La clonazione umana, almeno per ora, è soltanto una possibilità. Non possiamo certo escludere che da qualche parte qualcuno stia cercando di realizzarla o che ci sia addirittura riuscito; possiamo tuttavia ragionevolmente escludere che in giro per il mondo ci siano individui umani clonati. Eppure la semplice possibilità della clonazione umana (se a fini riproduttivi o terapeutici, qui non fa differenza) sta producendo effetti socio-culturali di straordinaria portata, specialmente sul fronte della riflessione sul significato della vita e della dignità umana, nonché sulla natura e i limiti dell’odierno apparato scientifico-tecnologico. Per ora, come ho già detto, si tratta di discussioni sulla possibilità-liceità che gli individui umani vengano clonati, più o meno come è già stato fatto con la famosa pecora Dolly. Ma sono discussioni che vanno in ogni caso al cuore stesso del patrimonio culturale della nostra civiltà e che, proprio per questo, finiscono per avere già oggi conseguenze pratiche molto rilevanti e ancor più ne avranno in futuro.
Come molti ricorderanno, negli ultimi giorni dello scorso anno, l’opinione pubblica mondiale era stata scossa dalla notizia della presunta nascita di Eva, una bambina clonata; notizia con la quale la setta dei cosiddetti «raeliani» annunciava il prossimo avverarsi del loro sogno, il sogno dell’immortalità. «Stiamo clonando da dieci a venti clienti che vogliono raggiungere l’immortalità»: questo l’annuncio del vicepresidente della società «Clonaid», legata appunto alla setta dei «raeliani», battuto dall’agenzia Ansa del 10 luglio 2002. Le reazioni dell’opinione pubblica furono improntate per lo più allo scetticismo e alla preoccupazione, ma offrirono anche un buon pretesto a molti studiosi post-umanisti o trans-umanisti, per ribadire ancora una volta la fine dell’etica umanistica classica, la consumazione del «corpo, quale fondamento delle tavole dei valori cristiano-umanistici» e, in ultimo, la realizzazione euforica di una vera e propria translatio imperii, un passaggio di poteri da Dio agli uomini stessi. L’uomo insomma «come esperimento di se stesso», per usare il titolo di un articolo del filosofo tedesco Marc Jongen apparso su Die Zeit un anno fa. Un esperimento che potrebbe anche spingersi a coronare finalmente, per via biotecnologia, il sogno di dar vita a un essere superiore all’uomo, secondo gli auspici di un altro filosofo tedesco, Peter Sloterdijk, pubblicati, sempre su Die Zeit, nel settembre 1999. «Stiamo clonando da dieci a venti clienti che vogliono raggiungere l’immortalità», dicevano i «raeliani» nel loro annuncio, suscitando giustamente l’ironia di molti. Non bisogna dimenticare tuttavia la sintonia che sussiste tra questo annuncio e un filone di pensiero, niente affatto estraneo alla cultura occidentale, secondo il quale l’unico progetto umano degno di considerazione è rappresentato appunto da una sorta di battaglia titanica contro la morte, condotta non più con le armi della religione e della fede, ma con quelle ben più rassicuranti (così almeno sembra) della tecnologia. Si pensi soltanto al pensiero del filosofo russo Nikolai Fedorov (1828-1903), che tanto influsso esercitò sul regime sovietico. L’ingegnere Konstantin Tsiolovski (1857-1935), uno dei padri dell’ingegneria spaziale russa, convinto che la tecnologia ci avrebbe liberato dalla terra, era un fervente ammiratore di Fedorov. Ma si pensi anche alle società californiane che offrono a tutt’oggi la resurrezione a quei corpi che si sono lasciati congelare in attesa di nuovi progressi biotecnologici. Escatologia e tecnologia sono insomma più vicine di quanto si creda.
