Nella confluenza tra demografia, immigrazione e identità sorge la sfida dell’Europa nel Ventunesimo secolo. La risposta si trova nel ritorno a un nazionalismo patriottico e civico, sufficientemente inclusivo da coinvolgere immigrati e minoranze linguistiche, etniche e religiose, ma non abbastanza da risultare privo di contenuti. Il perché demografia e immigrazione pongano difficili sfide dovrebbe essere ovvio. Da un lato ci sono una popolazione che invecchia, una tendenza tra le nuove generazioni a sposarsi tardi e fare pochi figli e uno stato sociale che una società sempre meno giovane fatica a finanziare. Con una crescita demografica negativa, l’Europa ha bisogno d’immigrati per sostenere il proprio sempre più affannato modello socio-economico. Ma l’immigrazione non viene senza costi sociali e negli ultimi anni una situazione preconflittuale serpeggia in Europa e alle sue porte: non solo i conflitti mediorientali scuotono le periferie europee in moti d’identità incerta e sempre più inquieta. Ora le bombe che colpirono New York e che figli d’immigrati hanno crudelmente esportato in Israele, Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Iraq hanno ucciso anche a Madrid e Londra. L’assassinio di Theo Van Gogh ha appena compiuto un anno di vita e a Parigi scoppia l’Intifadah. I sassi non violenti dei palestinesi, così esaltati in fughe romantiche di sogni rivoluzionari nei salotti radical chic appaiono improvvisamente molto pericolosi, ora che i vetri rotti sono nei sobborghi di Parigi e Digione invece che a Ramallah e Gaza. I moti francesi certamente rafforzeranno ulteriormente la visione di una «Fortezza Europa», amplificando le immagini di immigrati che assaltano la barriera difensiva eretta a spese dell’Unione europea a Melilla, l’avamposto coloniale spagnolo in Marocco; degli sbarchi inarrestabili di disperati in Sicilia; dei campi profughi in transito a San Gatte e degli immigrati clandestini che giunti in cargo a Trieste dalla Turchia rapidamente scompaiono, nel marasma burocratico di 25 legislazioni europee che non riescono a formulare una politica comune efficace e incisiva. Ma chiudere le porte all’immigrazione non risolve il problema demografico - gli europei continuano a invecchiare - né mette l’Europa al riparo di future tensioni: l’Islam radicale che ha colpito l’Europa non viene da fuori: è un problema interno. Né può essere controllato semplicemente bloccando l’immigrazione dal mondo islamico. Chiudere le porte agli uomini non fermerebbe comunque il flusso di idee che provengono da oltre Mediterraneo. L’ennesima ondata di violenze che vedono responsabili musulmani europei potranno forse favorire governi di destra; potranno sollecitare un dibattito sull’opportunità di una politica migratoria più stretta; potranno imporre un regime di quote che favoriscano un’immigrazione «bianca» o «cristiana» dal sud del mondo a discapito del mondo islamico; e potranno favorire aggressive politiche di assimilazione e acculturazione «forzate». Ma nulla di tutto questo risolverà la questione più importante: come fare perché la comunità islamica europea, che in vent’anni conterà più del 20% della popolazione europea stando alle attuali tendenze demografiche, si integri a sufficienza nelle circostanti società europee da condividerne i valori e i benefici? Come fare per evitare che la situazione di tensione etnica e preconflittuale che può infiammare le periferie europee e portare a episodi di violenza e intolleranza a sfondo etnico e religioso sfoci in un conflitto aperto tra europei bianchi e cristiani da un lato, e musulmani dall’altro?
Questo articolo non intende suggerire politiche mirate a risolvere il problema demografico o a perorare una specifica politica dell’immigrazione. Mia intenzione è invece chiarire come il multiculturalismo prevalente nella filosofia progressista che domina l’Europa ufficiale metta a rischio l’integrazione europea e suggerire all’Europa di smettere di avere paura del nazionalismo e farvi invece ricorso, con dovute precauzioni e distinguo, come strumento di integrazione degli immigrati. Nelle prossime pagine intendo quindi identificare gli ostacoli a questo percorso e spiegare perché esso sia preferibile all’attuale posizione europea di sospetto o rifiuto totale del nazionalismo come forza positiva per la coesione sociale in società multietniche.
