LIBERAL BIMESTRALE di Biagio de Giovanni Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003
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Se la parola «terzista», immessa da Paolo Mieli nel nostro lessico politico, dovesse indicare chi è al di sopra delle parti che si contendono il governo del Paese, personalmente non avrei molto interesse ad approfondirne il significato e a farne il commento. Abituato da sempre a esser «parte» in politica, non sarei specificamente interessato a elaborare una posizione che si rivelerebbe tendenzialmente «neutrale». Ma in verità, l’interesse della questione è altrove, e provo subito a chiarire dove: si tratta di una parola che può interpretare una questione specificamente italiana, e di una gravità tale da incidere sul destino del nostro Paese, sulla prospettiva del suo futuro. Enuncio dunque subito il senso in cui la parola (e il problema che vi è legato) prende per me davvero il suo significato. «Terzista» è chi non si riconosce in quel processo di reciproca delegittimazione fra maggioranza e opposizione che sembra caratterizzare la lotta politica nel nostro Paese. «Terzista» è chi, insomma, sostiene che una democrazia dell’alternanza è possibile, è pensabile, solo all’interno di quel processo di reciproco riconoscimento che stabilisce un tessuto comune salvo dai contenuti specifici della lotta politica, affrancato dalla polemica, un livello, insomma, che ha lo sguardo rivolto all’unità del Paese.
Come si può definire questo livello? La parola «istituzionale» è quella che lo definisce meglio di ogni altro. Per dirla nel modo più semplice, bisogna salvare l’unità e la legittimazione delle istituzioni dalla polemica distruttiva che le coinvolge direttamente nello scontro politico. In Italia, questo problema sembra interessare pochi, a riprova di un tarlo che attraversa largamente la storia del nostro Paese, la ritornante confusione fra il livello della lotta politica e quello dei disegni istituzionali, che rimanda a qualcosa che fa parte profondamente della «costituzione» della storia nazionale, caratterizzata da una sorta di indifferenza per una più costitutiva unità della nazione. L’avversario politico diventa il nemico da distruggere, con ogni mezzo, o il nemico da non riconoscere nella sua legittimità: per colpe pregresse e ritornanti (i «comunisti», con tutte le appendici ben note) o per giustizialismi che, più o meno dichiaratamente, indicano l’avversario politico come indegno di esistere. Due posizioni speculari (ecco il valore del «terzismo, vero e proprio grido di sdegno per l’immaturità politica del Paese) che conducono il Paese in un buco nero, non aiutano la formazione di una opinione pubblica, annientano sul nascere quel bipolarismo il quale avrebbe dovuto rappresentare il punto di coagulo del sistema e la sua possibilità di crescita. Perché sorprendersi se, in questo quadro, cresce la disaffezione degli italiani per la politica, e cade presso molti ogni volontà di impegno?
Da questo punto di vista, lo stato delle cose in Italia si avvicina a un punto di non-ritorno. Il muro contro muro diventa la regola per i comportamenti di ogni giorno. La conseguenza più evidente è che i problemi non vengono guardati secondo il loro merito, quanto secondo la fonte che li produce e li dichiara importanti, e qui si insinua un vero elemento distruttivo della politica democratica, se democrazia non è realizzazione di assoluti, ma politica che giorno dopo giorno deve rispondere alle domande che sgorgano dalla società. Proprio perché non mi considero super partes, ma mi sono sempre riconosciuto nell’area di centrosinistra, è anzitutto su questa sezione del sistema politico che voglio svolgere qualche osservazione. Due riflessioni, precisamente. La prima, si collega a una coraggiosa affermazione di Piero Fassino, che ho letto sui giornali qualche tempo fa. Il segretario dei Ds lamentava una carenza progettuale del centrosinistra, un vuoto di idee che sembra impedire, pure in un momento forse non sfavorevole dell’opinione pubblica verso questa parte politica, un suo vero decollo politico e una più forte capacità di incidere nella vita del Paese. Ma la ragione è chiara. Se la gran parte della politica di opposizione concentra il suo sforzo nel cercar di