Veniamo dunque al problema della cosiddetta «clonazione umana a fini riproduttivi», ossia alla possibilità che, tramite la cosiddetta tecnica di trasferimento del nucleo, si faccia con l’uomo quanto è stato già fatto con la famosa pecora Dolly: una copia geneticamente identica di un individuo adulto della stessa specie. Ma è lecito che l’uomo fabbrichi copie genetiche di se stesso o di un altro uomo? Per dirla con Stevenson, la domanda è di quelle che (almeno per ora) suscitano reazioni emotive (in prevalenza) sfavorevoli. Ne è prova l’ostilità che la clonazione umana riproduttiva incontra, non soltanto da parte della Chiesa cattolica, ma anche da parte di vasti strati dell’opinione pubblica, di diversi comitati etici e di diverse organizzazioni internazionali. A questo proposito ci sono diversi documenti che lo confermano. Qui mi limito a citare i seguenti: a) la Risoluzione del Parlamento europeo del 7 settembre 2000; b) l’art. 11 della «Dichiarazione universale sul genoma umano» da parte dell’Unesco, in cui si legge che «pratiche contrarie alla dignità umana, come la clonazione a scopo di riproduzione di esseri umani, non devono essere permesse»; c) l’art. 1 del «protocollo addizionale alla convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, recante il divieto di clonazione di esseri umani», dove si vieta «ogni intervento avente per scopo la creazione di un essere umano geneticamente identico a un altro essere umano, vivo o morto»; d) l’art. 3 della «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea», secondo cui «nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati… il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani»; e) (non ultima) la «Mozione sulla clonazione umana a fini riproduttivi», approvata dal «Comitato nazionale per la bioetica» il 17 gennaio 2003. Eppure, nonostante questa ostilità, o quanto meno diffidenza, nei confronti della «clonazione umana riproduttiva», nonostante i buoni motivi che possono essere addotti per considerarla eticamente condannabile, chi più chi meno, sentiamo tutti che la scienza non si fermerà. Non appena saranno superati gli ostacoli «tecnici» che per adesso la rendono troppo rischiosa, difficilmente sapremo vincere la tentazione di clonare esseri umani. In altre parole, ci sono senz’altro buone ragioni per sostenere, come viene fatto peraltro nella mozione del nostro «Comitato nazionale per la bioetica» di cui dicevo sopra, che la clonazione umana rappresenti un «attentato all’unicità del soggetto umano clonato», una «forma estrema e indebita di predeterminazione del patrimonio genetico di un essere umano», una «forma di riproduzione umana che prescinde da un apporto biologico genitoriale, cioè dal contributo genetico di due soggetti di sesso diverso», una pratica che manca «delle necessarie garanzie di innocuità nei confronti del nascituro» e che potrebbe contribuire «alla ulteriore commercializzazione della vita umana». Ma, nonostante questo, possiamo star certi che, non appena gli scienziati disporranno di protocolli sperimentali capaci di garantire una «percentuale di rischio accettabile», gran parte delle perplessità nei confronti della clonazione umana verranno accantonate. Con conseguenze sociali, psicologiche e culturali in senso generale assai preoccupanti. Vediamone alcune.
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Parlando di biotecnologie in genere, Jürgen Habermas ha posto l’attenzione su un problema, su una loro possibile conseguenza socio-culturale, in ordine all’«autocomprensione che i soggetti hanno di se stessi», che mi pare valga a maggior ragione allorché si parla di clonazione di esseri umani. La clonazione infatti, in quanto predeterminazione del patrimonio genetico di un essere umano, potrebbe rappresentare un vero e proprio sconvolgimento dell’«autocomprensione», non soltanto di coloro che vengono clonati, ma anche di noi clonanti, in quanto soggetti liberi che riflettono su ciò che siamo «per natura». A detta di alcuni, tutto ciò altro non significa se non l’estensione delle nostre responsabilità. In fondo - si dice - non c’è niente di più naturale che preoccuparsi, poniamo, della salute dei nostri figli, i quali, se venuti al mondo per clonazione o per via naturale non fa differenza, per molto tempo dipenderanno pur sempre dalle nostre cure, da ciò che insegneremo loro in termini di valori, costumi, ecc. Habermas però ci aiuta a vedere la differenza che sussiste tra la responsabilità che abbiamo per la socializzazione dei nostri figli o per la loro salute e la responsabilità che «avremmo» di fronte alla predeterminazione del loro patrimonio genetico. Nel primo caso infatti, sussiste pur sempre per i figli la possibilità di far proprio o rifiutare riflessivamente ciò che i genitori hanno loro insegnato; nel secondo invece le scelte dei genitori avrebbero effetti irreversibili; i figli saprebbero di essere stati in un certo senso «programmati»; genitori e figli perderebbero sicuramente il senso della indisponibilità di ciò che, almeno fino a oggi, è stato considerato un che di «naturale». C’è chi sostiene che di fronte alla garanzia di non avere difetti congeniti o ritardi mentali il consenso del nascituro può essere dato per scontato; non mi sembra tuttavia altrettanto scontato che il nascituro accetterà di essere un clone.