Mai più la guerra
L’ethos europeo è costruito attorno a una semplice proposizione emersa dalla lunga e sanguinosa esperienza storica europea della prima metà del Ventesimo secolo: mai più la guerra. Per comprendere quanto sia forte l’impegno a sostenere questo principio basta dare uno sguardo alla storia europea: un tempo padrona del mondo, l’Europa nel 1945 era un continente stremato: dopo gli otto milioni di morti della prima guerra mondiale, cinquanta ne perirono nella seconda. Le risorse che avevano permesso alle potenze europee di dominare il pianeta erano esaurite. E se questo non fosse bastato a ridimensionare l’Europa, i due decenni successivi imposero non solo la ricostruzione ma anche i traumi della decolonizzazione e della guerra fredda. La comunità europea che precedette l’odierna Unione emerse da una visione semplice e geniale allo stesso tempo: la necessità di un meccanismo che impedisse alle nazioni europee di tornare a farsi guerra in futuro. La prosperità senza precedenti generata dal progetto europeo negli anni testimonia il successo di questo progetto. Il desiderio di altre nazioni, europee e non, di unirsi al progetto europeo o di godere almeno di una speciale relazione con l’Unione ne è ulteriore dimostrazione. Ma lo slogan «mai più la guerra» non solo implica un impegno a sostituire guerra e rivalità con cooperazione e la condivisione delle risorse - e delle ricchezze. Esso offre anche una spiegazione della sofferenza storica dell’Europa. Nazionalismo e religione furono citati quali principali responsabili delle perpetue guerre europee, specialmente ma non solo nel Ventesimo secolo. Parte del progetto europeo di bandire per sempre la guerra dal continente include quindi l’impegno a sradicarne le cause, attraverso la promozione della secolarizzazione e l’abbandono dell’identità nazionale sulla strada della riconciliazione europea. Col tempo, tale progetto ha prodotto dunque una trasformazione dell’ethos europeo: se l’Europa unita è nata sul presupposto di «mai più la guerra» e se la pace e la ricchezza europee ne testimoniano il successo, il principio secondo cui «la guerra non è una soluzione» diventa la base normativa della politica estera europea e un modello da esportare ad altre regioni ancora afflitte dai mali causati da guerra e religione, mentre il multiculturalismo diventa, col suo relativismo culturale, il rispetto per la differenza portato agli estremi del relativismo morale, e la tendenza a denigrare valori occidentali a favore della diversità, la base filosofica dell’integrazione europea. Gli europei spesso interpretano i conflitti combattuti fuori dai confini della loro isola felice come il prodotto tribale dei due mali. A casa come all’estero, è l’abbandono di religione e nazionalismo che offre una soluzione a situazioni conflittuali, vista la contropartita di benessere, ricchezza, pace e prosperità che l’Europa ritiene di aver prodotto in cambio della rinuncia alla propria identità e al proprio passato. Ma se il progetto europeo ha portato a notevoli e ammirevoli risultati in solo mezzo secolo, un’identità europea che trascenda le antiche divisioni nazionali e si sostituisca a quelle preesistenti fondate sulla religione non è garantita solo dalla firma di trattati e accordi siglati da governi in base a comuni interessi economici e politici. Un’identità comune e condivisa è necessaria. E se la nazione deve cedere il passo all’unione, allora l’umanismo post-nazionalista e laico dell’Europa unita deve in qualche modo accomunare tutti gli europei. Questa è la prima, grave difficoltà dell’Europa, che i recenti referendum sulla Costituzione hanno messo a nudo: cosa unisce un siciliano a un danese, un tedesco a un polacco, uno spagnolo a un estone, uno scozzese a un maltese? Se questo non bastasse, è ora emersa un’ulteriore sfida sulla via dell’identità comune: non solo l’Europa deve riconciliare divergenti narrative e identità nazionali dei suoi membri ma deve anche integrare, dando loro un senso di appartenenza, un vasto numero di immigrati e dei loro figli e nipoti, nati magari in Europa e di lingua madre europea ma non necessariamente integrati nel