Il mondo di oggi è un villaggio globale e farne parte è indispensabile per la sopravvivenza umana. Per cui, se è dato incontestabile l’unicità della persona è altrettanto vero, al di là delle differenze, che abbiamo tutti bisogno delle stesse cose per vivere: acqua potabile, cibo, salute, buone infrastrutture. E la lista potrebbe continuare. Altro asset indispensabile è l’istruzione. Il mondo può scegliere fra una società che comprenda tutti e una che escluda i poveri; scegliere tra il concedere a questi una via allo sviluppo o lasciare ai ricchi la possibilità di diventarlo sempre più a spese degli altri. Detto questo, marginalizzare i poveri può innescare gravi conseguenze e intossicare il pianeta di rabbia e violenza.
Globalizzazione: cosa significa?Il termine globalizzazione è stato spesso usato nello scorso decennio per descrivere una serie di fattori come l’integrazione dei mercati finanziari, l’indebolimento di alcuni aspetti degli Stati nazionali e la riduzione di meccanismi di protezione - in seno alle società economicamente più sviluppate - stabiliti dal Welfare State. Ebbene, questi confini di riferimento sono oggi superati e la parola globalizzazione nasconde più di quanto riveli. Non solo: alcuni vi leggono l’offerta di nuove opportunità, altri la mera emanazione di trattati internazionali. Una scuola di pensiero la considera inevitabile, un’altra «malleabile» e un’altra ancora vi si oppone con tutte le sue forze. Contraddizioi in essere che denunciano una difficoltà di rapporto fra i diversi attori che la agiscono. Globalizzazione, oggi, signifca andare oltre la semplice integrazione economica. Significa intendere il mondo come un intero e pertanto si estende ad altri campi: cultura, politica e tecnologia.
Le facce della globalizzazionePossiamo identificare quattro aspetti della globalizzazione: il primo è puramente culturale. Una similitudine efficace mostra il pianeta come un immenso campo da fertilizzare con idee e saperi nuovi e interscambiabili. Una nuova era capace di far dialogare la moltitudine e stimolarla alla solidarietà e comprensione del prossimo. Il secondo afferisce alla politica economica e alle relazioni internazionali, e deve avere come orizzonte lo scambio commerciale fra tutti i Paesi. Il terzo coinvolge i modelli di vita delle diverse società. Perché la globalizzazione non è soltanto un processo storico ma fa propri anche determinati valori sociali. Come quelli democratici, universalmente riconosciuti. O quelli che condannano ogni forma di discriminazione di razza, genere, religione e nazionalità. Il quarto interessa infine il mercato del lavoro e il lavoro inteso come valore. Mi spiego: lavorare genera un profitto e questo profitto è un valore. Tale assunto è alla base della globalizzazione e l’istruzione è lo strumento principe per far comprendere questa relazione alle persone.
Trends della globalizzazioneLa globalizzazione segue cinque trend interdipendenti l’uno dall’altro. Quello economico: un mercato orientato allo sviluppo; quello tecnologico: una veloce crescita della rete informatica; quello politico: la nascita di nuove istituzioni come il Wto (l’organizzazione mondiale del commercio), capaci di sviluppare processi democratici e di decentramento; quello culturale: l’omogeinizzazione dei modelli di vita e delle aspirazioni dell’individuo; quello ambientale: l’interdipendenza dei diversi ecosistemi e la conseguente osmosi biologica che si mette in atto. La globalizzazione, tuttavia, assume forme diverse a seconda del Paese che tocca. Paradossalmente genera maggiori benefici in quei Paesi ricchi di capitale, sia esso economico, culturale, tecnologico politico o ambientale. Viceversa, tende a marginalizzare ed escludere i più deboli, rendedoli sempre più tali. Il risultato è l’allargamento del gap fra il mondo «che possiede» e quello «che non possiede nulla». Un esempio eloquente: nel 1820 la distanza fra ricchi e poveri era di 3 a 1, nel 1913 di 11 a 1, nel 1950 di 35 a 1, nel 1973 di 44 a 1 e nel 1992 di 72 a 1. Alla fine degli anni Novanta un quinto della popolazione mondiale godeva dell’86% del prodotto interno lordo, i più poveri soltanto dell’1%. La domanda a questo punto è: come possono i cittadini e i governi, soprattutto quelli del Sud del mondo, trasformare la globalizzazione in un beneficio? La risposta è: promuovendo investimenti. Culturali, economici, ambientali e politici. Per ottenere questo dobbiamo sviluppare tre capacità: l’analisi. Dobbiamo comprendere che esiste una stretta relazione fra globalizzazione e istruzione e che la crescita della cultura e delle informazioni genera opportunità; la capacity. Confrontarsi con la globalizzazione richiede investimenti da parte delle istituzioni internazionali, dei governi nazionali, del settore privato e della società civile; la governance: le regole devono essere condivise da tutti gli attori della globalizzazione.