In realtà, comunque la si voglia giudicare, la clonazione sconvolgerebbe le relazioni parentali e familiari. Non solo infatti verrebbe scisso l’atto unitivo della coppia dalla procreazione, cosa che avviene già nella cosiddetta procreazione assistita in vitro, ma addirittura verrebbe scissa la procreazione dalla complementarietà sessuale. Si produrrebbe una vita in laboratorio senza nemmeno l’uso delle cellule germinali maschile e femminile, dal momento che il patrimonio genetico della vita che si riproduce sarebbe già integralmente contenuto nella sola cellula sematica innestata nell’ovocita dal quale è stato tolto il nucleo. Siamo dunque ben oltre l’aspirazione, già di per sé piuttosto aberrante, di avere un figlio «su misura». La clonazione cancella letteralmente le relazioni parentali e familiari. Avremmo un «figlio» che avrebbe un rapporto del tutto asimmetrico con i suoi genitori, essendo figlio e fratello gemello del genitore da cui provengono i suoi geni, senza avere alcun grado di parentela con l’altro genitore. Anche le relazioni tra i sessi potrebbero uscire sconvolte. Le donne ad esempio non avrebbero più bisogno dei maschi per generare un clone, dal momento che, a differenza dei maschi, hanno l’ovocellula dove inserire il patrimonio genetico della cellula sematica. Si potrebbe pertanto delineare uno scenario dove la figura maschile diventa semplicemente superflua. Certamente infine la clonazione intacca l’ovvietà con la quale ciascuno di noi esiste in quanto «corpo», la consapevolezza che per un verso «abbiamo» un corpo e, per un altro, «siamo» un corpo. Ognuno di noi «ha» un corpo - diciamo infatti «le mie mani», «le mie braccia», «la mia testa». Ma un clone potrebbe avere l’impressione di avere il corpo di un altro, di stare dentro il corpo di un altro, di «essere» un corpo che è stato determinato da un altro in modo irreversibile e, per giunta, geneticamente identico a quello dal quale è stata presa la cellula sematica, e che quindi è «suo» fino a un certo punto.
Che idea potrà mai farsi un clone della propria identità? Come ha scritto Hans Jonas «il rampollo clonato (ipotetico) sa troppo su di sé e gli altri sanno (o credono di sapere) troppo su di lui», col rischio di rimanere come irrigidito nella propria personalità, a disagio o addirittura incapace di avventurarsi in quella scoperta di sé, che è poi anche un farsi scoprire dagli altri, così importante per la costruzione della nostra identità. Che quest’ultimo problema non sia irrilevante è confermato anche dalle crescenti preoccupazioni di tutelare fin da ora i diritti degli eventuali soggetti clonati. Lowrence Tribe, in un articolo pubblicato nel 1997 sul New York Times, considerava ingiusta un’eventuale proibizione della clonazione umana, poiché essa avrebbe potuto comportare una discriminazione nei riguardi dei bambini clonati in violazione di tale divieto. Emanuele Severino, partendo da presupposti molto diversi e con intenzioni molto diverse, sul Corriere della sera del 15 luglio scorso rafforza, se così si può dire, tale argomento scrivendo quanto segue: «Se l’alternativa all’individuo anticattolicamente programmato (quindi anche quello clonato) è che egli non abbia proprio a nascere e abbia a rimanere un nulla per sempre, allora l’individuo che, così programmato fosse nato, potrebbe anche dichiarare (lui o chi per esso) che un disagio infinitamente maggiore glielo procura il pensiero di aver corso il rischio di rimanere un nulla per sempre… Nemmeno le procedure genetiche cattolicamente corrette tolgono dunque il disagio nei più o meno direttamente interessati». Mi pare significativo il fatto che incominciamo già a ragionare come se i cloni esistessero, nell’intento di tutelare fin d’ora certi loro diritti, primo tra tutti quello di nascere. Tutto ciò è la riprova migliore di quanto dicevo prima, e cioè che ci stiamo già abituando all’idea che prima o poi li avremo in mezzo a noi. Ma quali saranno le possibili conseguenze sociali? Riusciremo ad esempio a evitare che i cloni diventino una classe sociale a parte? E se non ci riusciremo, saranno i cloni i membri della classe superiore o di quella inferiore? Che genere di conflitti sociali potrebbero aprirsi su questo fronte?
