C’è un aspetto che colpisce nel visitare la sede dell’Officina Olivieri. È a Lambrate, per decenni uno dei quartieri di Milano con il maggior numero di stabilimenti industriali, diviso in due da uno scalo ferroviario per le merci tra i più importanti d’Europa. Gli Olivieri hanno l’azienda tipografica da più di mezzo secolo e dunque tutto farebbe pensare che quella di via Oslavia sia la loro sede storica. Viene da pensare che nello stesso periodo in cui dagli stabilimenti Innocenti uscivano autotreni di Lambrette, cataste di libri freschi di stampa varcassero le porte dell’Officina Olivieri. Ma è solo una suggestione del cronista. Nel capannone numero 19 di un grande complesso - già industria di pellami, una di quelle che hanno contribuito a far diventare il Lambro color ruggine - gli Olivieri sono arrivati da appena una decina d’anni. Da quando Fausto, figlio di Ruggero, il fondatore, ha deciso di andare controcorrente, di provarsi in un’impresa per sua stessa ammissione «un po’ folle». Per ironia della sorte, come si vedrà più avanti, è stata proprio la stampa di un Elogio della follia a segnare la svolta, a dare la possibilità a Fausto di pensare che quella sfida poteva esser vinta. Siamo alla fine degli anni Ottanta, il decennio che segna l’avvento del computer. La fotocomposizione ha ormai sostituito quasi completamente la stampa a piombo. Si deve decidere cosa fare delle vecchie macchine, le gloriose Monotype, alle quali Ruggero Olivieri ha sempre dedicato una cura particolare. Lui ha continuato ostinatamente a revisionarle, ordinando pezzi di ricambio come d’abitudine. E quei ricambi si accumulano nei depositi. Sembra la bizzarra testardaggine di un anziano imprenditore che non si vuole rassegnare all’epoca informatica. Il computer c’è, ma non è paragonabile a quelli di oggi. In quei tempi con il suo «aiuto» si fa più confusione che altro: il software è ancora imperfetto e anche l’hardware non regge le composizioni tipografiche più complesse. La Monotype per alcuni lavori è ancora imbattibile, soprattutto per le commesse svolte dall’Officina per l’Enciclopedia Treccani. Ma ormai la corsa del progresso tecnologico è inarrestabile. Stagione dopo stagione si rinnovano i programmi di stampa e l’informatica preme come un fiume in piena. Con la scomparsa della Monotype, il talento dei maestri dell’arte tipografica e un’intera concezione del libro e della stampa rischia di andare perduto.
Fausto Olivieri - sia per amore verso il padre, sia perché intuisce che il fascino di questi prodigi della tecnica sta nel produrre oggetti incomparabilmente più emozionanti da avere per le mani - decide di provare a non gettar via questo patrimonio, fatto di macchine e di uomini che in fondo hanno fatto la storia dell’azienda. Non c’è retorica. Non c’è l’amore nostalgico del tempo che fu. «Volevo solo continuare una tradizione. Capivo che la fotocomposizione per i lavori di consumo ordinario sarebbe stata il futuro, ma non mi volevo rassegnare a veder perduta quella sintesi di sapienza artigianale e prodigio industriale, capace di garantire un prodotto che il computer non potrà mai dare». Così Fausto Olivieri decide di differenziare la produzione. Da un lato il lavoro per conto terzi fatto con i nuovi sistemi, dall’altro quello tradizionale svolto per chi volesse continuare a sentire tra le mani oggetti-libri non piatti, per apprezzarne la materia. L’impresa è difficile. L’esaltazione generale per la nuova era montante non favorisce la richiesta di stampe in monotipia. Ormai gli estimatori del libro con la corposità tradizionale sono pochi e i costi diventano sempre più svantaggiosi. Dopo qualche anno di difficoltà e il progressivo allontanamento del padre Ruggero dal lavoro quotidiano dell’azienda, Fausto sta cominciando a pensare che l’impresa sia troppo folle per riuscire, quando finalmente avviene l’incontro decisivo. Olivieri conosce un bibliofilo che vorrebbe stampare una collana di