Mi sono sempre un po’ meravigliato del fatto che nel bel saggio di Monica Cristina Storini, Lo spazio dell’avventura. Peripe-zia e racconto nel Medioevo (1997, La Nuova Italia), dove pure si concedeva qualche spazio a Marco Polo, non figurassero quei grandi viaggiatori-missionari francescani che, tra pieno Duecento e primi del Tre-cento, avevano risposto alla sfida rappresentata dalla straordinaria espansione-conquista dei mongoli di Genghiz Khan e dei suoi immediati discendenti e avevano affrontato il viaggio continentale attraverso l’Asia profonda. A Odorico da Pordenone, la Storini dedica una sola citazione bibliografica: nulla, invece, né per Giovanni da Pian del Carpine, né per Guglielmo di Rubruck o Rubrouck, al quale tanto spazio meritatamente dedica invece Michel Jan nella sua generosa raccolta di testi antologici Le voyage en Asie centrale et au Tibet (1992, Laffont). La traduttrice di questo agile volume, Luisa Dalledonne, ora adotta per il francescano la forma onomastica di Rubruc, secondo l’ortografia suggerita dal testo latino per il toponimo franco-fiammingo di provenienza, tenendo altresì doverosamente presente, per le varianti testuali, un fondamentale studio di P. Pelliot pubblicato nel 1973. Fin qui le informazioni erudite, cui si dovrebbe aggiungere, per rendere del tutto il dovuto riconoscimento alle fatiche della studiosa, un cenno alla sobria Bibliografia e all’utile ancorché schematico corredo cartografico: quanto basta per un’edizione non rigorosamente scientifica - che tale non vuol essere - ma ch’è tuttavia molto affidabile e che può servire sia a esaudire la curiosità d’un pubblico colto e desideroso di opere divulgative di buon livello e di sicura base scientifica, sia a costituire il vademecum iniziatico per chi intendesse accingersi a una ricerca specialistica al riguardo.
Reduce dalla prima delle sue due infelici crociate (dalla seconda, una ventina d’anni dopo, non sarebbe più tornato), Luigi IX di Francia ardeva dal desiderio d’una rivincita sui saraceni che lo avevano battuto: e, anche per questo, si affidò ai suoi diletti francescani e ai loro fratelli in Cristo e concorrenti domenicani per inviare nell’Asia profonda ambascerie a quel misterioso popolo di conquistatori, i tartari, dei quali si raccontavano tanti orrori ma che si dicevano anche disposti al colloquio con la cristianità e, forse, perfino alla conversione e a un’alleanza strategica con gli europei che serrasse in una morsa l’Islam. L’alleanza non vi fu: anzi, di lì a pochi decenni i mongoli sarebbero stati a loro volta quasi totalmente conquistati dalla fede coranica e a essa si sarebbero convertiti.
La generosa illusione di Luigi aprì comunque la strada prima a missionari, poi a mercanti desiderosi di visitare finalmente quel continente asiatico del quale, fino ad allora, gli occidentali conoscevano solo i margini mediterranei. Guglielmo di Rubruc, fiammingo realista, concreto, non privo di coraggio né di humour, partì nel 1253 con le credenziali firmate dal suo re e raggiunse davvero Caraco-rum, la tendopoli che serviva da capitale al Gran Khan. Vivace, attento, curioso, del suo viaggio ci ha lasciato una memoria che per certi versi è un pionieristico trattato di antropologia.
Colpiscono soprattutto, per vivezza e intelligenza, le pagine dedicate a una disputa teologica tenutasi presso il sovrano, alla quale presero parte cristiani nestoriani, dotti musulmani, insieme con rappresentanti dei riti sciamanici ancora seguiti dai mongoli, che però erano già largamente influenzati dal buddismo. Insomma, un libro da leggere con molto profitto e con vero divertimento.
Guglielmo di Rubruc, Viaggio nell’impero dei mongoli, Marietti, XXXVII-271 pagine, 20 euro