tessuto culturale dei Paesi in cui risiedono e nei quali godono di cittadinanza, diritti e privilegi. Se il nazionalismo allora deve essere rifiutato come un veicolo di integrazione, perché sospetto di razzismo, xenofobia e intolleranza in generale, che identità si offre agli immigranti? Possono una serie di diritti amministrativi e benefici socio-economici da soli consolidare un senso di lealtà e identità con la società circostante? Non si rischia invece di creare un vuoto di identità, in nome dell’avversione per nazionalismo e religione - portatori entrambi di valori forti ma potenzialmente sovversivi - specie quando il sostegno a un umanesimo laico e post-nazionale si coniuga con un relativismo culturale che celebra la diversità a tal punto da tollerare anche culture intolleranti e normativamente antitetiche ai principi della liberal democrazia?
Un’Europa senza identità?
Il radicalismo islamico che si annida in Europa e che la minaccia direttamente rappresenta una sfida che va oltre le necessità di un’efficace politica dell’immigrazione e di adeguate misure legislative contro il terrorismo e per la sicurezza nazionale. L’Europa deve integrare una popolazione musulmana in rapida crescita. Le difficoltà derivano dalla mancanza di un efficace meccanismo di integrazione, non soltanto nelle file della forza lavoro e nell’intricata rete di diritti amministrativi e privilegi che la legislazione europea offre, ma anche in una condivisa identità nazionale e un senso di destino comune. D’altronde, se i «vecchi» europei stessi mettono in dubbio le loro identità nazionali fino a denigrarle, come possono i nuovi venuti trovarle attraenti? Una delle ragioni per cui il radicalismo islamico fa breccia tra gli immigranti islamici e i loro figli e nipoti è che non esiste una convincente alternativa che soddisfi la necessità di identità e di un sistema di valori forti per la gioventù musulmana d’Europa. Questa dunque la sfida europea più ardua. In nome della tolleranza, le istituzioni e i leader europei fanno della loro opposizione al nazionalismo il perno centrale del progetto di integrazione europea. Ma paradossalmente, è proprio questa ostilità a esporre l’Europa al pericolo che i suoi fantasmi ritornino, lasciando che l’Islam radicale e il razzismo xenofobo dell’estrema destra europea si cristallizzino come i responsi più forti e persuasivi alle irrisolte tensioni sociali e culturali provocate dall’immigrazione e l’integrazione europea. Molti musulmani europei di prima e seconda generazione non hanno incentivi a sviluppare un senso di lealtà verso i loro Paesi d’adozione in Europa, perché, al di là del senso di alienazione causato da esistenti ma non inevitabili fattori socio-economici e di sradicamento culturale tipico dell’esperienza dell’immigrante, l’Europa scoraggia ogni tentativo di asserire una forte identità nazionale e la tendenza dominante a denigrare ogni forma di nazionalismo e patriottismo quali espressioni d’ideologie reazionarie lascia dei pericolosi vuoti. I musulmani potrebbero cercare di colmarli attraverso un Islam militante e radicale che offra loro uno strumento di protesta e confronto con le società dalle quali si sentono, a torto o ragione, esclusi, ma che dia loro anche un significato per un’esistenza altrimenti difficile e priva di contenuti nella giungla urbana di consumismo e benessere materiale. I «vecchi» europei cui invece stanno a cuore le vecchie lealtà a etnia, Chiesa e nazione potrebbero reagire alle pressioni dell’utopia europea post-nazionale e post-cristiana individuando una correlazione causale tra immigrazione e perdita d’identità nazionale, con un conseguente rigurgito xenofobo. La spinta per un’Europa priva di nazionalismo potrebbe ironicamente produrre un’Europa attraversata dallo scontro tra nazionalismo xenofobo e Islam radicale, mentre il centro moderato, intellettualmente castrato dalla censura del multiculturalismo e del politically correct, e indifferente all’appello di sistemi di valori forti, perderebbe lentamente peso sotto il doppio assalto dei cambiamenti demografici e dell’attrattiva di soluzioni forti alle pressanti sfide di quest’epoca inquieta.