Il cambiamento dell’istruzioneL’istruzione è un diritto fondamentale dell’uomo. Ognuno ha diritto a riceverla perché essa promuove, a sua volta, altri diritti e responsabilità. Assicura il diritto alla lettura e scrittura, a porsi domande e analizzare, immaginare e creare, interpretare e descrivere il proprio mondo, il diritto a comprendere gli individui e indirizzarli al meglio. È alla base di una crescita socio-economica. La fine della povertà e il progresso rivolto a uno sviluppo sostenibile non possono esistere senza un incremento degli standard educativi. Una buona istruzione spinge l’essere umano ad agire attivamente per il proprio benessere e per quello della società in cui vive. Promuove la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra le nazioni. Consente di affinare le proprie capacità, raggiungere traguardi e migliorare le proprie condizioni. L’istruzione è alla base dell’uguaglianza, ivi compresa quella fra uomini e donne. Due le scadenze internazionali in merito: la prima, entro il 2015, si prefigge l’obiettivo di garantire a tutti un livello primario di scolarizzazione (la cosiddetta Universal Primary Education, Upe), la seconda punta sull’eguaglianza di genere e lo sviluppo delle donne attraverso un completo accesso nella scuola primaria e secondaria di ambo i sessi entro il 2005. Avviare una scolarizzazione universale è una vera sfida, visto che le cifre indicano che un adulto su cinque è analfabeta, e che la maggioranza è femminile. La situazione non cambia per i bambini: a non avere accesso all’istruzione sono circa 113 milioni, due terzi dei quali femmine. Per lo più vivono nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico. Le più vessate sono le bambine delle aree rurali che, a dispetto dei programmi governativi e di sviluppo, vedono peggiorare la loro situazione di anno in anno. La povertà, le guerre, l’epidemia di Hiv/Aids, la discriminazione di genere e l’emarginazione sono le principali barriere da superare per garantire un accesso all’istruzione. È altresì indispensabile che i governi nazionali lancino politiche a lungo periodo che riconoscano il contributo strategico dell’istruzione allo sviluppo. Devono capire che l’offerta di una scuola seria, di qualità e dotata di moderne tecnologie è la chiave di volta per lo sviluppo. Diverso il ragionamento per la parità di genere, che richiede un maggiore impegno culturale. Detto questo, dobbiamo fare i conti con una realtà: l’assoluta carenza di fondi per l’istruzione è figlia di istituzioni troppo deboli per immaginare e dirigere le proprie forze in questa direzione. Ecco perché una reale partecipazione della società civile è fondamentale. C’è il disperato bisogno di sviluppare società alfabetizzate entro l’arco di una vita. Per far ciò è necessario integrare tre modelli di scolarizzazione: convenzionale, irregolare e misto.
