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Contro l’ideologia della “parte giusta”

LIBERAL BIMESTRALE
di Pia Luisa Bianco
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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E' un brutto neologismo, il surrogato linguistico delle anomalie italiane. Nelle democrazie bipolari dove l’alternanza è un fatto compiuto, ethos di una nazione, realtà riconosciuta, tutti, la grande maggioranza, sono intellettualmente e culturalmente «terzisti» (cioè indipendenti) e la parola non esiste. In una democrazia guerreggiata, irrazionale e nevrotica come la nostra, dove le posizioni che sfuggono alla logica manichea dell’engagement sono sospette, la parola, col suo fondo arcano e dissimulatorio, genera discordia per il solo fatto di essere usata. Esprime il sottile dileggio per coloro che pur facendosi responsabili delle proprie scelte rifiutano l’autoubriacatura, l’annegamento nelle ragioni della propria parte, «giusta» per definizione anche quando sbaglia e il disconoscimento di quelle altrui anche quando sono appropriate. Aggiorna, addolcendola appena un po’, la scomunica teologica dell’infedele, quella bellica del traditore e quella meschina dell’opportunista, distribuita più mediocremente a destra e a manca, quella scatologica del «pidocchio revisionista» e così via elencando di sinonimo in sinonimo la storia, poco gloriosa, dei precedenti di una parola espressiva di lacerazioni inconciliabili e di conciliazioni indecenti dandoci una sola certezza: finché parole come queste non usciranno dal lessico politico saremo sicuri di vivere in una democrazia figlia di molte paure e pietrificata dai suoi tabù. Coloro stessi che si autodefiniscono terzisti, per sfidare e rovesciare la maledizione (e il nonsense) del chi non è con me è contro di me, prendono dunque atto che l’indiscutibile legittimità a definirsi per negazione, a non voler essere in tutto e per tutto fideisti, l’essenza stessa di tutte le democrazie bipolari, può stare al mondo nel fragile e virtuale bipolarismo italiano solo come eccezione, come anomalia dell’anomalo. E del resto sprigiona il profumo dell’anomalia anche questa discussione sollecitata da liberal su che cosa sia terzismo, a che cosa serva, se sia un tentativo di «sfuggire» al bipolarismo, una tattica aristocratica e «antipolitica», un modo autodifensivo di non rivelare le proprie idee se queste sono fonte di scomunica, un bislacco culto dell’obiettività o la prefigurazione insidiosa di una forza politica terza (dice niente la polemica contro le terze forze al tempo in cui Dc e Pci davano consistenza al cosiddetto «bipolarismo imperfetto»?) fondata su un modo irrituale di fare le pulci all’assetto attuale della politica nazionale zoppicando di qua e di là. O forse l’ennesima e malinconica terza via, mentre tramontano le altre due. Ma di che discutiamo? Dell’anello mancante nella scala zoologica tra progressisti e conservatori? Del diritto, in pieno bipolarismo, di un terzo a competere per diventare uno dei due? Del panico in cui incappa, per la propria insicurezza, ciascuno degli schieramenti politici, ciascuna delle famiglie culturali quando a criticarlo o a sbattere la porta è uno dei suoi? O stiamo discutendo di quella invenzione che formalizza e stabilizza la volubilità e che chiamiamo democrazia? Del fatto che la mescolanza delle lingue è creativa e appeasing, quanto invece asfittici, autoconsolatori, irosi e ripetitivi, gli steccati? Come si fa a distinguersi, a contrapporsi, a combattersi anche, senza accettarsi? Ammettiamolo dunque, come la parola, anche la disputa sul «terzismo» è un po’ figlia della lingua degli schiavi. Essa stessa il sintomo di una patologia, di una febbre, e una terapia solo sintomatica, come l’aspirina.
Ognuna delle democrazie occidentali è un coacervo di contraddizioni risolte e ricomposte in modo originale, attenuando le differenze, contemplandole in chiaroscuro e dunque riconoscendole e un po’ negandole. Negare è accettare almeno un po’, quanto riconoscere è segnare una differenza. «Le democrazie diventano dinamiche grazie alle differenze, ma hanno un senso solo se capiscono che non è la vittoria di una fazione sull’altra, ma il sedimento nonpartisan di ciò che hanno in comune che le fa avanzare». È una definizione di terzismo? No, è la descrizione dell’american soul secondo Henry Kissinger, un ordine né liberal né conservative che è però il più limpidamente alternativista che si conosca, in cui ciascuna parte può dire di essere almeno un po’ dell’altra. Le nostre élite intellettuali, comprese quelle più spregiudicate, dopo aver pagato tanti prezzi alle tramontate ideologie totalitarie, sono ancora troppo timide per accettare l’idea che le parti in democrazia possano resistere e difendersi pur senza autoincoronarsi di assoluto. Ancora troppo vulnerabili al ricatto dell’engagement dalla «parte giusta». Troppo inclini a teorizzare il lusso di non scegliere, ma senza il coraggio di sopportare la solitudine che ne deriva. A restare a mollo in quel grande disordine dal quale aspirano a non farsi sommergere, ma che è così difficile attraversare non facendosi contagiare dalle mutevoli euforie e dalle nevrosi collettive. Se hanno un difetto, con le dovute eccezioni si intende, non è di essere «terzisti», ma di non saperlo essere, di essere pronti a barattare un ruolo che è ostico da sostenere quanto prezioso da esercitare. Peggio dunque dell’invettiva strumentale dei più forti contro il «terzista» c’è solo il terzismo debole, la fragile propensione a lanciare il sasso e a nascondere la mano, la titubanza nell’imporre alla discussione pubblica quelle convinzioni non apocalittiche, guardinghe e scettiche ma non per questo indecise, da cui gli stessi terzisti dipendono per essere credibili. Conosciamo le attenuanti. Le grandi e collaudate democrazie non lasciano mai soli coloro che ne costruiscono l’identità culturale, anche quando dissentono. Le democrazie che non credono in se stesse rendono loro omaggio troppo tardi. Un anno fa l’amministrazione americana scelse Kissinger, polemico, insieme ad altri repubblicani di razza come Dick Armey o Brent Scowcroft, sulla dottrina Bush, come capo della Commissione sull’11 settembre. La Francia tra i Settanta e gli Ottanta, cuore del potere culturale europeo, forgiata e soggiogata dal fascino affabulatorio e moraleggiante dei Lacan, Foucault, Barthes che l’igienismo intellettuale di Raymond Aron teneva sotto tiro, aspettò di celebrarne la morte per riconoscerlo notre dernier sage. Le democrazie piccole e bigotte, come la nostra, fanno di tutto per perderli, i loro igienisti intellettuali. Ma ora vale il contrario. Sono gli intellettuali terzi che rischiano di perdere la nostra democrazia, per piccola e bigotta che sia. È urgente un esame equilibrato del tormentoso guado in cui siamo impantanati. Senza cullarci nel piccolo eden dei nostri complessi. Tra una democrazia giacobina (o succube del girotondismo tardogiustizialista) e uno Stato totalitario il passo è breve, mentre è enorme la distanza tra un governo stabile e una dittatura. Ogni grande cambiamento è salutare quando trova il modo di assestarsi e sa perdonare. Il metro di giudizio di una politica è la sua applicazione. La soluzione di un problema ne apre di nuovi e niente è definitivo, e così via elencando il buon senso smarrito, that which keeps us the little we are, tra assalitori e assaliti. Se ci mancherà anche questo, chiamatelo terzismo o come vi pare, saranno dolori.
 

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