Ripensare il nazionalismo
Da questa situazione deriva la necessità di un ripensamento del nazionalismo, mentre Parigi brucia e il resto d’Europa osserva attonito l’inizio dell’Intifadah europea. Il passato europeo non offre soltanto morte e distruzione. Il nazionalismo, se coniugato con i valori liberali, può offrire una poderosa contro-narrativa unificante. La soluzione, nel definire tale identità, sta nel trovare un equilibrio tra le esigenze di società democratiche e post-industriali e il bisogno di conservare un senso di solidarietà che si fondi su un’idea di appartenenza e destino comune e una serie di valori e principi fondanti condivisi. Le società europee, prese insieme e a una a una, dovrebbero instillare un profondo senso di patriottismo civico tra i propri cittadini, vecchi e nuovi, che non sia così strettamente ed esclusivamente definito da scivolare nell’intolleranza e xenofobia, ma che non sia così inclusivo da perdere di ogni significato, così come lo è ora, di modo da non lasciar spazio a potenti, seduttive e pericolose alternative. Il problema, nel promuovere un’identità europea che faccia da contraltare ai richiami forti di nazionalismo estremo e radicalismo islamico, è che il passato è popolato da storie nazionali che erano e rimangono ancora altamente rivali, senza contare il fatto che tali storie hanno ben poco da offrire agli immigranti, specie dalle terre dell’Islam. Eppoi, finora, per costruire un’identità comune gli europei non han fatto altro che negare il passato, invece che riaffermarne i valori comuni. Attualmente, l’identità europea sembra fondarsi su tre elementi: un diniego del passato; una narrativa artificiale che sovverte, distorce o rimuove il passato per poter trovare un terreno comune a tutti i venticinque membri dell’Unione; e una serie di «negativi» che trasformano il passato europeo in una vergognosa eredità da dimenticare, sostituendola invece con valori che più che europei sono sinonimi della sinistra progressista globale. L’esempio più eclatante di questo fenomeno è l’antiamericanismo. L’Europa si definisce attraverso il disprezzo per il suo cugino d’oltre-Atlantico, il sogno - l’illusione - di potersi sostituire all’America quale unica superpotenza nel mondo con l’uso del soft power e la convinzione di come la visione di pace perpetua europea sia esportabile globalmente. Ma di elementi ce ne sono almeno altri quattro. Intanto c’è il pacifismo europeo, espresso nel ripudio assoluto della guerra. Jurgen Habermas e Jacques Derrida - raramente uniti intellettualmente e filosoficamente - lo videro come simbolo della nascita dell’Europa tanto da designare, in un famoso loro manifesto pubblicato nel 2003, il 15 febbraio (data delle dimostrazioni contro la guerra in Iraq), come giorno della nascita dell’Europa unita. Poi c’è la dottrina dell’internazionalismo giuridico che postula come tutti i conflitti possano esser risolti pacificamente attraverso negoziati e l’applicazione del diritto internazionale. Non manca una dose di senso di colpa post-coloniale, impregnato di dubbio di sé e dei valori su cui si poggia la cultura occidentale - primo tra tutti il libero mercato a cui si contrappone una vaga nozione di solidarietà. Dal quale segue direttamente una fede assoluta e dogmatica nel multiculturalismo, prodotto questo dei sensi di colpa post-coloniali e che si nutre di relativismo culturale e morale. Sotto pressione di fronte alla difficoltà di trovare un’identità comune tra europei e i loro passati spesso antagonisti, l’Europa ha scelto di costruire la propria identità definendosi per quel che non è piuttosto che per quello che è o che aspira a essere. La sfida dell’immigrazione, complicata dalla penetrazione dell’Islam radicale in Europa, rende tutto più complicato.