Strategie a livello globaleTre le strategie obiettivo alla base della scolarizzazione: la promozione di impegni internazionali mirati a raggiungere il livello di alfabetizzazione primaria universale e il consolidamento del dialogo politico. Soprattutto sui temi dell’educazione femminile, della risoluzione dei conflitti, dell’impatto dell’Hiv/Aids e delle nuove tecnologie. L’investimento in precisi e autorevoli programmi Paese, con priorità a quelli che interessano l’Africa sub-sahariana e il Sud-est asiatico, garantendo assistenza strategica a quei governi e a quelle società impegnate ad adeguarsi al programma universale di Istruzione primaria e tese a sconfiggere la disparità di genere. Il sostegno allo studio e alla ricerca e la condivisione del sapere.
Istruzione globaleÈ dovere morale delle nazioni industrializzate permetterci di raggiungere un buon livello di istruzione. Ma nel farlo, l’Occidente dovrebbe rispettare le nostre culture e noi vigilare almeno su tre fronti. Primo, non dovremmo permettere ad alcuna nazione in grado di aiutarci di sminuire o cancellare i nostri standard culturali e i nostri valori. Abbiamo bisogno di una mano neutrale. Non è facile, ma si può riuscire. Secondo, ogni nostro sforzo è benvenuto se rivolto a preservare il linguaggio delle popolazioni indigene. Dobbiamo rispettare e riconoscere le identità nazionali e individuali. Terzo, ogni programma non può prescindere dai costumi e dalle usanze locali.
I Paesi del Terzo mondo e l’istruzione globale È un sentimento di rassegnata esasperazione quello che assale la maggior parte delle persone quando sente parlare di istruzione globalizzata, un sentimento che chiede quando si farà il vero salto di qualità nel campo dell’insegnamento/apprendimento, specialmente nei Paesi terzomondisti. Perché questo tema è sempre più urgente? Perché non si riesce a migliorare? Forse che le pressioni contro una simile rivoluzione culturale ci limitano oppure siamo noi, che volontariamente, andiamo in questa direzione? Mentre la competizione fra i fornitori educativi del terziario fiorisce nei Paesi più industrializzati, il mercato in questione, anche per quelli che offrono corsi a distanza, si limita a una dimensione regionale, al massimo nazionale, certamente mai internazionale. Il numero dei corsi davvero «globali» (eccezion fatta per le istituzioni) è ancora molto esiguo e desta preoccupazione. Vi spiego perché.
Le ragioni dell’istruzione globaleMotivazioni di carattere economico, socio-politico e tecnologico costituiscono le fondamenta dei programmi di scolarizzazione universale. La prima questione è: come realizzare una pedagogia e un corso di studio validi per l’intero corpo studentesco? E ancora, due sottoquestioni: quali sono i benefici per il corpo studentesco «globale» e come garantirgli un accesso? Quando i potenziali studenti sono geograficamente distanti e sottoposti a limiti orari, finanziari, abitativi, fisici o semplicemente impossibilitati a trovare un corso che abbia una ricaduta «locale», ci si trova davanti all’impossibilità di soddisfare i loro bisogni culturali. Un fenomeno, questo, in costante aumento (felice eccezione è la britannica Open University, uno dei più fecondi esempi di istituzione capace di offrire opportunità di studio a studenti con background diversi). Strettamente collegato all’accesso è il terzo problema, che riguarda l’istruzione pura e semplice. Partiamo da un assunto: il sapere di pochi deve poter essere reso disponibile ai molti, in modo da consentire a coloro che vivono nelle aree più disagiate di godere delle stesse possibilità di scelta dei colleghi che vivono nelle grandi città o nei Paesi industrializzati. Come dire: far sì che sia possibile condividere il sapere di un’università americana o di qualsiasi altro luogo, con gli studenti di qualsiasi altro Paese del pianeta. Questa prospettiva di un corso di studi davvero «globale» è l’unica in grado di assicurare agli studenti un’apertura mentale e un livello di istruzione maggiore rispetto a un corso promosso ad hoc da un’istituzione o da un insegnante. Nel suo aspetto più visionario, l’idea di una scolarizzazione globale è un movimento che prescinde dalla fisicità della classe, intesa nella sua accezione di rifugio dal mondo, ben definita e statica, e che invece tende a una dinamica sinergia fra insegnanti, a una rete telematica forte e a una collaborazione fra studenti capace di creare una finestra sul mondo. L’interazione fra scolari su scala mondiale sarebbe madre di una straordinaria complessità di relazioni e consentirebbe una comprensione e tolleranza fra i popoli oggi inimmaginabile.