negare carattere «politico» alla sua lotta per darle il carattere di una lotta del bene contro il male; se tutte o quasi le energie sono concentrate per questa finalità, perché mai si dovrebbe prestare vera attenzione per il progetto politico? Che cosa pensa il centrosinistra, oggi, sul lavoro, sull’università, sulla scuola, sui problemi dello sviluppo, sul possibile scontro fra generazioni e via dicendo? Che cosa pensa veramente, nella sua unità, sul mondo e sulla politica internazionale? Chi sarebbe in grado di argomentarlo, se non per qualche più o meno incerto riferimento che di volta in volta si possa ritrovare in qualche sperduto messaggio? Ci si decida finalmente a entrare nel merito! Ma se si va in questa direzione, allora non si troverà più il tempo per battaglie «assolute», per la vita e per la morte, dove la vittoria è legata all’annientamento dell’avversario diventato «nemico». La seconda osservazione riguarda appunto l’atteggiamento verso questo «nemico». Il berlusconismo, piaccia o non piaccia, è un imponente fenomeno politico degli anni Novanta. Costruire dal niente un movimento politico che in pochi mesi raggiunse il risultato elettorale di milioni di voti, significa fare opera politica. Politica, e basta; tutto il resto, viene dopo e può esser criticato nel modo più aspro purché si riconosca questo dato di partenza che obbliga (sottolineo: obbliga) a liberare il discorso critico da ogni contorno d’altra natura, e concentrare l’attenzione su un moto della società italiana che ha prodotto uno sconvolgimento vero e proprio del sistema politico e culturale del Paese, per opporre su questo terreno proposte, programmi, idee e anche durissime opposizioni senza le quali, fra l’altro, ogni futura vittoria germinerebbe su un deserto. Che le debolezze e le anomalie sicuramente presenti in questo movimento e nel suo capo esistano, è una cosa; che le anomalie debbano diventare unico terreno di contrasto politico, fino a negare la possibilità di sedersi a un medesimo tavolo per riforme possibili, come invita quotidianamente a fare il direttore dell’Unità, è ben altro! Significa, in realtà, creare un solco fra due italie, fra due mondi di cui si finisce con il costruire l’incomunicabilità. Non voglio nemmeno immaginare che cosa sarà una campagna elettorale politica svolta in queste condizioni. Se non ci fosse sufficiente disincanto e indifferentismo, si rischierebbe la guerra civile! In questo senso, e in questo quadro di problemi, viva il «terzismo»!
Il centrodestra non è da meno. Anzi! Ma l’annotazione che voglio fare in proposito è assai breve. Per dire soltanto che chi governa ha responsabilità ancora maggiori per un dialogo possibile, e che - mia vecchia idea, più volte espressa anche su questa rivista - nella costituzione politica e culturale della maggioranza tendono oggi a prevalere elementi di «sovversivismo», di radicalizzazione della lotta politica, ai quali si connette una uguale volontà di disconoscimento dell’avversario politico, non a caso ricondotto sotto la dizione generale di «comunista», con un senso dell’attualità politica che, per carità di patria, lascio completamente nella penna. Chi paga, è il Paese. Ecco il vero punto drammatico. Un Paese in evidente declino, da ogni punto di vista, e che mai come ora avrebbe bisogno di una riconquista di unità per far leva su possibili elementi di mutamento. Stiamo per perdere il tram della ripresa, che non germina dal nulla o da puri fattori economici, ma che comporta intanto la presenza di una nazione in grado di pensare unitariamente il proprio futuro, la quale si misuri sempre di più con una Europa unita sì, ma anche conflittuale e nella quale le identità statal-nazionali non sono affatto estinte ma anzi sembrano destinate a riprender vigore. Quale la prospettiva? Non sono ottimista, pensando all’aprirsi di una lunga fase elettorale, a partire dal 2004, che probabilmente esalterà la disposizione alla pura lotta magari sempre più drammatizzata. E tuttavia conviene cercare di mantenere vivo lo spirito critico su questi problemi, a costo di dispiacere a tutti. Da questo punto di vista, e così inteso, il «terzismo» ha un suo significato e conviene non dimenticare che esiste.
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