Da società bianca e cristiana quale prevalentemente era, l’Europa si è ormai trasformata in un crogiolo di etnie e culture dove i «vecchi» europei convivono con comunità di immigrati di varia provenienza. La sfida dell’integrazione si innesta sul già complicato tentativo di trovare un’identità comune per l’Europa: la diversità rende la ricerca dell’identità ancora più difficile, complicando la politica di tutti i giorni, specie se alla prosperità e al boom economico degli anni Novanta si sostituisce l’attuale recessione economica. Occupate come sono a denunciare gli orrori del nazionalismo, le élites europee non si sono accorte che la moderazione post-nazionale da loro promossa sta perdendo rapidamente terreno. In alcuni casi siamo di fronte a un ritorno d’estremismo: la paura dell’Altro alimenta intolleranza, ostilità e odio portando sostegno elettorale a partiti anti-immigrazione. Ma mentre parte della loro retorica è estrema, alcune delle loro soluzioni, e soprattutto i timori del pubblico che tali soluzioni riflettono, hanno ormai lasciato la periferia ideologica e si collocano al centro della mappa politica. La violenza di matrice islamica e il radicalismo islamico che emana da alcune moschee e centri universitari fomentano la paura di una comunità spesso descritta, e non sempre a torto, come impervia all’integrazione e restia ad adottare i valori occidentali su cui la cittadinanza europea presumibilmente si fonda. Per affrontare questa sfida l’Europa ha tre possibilità:
1) continuare sulla via post-nazionale, abbandonando le identità nazionali a favore di un ethos che ritiene che il nazionalismo produca sempre invariabilmente camicie nere e che l’identità nazionale e il senso d’appartenenza culturale, religioso ed etnico possano essere facilmente abbandonati il momento in cui vengano offerte ricchezza, prosperità e diritti umani in un’Europa senza frontiere che include tutti in nome di un ideale universale laico e umanista.
2) Sostituire le identità nazionali con un nuovo nazionalismo europeo che unisca tutti gli europei da Riga a Lisbona, da Trondheim a Cipro per abbracciare una nuova comune narrativa e un senso di un destino comune che sia fatto più che di benefici materiali e vacanze a basso costo, dall’unione di vecchi e nuovi europei.
3) Rivalutare i nazionalismi e le identità nazionali europee come strumenti di coesione nelle rispettive società, accentuando una versione di nazionalismo liberale che sia sufficientemente inclusivo da lasciar spazio ai nuovi arrivati ma che non sia così inclusivo da diventare insignificante o avvilente.
La via post-nazionale è fallita: ce lo testimoniano l’assassinio di Theo Van Gogh, le bombe di Madrid e di Londra e l’Intifadah francese, i successi elettorali di Jorg Haider in Austria, Jean Marie Le Pen in Francia, il Vlams Blok e il suo successore, il Vlams Belang, in Belgio, e la sinistra retorica di Oskar Lafontaine in Germania. La seconda opzione, quella di creare una nuova identità europea, sembra nata morta. Le identità, a dispetto di quanto dica la storiografia marxista sul nazionalismo (vedi Eric Hobsbawm tra i tanti), non si costruiscono a tavolino con le bacchette magiche di un manipolo di volenterosi e influenti intellettuali. La terza opzione rimane quindi l’unica strada percorribile, prima che estremismi vari abbiano il sopravvento.