I pericoli di una scolarizzazione globaleI pericoli di un siffatto progetto possono essere declinati nel loro aspetto cognitivo, educativo, sociale e culturale. L’argomentazione cognitiva riguarda il fatto che una scolarizzazione globale non può prescindere dalla digitalizzazione e computerizzazione della conoscenza. Molte persone denunciano i potenziali effetti di un’istruzione via computer rispetto a quella tradizionale, sostenendo che lo sviluppo formativo garantito dalla struttura narrativa di un testo è messo fortemente in pericolo dalla frammentazione (e conseguente superficialità di apprendimento) di un testo on-line o su Cd-Rom. L’argomentazione educativa si fa forte della tesi che l’e-learnig - nel lungo periodo - non stimola analisi, discussione e senso critico. Piuttosto induce a ritenere la cultura un prodotto da compravendita, con tanto di confezione, pubblicità e mercato. L’argomentazione sociale punta il dito contro la fine della comunità. Questo fenomeno è parte di un più complesso insieme di cambiamenti. Innanzi tutto afferisce alla società post-moderna; l’istruzione fino a oggi ha sempre portato l’uomo a «fare gruppo» e beneficiare di questo, ebbene oggi essa è avvertita come un qualcosa in grado di minare l’esperienza fisica di una comunità a favore di quella virtuale. Eppure le classi «globali» hanno una atmosfera da condividere: quella dello scambio fra studenti e insegnanti. Sono tantissimi i punti in comune con le vere comunità: le persone si aiutano l’un l’altra (scambiandosi informazioni); rispondono a domande poste da stranieri e li aiutano, senza alcun ritorno personale. Ultima questione da analizzare è quella culturale, che si scaglia contro questo nuovo sistema formativo adducendo una sorta di attitudine imperialista del sistema in nuce e la perdita delle culture indigene attraverso l’imposizione di valori e conoscenze occidentali. La gente tende a considerare l’educatore globale come il nuovo colonizzatore, assolutamente privo di sensibilità rispetto agli altri e teso a irradiare il proprio sapere nei Paesi del Terzo mondo nella falsa certezza di essere lì solo per aiutarli.
Problemi irrisoltiSe la globalizzazzione è una panacea, capace di portare uguaglianza e incrementare la qualità della vita di ognuno, perché ci sono ancora tutti questi poveri e così tanti Paesi in via di sviluppo che faticano a decollare proprio per l’azione dei potenti e delle nazioni industrializzate? Ecco qualche spunto:
- Il Ghana coltivava riso in abbondanza ed era su questo punto completamente autosufficiente. Oggi l’unico riso disponibile è quello bianco americano, e i contadini ghanesi, senza più un mercato né interno né esterno, sono sprofondati nella povertà.
- Paesi come la Cina, la Tailandia, le Filippine e l’India, usano far lavorare i bambini - spesso in condizioni terribili - per produrre beni firmati e destinati all’Occidente.
- In milioni vivono senza istruzione, cibo e acqua potabile perché i propri Paesi sono sotto lo schiaffo del debito estero e quindi incapaci di soddisfare i bisogni primari della loro gente.
- Una continua crescita economica è sintomo di benessere. Tuttavia una continua crescita in un pianeta che ha risorse «finite» è una contraddizione in termini. Ma i conti con questa ovvia certezza non si fanno quasi mai.