classici del pensiero occidentale in edizioni di particolare pregio, per le quali occorre assolutamente la stampa a piombo tradizionale, la monotipia appunto. Esattamente la persona giusta al momento giusto. Il bibliofilo si chiama Marcello Dell’Utri e ha in mente di avviare una «Biblioteca dell’Utopia» da stampare per i tipi della Silvio Berlusconi Editore. L’Officina Olivieri è esattamente l’azienda giusta. Come si diceva all’inizio il caso vuole che il primo libro sia Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Tutto coincide e lo spirito con cui Dell’Utri vuole editare la collana rientra esattamente in quello che Olivieri trasfonde nei suoi lavori. È un misto di tradizione e modernità. Non c’è ideologia della purezza. Non c’è volontà di contrastare il progresso. C’è solo la volontà di valorizzare una tradizione, avvalendosi di sceltissime maestranze nell’arte della composizione e della stampa, e di uno degli ultimi, efficienti esemplari di Monotype. In quel periodo, quando comincia la collaborazione con Dell’Utri, Olivieri conosce un’altra persona con la quale si definirà definitivamente il progetto. È Alessandro Sartori. «All’inizio stava qui qualche ora», racconta Olivieri, «quasi volesse respirare l’odore delle macchine. Poi - quando il suo lavoro di regista gliene dava la possibilità - si fermava sempre di più e capitava che la sera si uscisse dall’azienda insieme, continuando a parlare di progetti editoriali che sarebbe stato bello realizzare. Fino a che è partita l’avventura di Moon Books-Unaluna due marchi che evidentemente sono la stessa cosa». Il progetto non prevede semplicemente di stampare libri secondo la tradizione tipografica a piombo. Si curano tutti gli aspetti della linea produttiva del libro. Così Moon Books-Unaluna fabbrica apposite carta a mano in puro cotone che, impresse con caratteri di piombo e legate con refe, colla, cartoni e pelli di fattura artigiana, restituiscono al tatto, alla vista, all’olfatto, piaceri sopiti ma ancora possibili per un «risveglio dei sensi». Il binomio Olivieri-Sartori sembra fatto apposta per realizzare le reciproche aspirazioni: da una parte quella di un imprenditore tipografico che vuole continuare a lavorare con il piombo, vuol continuare a esser un artigiano con tutta la concretezza che questo comporta, evitando il più possibile di smanettare mouse e affaticare gli occhi al monitor. Dall’altra un intellettuale che insegue il sogno di essere editore di prodotti librari con i quali soddisfare il desiderio di tanti che sentono ancora l’esigenza, nel leggere un libro, di mettere in moto tutti e cinque i sensi.
Ma cosa hanno di così straordinario le stampe eseguite con la Monotype. Vale la pena raccontare brevemente come si compone la catena produttiva. Il sistema di stampa inventato da Gutenberg rimane pressoché invariato fino all’inizio del Diciannovesimo secolo quando, sostituiti i torchi a pressione con cilindri scorrevoli su piano (i torchi pianocilindrici), si ha un netto incremento della produzione e un miglioramento della qualità. Il massimo e a tutt’oggi insuperato livello nella tecnica tipografica viene però raggiunto nel 1889 quando l’americano Tolbert Lanston realizza una macchina capace di fondere in lega di piombo e poi di comporre, automaticamente e in successione separata, ogni singolo carattere. È la «Monotype», macchina in grado di produrre e allineare da sola caratteri mobili. Viene messa in commercio nel 1897 e fa la sua apparizione in Europa all’Esposizione di Parigi del 1900. Il meccanismo, azionato da energia elettrica e aria compressa, è formato da due apparecchiature separate: la tastiera, che perfora un nastro di carta secondo un codice prestabilito e la fonditrice che, come in una pianola meccanica, traduce i fori del codice in azioni meccaniche di fusione e composizione dei caratteri, dei segni e quindi delle righe giustificate. Per capire meglio di che si tratti basti pensare a ciò