|
Ma il deficit di idee colpisce tutti |
LIBERAL BIMESTRALE di Gaspare Barbiellini Amidei Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003
Torna al sommario
Quarant’anni fa dirigevo a Roma un mensile liberale di cultura che avevamo chiamato Elsinore per via dell’idea di dubbio che dava l’isola di Amleto. L’avevamo gemellata con un’altra rivista La Biblioteca della libertà diretta a Torino da Piero Ostellino, Giuliano Urbani e Valerio Zanone.In un mese di ottobre del 1963 sviluppammo un dibattito del tutto simile a questo: c’è un terzismo nella cultura e nel pensiero politico? Erano tempi molto diversi dagli attuali, con almeno due egemonie, una culturale e una amministrativa, alle quali non appartenevamo. Quando capitò, ci chiedemmo: non finiremo per passare per semplici conservatori, o tutt’al più per reazionari? Eravamo però convinti che il non fare parte né del potere politico né di quello letterario-accademico ci desse grande libertà e ci immettesse direttamente nel criterio professionale della stampa indipendente che è sempre un’esperienza nativamente liberale. Non è stato poi un caso che le giovanissime prove liberali di quegli anni abbiano fornito gran parte della classe dirigente alla galassia mediale dei decenni successivi. Se guardo al tempo vissuto dentro la direzione di quotidiani nazionali dichiaratamente «liberal» dal Settanta alla fine del secolo scorso trovo elementi per poter affermare che la strada percorsa è stata tutta implicitamente terzista. Mi ricordo gli anni al Corriere della Sera, il carattere unificante nella scelta dei temi e nell’alternanza strategicamente pensata degli interventi era segnato dalla convinzione di poter esprimere una capacità terza che ci poneva fuori dalle deformazioni ideologiche e dalle tentazioni pratiche cui erano soggetti gli uomini degli schieramenti. Dietro la nostra convinzione «anglosassone» di garantire raccontata verità c’era sì una fastidiosa ombra di arroganza intellettuale ma anche una onestà forte. In più era una scelta editorialmente pagante perché il pubblico coglie il sapore di pulito. Un giornalista trova più facile sottrarsi non soltanto alle imposizioni esterne dei poteri e delle proprietà ma anche a quelle interne dei propri inevitabili preconcetti e degli stigmi dell’educazione e dell’apprendistato se si colloca in una cornice fortemente professionale. Ho diretto vicariamente il Corriere della Sera e completamente Il Tempo con redazioni assai diverse per estrazione e selezione, eppure potrei dire di avere operato sempre con intellettuali terzisti, perché tali diventavano nella quotidiana fattura del prodotto, gli ex comunisti, gli ex cattolici integralisti e gli ex fascisti. Ognuno dei quali è sempre un po’ meno fascista o marxista o integralista quando si pone da professionista. Di fronte alla notizia il terzismo è un obbligo professionale, segna quella soglia etica minima di imparzialità al di sotto della quale non è possibile compilare un resoconto veritiero. Il terzismo professionale è propedeutico al mestiere di raccontare e fare critica. A Elsinore usavamo Karl Popper come i liceali facevano con il Bignami e mettevamo alla radice delle nostre cronache una regola popperiana non aggirabile: mai confondere explicans con explicandum o se preferite mai spiegare A con B e poi B con A. L’esigenza di una C indipendente si poneva a garanzia delle nostre asserzioni e ne dimostrava almeno la non falsità, questa era la nostra micro ideologia. Era un modo artigianale trapassato poi dal mercato dei mass media a quello delle idee e del consenso elettorale. Non so dire quanto quell’infantile terzismo coincida con quello sapiente di oggi, in parte derivante dalle cocenti delusioni del dio che a sinistra ha tradito. Posso solo osservare che nel campo suo proprio l’intellighenzia dei mass media ha poi finito per svaporare questa aura ingenua a causa della sempre più pressante coincidenza fra verità da riferire e veridittività da utilizzare con i lettori e i teleascoltatori. Oggi le asserzioni mediatiche non sono condizionate tanto dalle implicite ideologie dei comunicatori quanto dalla potenzialità veridittiva del mezzo (tv o stampa) usato dal comunicatore. Si dice, si scrive e si fa vedere attraverso strumenti capaci di convincere il consumatore, e i contenuti si caricano di autorità grazie al mezzo. Al peso delle idee succede quello delle coreografie. Il contesto a un’analisi severa si rivela spesso non credibile. Se si riprende in chiave contemporanea il Paradosso del Mentitore («Epimenide di Creta afferma che tutti i cretesi sono bugiardi, ma poiché Epimenide quale cretese è bugiardo, non è vero che i cretesi sono bugiardi, affermando egli il falso… o il vero?») si scopre che dentro la cornice dei media si collocano affermazioni che rischiano di essere né vere né false. L’uomo «terzo» opera invece, in politica come nella comunicazione, dentro un orizzonte segnato da un minimo etico che prende allo stesso tempo le distanze sia dalle imposizioni delle ideologie sia da quelle del mercato mediatico.
|