- Alla luce di siffatte crepe è evidente che bisogna cambiare il motore del mercato internazionale e della globalizzazione. A sovraintendere a tali processi ci sono tre organizzazioni (o forse una sola ma con tre facce): la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (Imf) e l’Organizzazione mondiale per il Commercio (Wto). Parlando di loro siamo spesso portati a considerarle degli organismi neutrali mossi dalle migliori intenzioni. O forse questi erano i principi su cui erano state fondate. Di certo, esse oggi non li rispettano. Indipendentemente da chi siano o debbano essere, questa Trinità è di fatto incontrollabile, con un potere senza precedenti sopra la vita e le speranze di vita di sei miliardi di persone. L’organizzazione ha promosso moltissimi programmi in favore dell’Occidente e a scapito delle nazioni in via di sviluppo. Nel 1970 erano oltre settemila le industrie che lavoravano in più di un Paese. La cifra, oggi, è di 60 mila. E cosa fanno? Affari, certo, ma fra le varie filiali dello stesso gruppo. Un mercato che vale due terzi dell’intero mercato mondiale (le 100 principali economie mondiali sono così suddivise: multinazionali: 51, Paesi: 49).
- Il ruolo degli attori internazionali deve essere ridefinito. Al momento, questi sembrano essere troppo coinvolti nel migliorare, proteggere e garantire i bisogni della gente per potersi fermare a fare il punto su se stessi o rivalutare dei propri programmi. Un esempio: quando il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale decisero di liberalizzare l’economia tanzanese, la percentuale di scolarizzazione primaria rasentava il 100%. È un dato di fatto che oggi è precipitata al 30%. Come dire: è urgentissimo fare il punto sulle attività e i programmi delle organizzazioni internazionali, e questo al fine di assicurare che i loro programmi di sviluppo Paese siano davvero a beneficio della popolazione.
- La crisi del debito continua ad allargare il divario fra le nazioni ricche e povere del pianeta. La maggior parte delle persone che vivono nei Paesi più poveri sono condannate da dei debiti che mai potranno ripagare. Questi debiti arricchiscono chi presta il denaro e condannano i più poveri del mondo a una vita di disperazione e reiterazione del circolo vizioso, mentre quel denaro potrebbe essere speso nella sanità, nell’istruzione e nello sviluppo sostenibile.
- Un altro esempio di come la strada delle buone intenzioni sia lastricata di danni, concerne i programmi Imf e Banca Mondiale sul debito e la sua estinzione. Non è semplicemente uno sbaglio che i termini e le condizioni dei prestiti internazionali lascino i debitori nel debito e nella povertà per un maggiore numero di anni. Oltre il danno, insomma, anche la beffa: il prezzo degli interessi sui prestiti (la principale via di pagamento di questi Paesi), allungano la povertà di almeno 150 anni.
