragionamento svolto da Tranfaglia è di un semplicismo sconcertante: «I fatti sono chiari per chi vuol vederli. Il governo dell’Ulivo aveva successo, pian piano riapriva i canali della comunicazione con la società. A un certo punto si è prodotta una reazione di rigetto nei partiti» (sono parole di Prodi, che Tranfaglia fa senz’altro proprie, con un fideismo a tutta prova). Di questa reazione di rigetto dei partiti di centrosinistra contro il «nuovo», D’Alema è stato l’esponente principale, secondo Tranfaglia. Di qui la caduta del governo Prodi, di qui il governo D’Alema e tutto il resto. Naturalmente, nella sua filippica contro il presidente dei Ds, l’autore non ha difficoltà a mettere in rilievo parecchi limiti della sua politica, che hanno inciso assai negativamente sull’esperienza di governo del centrosinistra: in primo luogo il non aver mai promosso un rinnovamento profondo, culturale e politico, del suo partito, nel quale è sempre rimasto egemone lo strato dei dirigenti legati alla vecchia mentalità comunista. La «cosa due» fu certo operazione deludente e di pura facciata. Tutto vero. Ma Prodi non ha avuto nessuna responsabilità nell’allestire una coalizione che, per gli equivoci che conteneva, si sarebbe dimostrata ben presto inadeguata ai suoi compiti di governo?

Nicola Tranfaglia, La transizione italiana. Storia di un decennio, Garzanti, 200 pagine, 13,50 euro

 

web agency Done Communication