Conclusione
Continuare a denigrare le identità nazionali lascia un quesito senza risposta. Privi di un genuino e reale senso di destino comune europeo - non uno artificiale e immaginario - possono gli europei convivere a lungo andare in società che non offrono un senso di solidarietà e coesione fondati su un’identità comune? La risposta è no. Di fronte a un’ondata senza precedenti di immigrati musulmani, l’Europa non riesce a offrire ai nuovi arrivi l’equivalente europeo del sogno americano - una potente mistura di valori liberali, memorie storiche, esperienze universali e narrativa nazionale che forma la via americana al patriottismo. E in questo senso, l’Europa dovrebbe stare attenta: il passato recente dell’Europa non offre precedenti di armonia inter-etnica. I trascorsi storici in tema di minoranze non offrono molti fulgidi esempi di una propensione a vivere d’amore e d’accordo con minoranze non assimilate. Fino a poco tempo fa - meno di un secolo - l’Europa era largamente omogenea, un continente di nazioni cristiane con piccole sacche di minoranze lunguistiche e religiose, esse stesse i resti di ben più larghe comunità il cui fato fu deciso in passato dalla loro reticenza ad assimilarsi e abbracciare il dogma dominante. Storicamente poi, i rapporti tra Europa e mondo islamico non sono esattamente un faro nella notte buia: le due culture hanno commerciato e combattuto per secoli, ma la loro esperienza di coesistenza non offre solide garanzie. Soltanto gli imperi poterono tenere sotto controllo le tensioni tra religioni ed etnie in Europa Centrale e nei Balcani. Caduti gli imperi - ottomano, austro-ungarico o comunista - i fragili equilibri sono stati travolti da violenze e odi secolari. Ne segue quindi che, anche se l’Europa persistesse a costruire la sua unità politica su una nuova identità fondata sulla visione utopistica di una società pacifica, prospera, laica e post-nazionale, l’Europa non può permettersi d’ignorare il passato. La storia non è un Paese straniero dopotutto e l’Europa si fonda ancora su Stati nazione con solidarietà etniche e linguistiche che la retorica paneuropea che scaturisce da Bruxelles non può cancellare. La storia dell’Islam anch’essa impone cautela. L’esperienza islamica con le minoranze non brilla, caratterizzata com’è da una tendenza ad assimilare o a opprimere, non a considerare una minoranza alla stregua di eguali. I musulmani d’Europa vivono per la prima volta nella loro storia come minoranze in una società che li incoraggia ad acquisire residenza e cittadinanza lasciandoli però liberi o costringendoli a sentirsi culturalmente stranieri nel Paese che li ospita. L’integrazione è largamente fallita, vista la scarsa rappresentanza musulmana tra intellettuali, professionisti e politici e il loro sovrannumero nelle prigioni d’Europa e tra le file dei disoccupati. In un continente di quasi mezzo miliardo d’abitanti ci sono oggi quindici milioni di musulmani, più svariati altri milioni di clandestini. A questi se ne aggiungono mezzo milione all’anno. In vent’anni, se non cambiano i trend demografici europei, la minoranza musulmana raddoppierà, sia in termini assoluti che relativi. Soltanto un ritorno a una forte identità nazionale nei Paesi membri, coniugata con forti valori liberali e un abbandono dell’illusione multiculturale permetterà all’Europa di far fronte a questa sfida. Il nazionalismo può essere coniugato con valori liberali; l’Europa può permettersi diritti universali e identità locali; e i suoi cittadini possono provare un senso di lealtà, impegno e affetto per la propria identità locale e nazionale insieme a un senso di appartenenza all’Europa. Senza un vincolo forte, questo legame non può esistere. Separarlo dall’identità nazionale per timore della deriva xenofoba è stato un errore che ha lasciato spazio a due nemici giurati del progetto politico europeo. Tocca agli europei recuperare un senso di orgoglio per il proprio passato - per quanto di quel passato merita - e un senso di appartenenza a una civiltà, quella europea, che non ha solo prodotto gli orrori del Ventesimo secolo ma anche i valori universali di giustizia e libertà che danno significato alla parola democrazia e in ultima analisi rendono le nostre società molto più attraenti di quelle da cui i nostri immigrati fuggono.