Conclusioni
Uno dei temi che ha incontrato il favore e l’approvazione del G-8 del 2002 è stato quello inerente all’istruzione universale nei Paesi in via di sviluppo entro il 2015. Un obiettivo stabilito nel G8 di Dakar, Senegal, già nel 2000. La speranza che questo avvenga non è ancora perduta. La International donor community ha assicurato il finanziamento di programmi di scolarizzazione primaria in sette Paesi: Burkina Faso, Guinea, Guyana, Honduras, Mauritania, Nicaragua e Niger. Tutti assieme significano quattro milioni di bambini analfabeti e 400 milioni di dollari in tre anni. Un piccolo passo nell’oceano di 113 milioni di bambini a cui è negato l’accesso allo studio. Già, perché non è affatto chiaro da dove e se arriveranno le necessarie risorse economiche. Nessuno dei Paesi industrializzati ha fatto un gesto concreto fino a oggi, anche se i Paesi del G8 diventano sempre più ricchi. Orientare il Summit del 2002 sui più poveri ha permesso loro di spartirsi meglio i benefici del loro successo. Hanno affermato di impegnarsi nell’alfabetizzazione. Ma le promesse non bastano. Devono perseguire e assicurare il successo dell’operazione «Istruzione per tutti entro il 2015». Al momento la situazione denuncia almeno 120 milioni di bambini che non potranno mai andare a scuola. Centinaia di milioni che non impareranno a leggere. Il G8 dovrebbe far propria questa battaglia, perché l’istruzione ha un valore che trascende il sapere in sé: è la chiave di volta per aiutare le nazioni in via di sviluppo a risolvere i propri problemi. Se non si sceglie la strada del progresso per questi Paesi, si condannano alla povertà e all’ineguaglianza. E noi cosa possiamo fare? I leader del Terzo Mondo stanno ancora piangendo per il tasso di povertà raggiunto. Il presidente nigeriano Obasanjo, riferendosi ai tremila delegati di 180 nazioni, ha messo il dito sull’irreversibile disastro in atto se nessuno farà uno sforzo per cambiare le cose e ridurre il divario che ci separa dai Paesi più industrializzati. Ha ammonito i presenti che il villaggio globale non si realizza solo con le conquiste tecnologiche, scientifiche ed economiche, ma anche con il matrimonio fra istruzione e cultura, fra società e spiritualità, fra religione, etica e la tradizione. E reiterando la richiesta della cancellazione del debito, Obasanjo ha nuovamente messo il dito nella piaga: senza questo passo non ci sarà sviluppo. Dobbiamo allora immaginare approcci innovativi in grado di rivitalizzare e supportare i nostri sistemi formativi, come il baratto «alfabetizzazione/taglio del debito». E tornando alla globalizzazione, il presidente ha ricordato che i pregiudizi verso le altre culture sono ancora un impedimento alla sua piena realizzazione. C’è allora il bisogno di definire la posizione delle nazioni più deboli, affinché esse non vengano sempre più alienate e abbandonate in coda al carro del pianeta.
(Traduzione dall’inglese di Luisa Arezzo)BibliografiaBarro, J. Robert (1998), Determinants of Economic Growth, The MIT Press; Barro, J. Robert (1999), «Determinants of Democracy», The Journal of Political Economy, Vol. 107, Issue 6; Centre international francophone d’échanges, Cifer (2003), Forum su «L’éducation et la formation: préalables indispensables au développement en Afrique» 23, 2003, Alliance Française, Parigi; Cohen, Daniel (2002) «La croissance en théorie et en pratique», Retour sur le développement, Ocse; Glewwe, Paul (2002), Schools and Skills in Developing Countries: Education Policies and Socioeconomic Outcomes, Journal of Economic Literature, Vol. XL, 2002; I.L.O. (2002), International Program of the Elimination of Child Labour (IPEC), Every Child Counts, Ginevra, 2000; Kaul, Inge et alii (2003), Providing Global Public Goods, Oxford University Press; OCSE (2002a), Uno sguardo sull’istruzione, Gli indicatori dell’Ocse; Ocse (2002b), Panorama della società, Gli indicatori sociali dell’Ocse; Ocse (2003a), «Investing in Human Capital and Returns», Financing Education - Investments and Returns - Analysis of the World Education Indicators, 2002 Edition; Ocse (2003b), Prospettive economiche dell’Africa; Ocse(2003c), «Oecd Dac Countries begin recovery in development aid: 5% increase in 2002»; Ocse (2003d), Oecd Territorial Reviews, Mexico; Sachs, Jeffrey (2003), «The Millenium Goals», conferenza tenuta all’Ocse il 27 marzo 200; Undp (2003), www.undp.org/mdg/ Unesco (2003), Azione di lotta contro l’Aids, portal.unesco.org United Nations (2002), «World Summit on Sustainable Development, Plan of Implementation» document.