che oggi ognuno fa attraverso il programma di scrittura più diffuso, il «Word». Ciò che oggi si compie cliccando su «Formato», scegliendo il carattere, il corpo, la giustificazione etc., nella Monotype avviene concretamente, meccanicamente. Per cambiare la «font», cioè il tipo di carattere, si deve cambiare completamente una lastra da inserire sotto la tastiera, e così per ogni cambiamento che si intende compiere nel testo. A questa fase interamente automatizzata segue una serie di interventi manuali al compositoio, un regolo metallico su cui poggiano allineati i caratteri: dalla sostituzione di quelli sbagliati con i cosiddetti refusi fino alla definitiva impaginazione. Una buona preparazione della forma contribuisce a un elevato livello qualitativo della stampa. Una volta stampati, i fogli passano dall’officina del tipografo alla bottega artigiana del legatore per l’operazione conclusiva: la confezione del volume, eseguita interamente a mano. Riduzione a strappo e piegatura delle pagine, raccolta e composizione in segnature, cucitura e ancoraggio a veri capitelli, scarnitura delle pelli per dorsi e piatti, segnacoli e neretti, sono le operazioni che fanno nascere il libro. Solo la paziente e meticolosa manualità e la cura estrema consentono di raggiungere l’imprevedibile accordo tra formato, spessore e contenuto di un’opera. Nella legatoria di Moon Books-Unaluna sembra che il tempo non sia mai trascorso: fogli, cartone, colla, refe, pelle naturale e pochi arnesi del mestiere, gli stessi da secoli. Semplici materiali che la capacità creativa dell’artigiano legatore trasforma in un legame armonico di grafemi, colori, odori, senzazioni tattili, che rendono ogni libro un pezzo unico e ne fanno un oggetto da desiderare, nel contenuto e nella forma. Per questo Olivieri e Sartori amano definire i loro prodotti «libri senza tempo».
Ma è la scelta della carta determina il valore del libro. Sensibile al rispetto dell’ambiente, per la fabbricazione delle sue carte a mano Moon Books-Unaluna sceglie fibre di puro cotone. Sono il supporto ideale per i caratteri mobili di piombo inchiostrati: consentono alla stampa tipografica di esprimere la sua morbida delicatezza, serbando al contempo il vigore materico di ogni pressione. Volta a volta MoonBooks-Unaluna definisce con cura tonalità e formati, spessori e grammature dei fogli. E a garanzia di una conservazione «senza tempo» dei suoi prodotti Moon Books accerta sempre la neutralità del pH. Uno dei problemi che MoonBooks-Unaluna si trova ad affrontare non è, come si potrebbe supporre, quello delle macchine - grazie alle scorte di ricambi accumulate da Ruggero - ma bensì quello delle risorse umane. I maestri artigiani dell’Officina Olivieri hanno passato molte primavere in azienda e, quando giustamente vorranno beneficiare del meritato riposo, sostituirli sarà un’impresa. «Chi prenderà il posto, per esempio, del compositore Franco Grimoldi?», si domanda Fausto Olivieri, «è con noi da cinquant’anni (alla faccia della riforma delle pensioni! ndr) e prima o poi, spero il più tardi possibile, si sentirà di aver dato abbastanza e chi potrà sostituirlo? Qualcuno che sappia comporre in monotipia c’è, ma non sono ragazzi, si tratta sempre di persone sulla cinquantina». Ma domani è un altro giorno, e per ora Grimoldi non sembra intenzionato a lasciare. Tutte le mattine prende il suo treno da Como e va a lavorare. Prima andava in centro, a Corso di Porta Romana, vecchia sede della Olivieri, ora, con un percorso opposto ad altri, va a Lambrate. E siccome il progetto di MoonBooks-Unaluna è ben lungi dall’esser concluso, ma anzi è appena agli inizi, Grimoldi finché ne avrà la forza vorrà certamente esserci. Nel frattempo, c’è da sperare che l’arte tipografica, come altre arti che l’Italia possiede, trovi nuove leve che sappiamo imparare quei mestieri che sono parte fondamentale dell’identità occidentale e, quelli sì, difficilmente saranno globalizzati.