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Mi rendo conto che certe domande o le considerazioni che ho fatto a proposito della distruzione dei legami parentali e familiari possono anche risultare stucchevoli, segno quasi di un patetico ripiegamento su forme più o meno riuscite di terrorismo psicologico. D’altra parte, però, quando non vengono riconosciute le ragioni di principio che dovrebbero proibire lo sviluppo di certe tecnologie, non resta che confidare nel ribrezzo che potrebbero suscitare certe loro applicazioni. Come ha scritto in modo sarcastico John Gray, professore di European Thought alla London School of Economics, «se c’è qualcosa di certo nel secolo presente è che il potere sull’umanità da parte delle nuove tecnologie sarà usato per commettere crimini atroci contro di essa. Se diventa possibile clonare esseri umani, di sicuro verranno fatti crescere soldati le cui normali emozioni umane saranno deboli o assenti» (Straw Dogs, London 2002, p.14). Parole, queste, ancora più significative se pensiamo che l’autore non sembra esserne minimamente turbato, convinto com’è che anche l’uomo non sia altro che un derivato tecnologico, inventato da antiche comunità batteriche come strumento di sopravvivenza genetica, che a sua volta potrebbe essere rimpiazzato da macchine (p. 16). In ogni caso mi sembra che ci siano buone ragioni per ritenere che stiamo assistendo davvero a cambiamenti piuttosto rilevanti in quella che Habermas definisce «l’autocomprensione etica dell’umanità nel suo insieme». Alla fin fine, in quanto membri di una comunità che ama definirsi liberale e democratica, la domanda da farsi in questi casi è la seguente: possiamo considerare la clonazione di esseri umani un passo avanti verso l’autonomia e la libertà degli individui o siamo invece di fronte a un pericolo proprio per la nostra autonomia e la nostra libertà? I molti che in questo senso sono ottimisti, sono propensi a rivendicare la massimizzazione della libertà dell’individuo in ogni ambito di vita; ritengono che l’individuo debba essere libero di scegliere il tipo di figli che desidera avere, che lo scienziato debba essere libero di perseguire le ricerche che reputa giusto perseguire, che l’imprenditore debba essere libero di usare queste ricerche per creare ricchezza; pensano, in poche parole, a un mondo che somiglierà molto al nostro mondo, con in più terapie più efficaci, maggiore longevità e magari un livello di intelligenza più alto. Ma il minimo che si possa dire di costoro è che non hanno senso storico; non vedono che i crimini peggiori che l’umanità ha compiuto sono stati resi possibili proprio dalla tecnologia. Stalin o Hitler non avrebbero mai potuto costruire i loro campi di sterminio senza il telegrafo, i gas tossici o le ferrovie.
Il problema delle biotecnologie in genere e della clonazione di esseri umani in particolare impone che si esca da certi schemi di pensiero bio-evoluzionistici, tali per cui saremmo semplicemente di fronte a un altro stadio dell’evoluzione; richiede altresì una riflessione supplementare rispetto all’ambivalenza della tecnica, al fatto cioè che le tecnologie che allestiremo, anche grazie alla clonazione, continueranno a essere usate per il bene e per il male, come è sempre stato. La clonazione, occorre metterlo bene in chiaro, non è una tecnologia qualsiasi; è una tecnologia che, in se stessa, quali che siano i suoi usi anche positivi, ha qualcosa di inquietante; si configura come una sorta di actus intrinsece malus, rispetto al quale potrebbe valere la legge secondo la quale non sunt facienda mala ut veniant bona. E se le cose stanno in questo modo, occorre invertire la rotta. Non bastano più gli appelli generici alla coscienza dei singoli scienziati; occorre istituire un nuovo rapporto tra comunità scientifica e comunità dei cittadini; un rapporto che dia a questi ultimi un maggiore potere in ordine alla salvaguardia dei valori che hanno a cuore; un potere che potrebbe anche implicare la messa al bando su scala internazionale di pratiche come la clonazione di esseri umani. Si tratta invero di un compito molto arduo, considerato il potere di cui dispone il sistema scientifico. Oggi è la scienza, non più la Chiesa, a essere forte abbastanza da far tacere gli «eretici». E d’altra parte è alla scienza che oggi gli uomini prevalentemente si rivolgono, allorché si tratta di padroneggiare le contingenze della vita individuale o sociale. Solo la scienza sembra avere l’autorità necessaria per dispensare certezze al mondo contemporaneo. Consentitemi, concludendo, di spezzare una lancia in favore dei dubbi che a questo proposito vengono sollevati oggi dalla Chiesa e di fare un auspicio: che di questi dubbi l’apparato scientifico tecnologico e, in ultimo, noi tutti si sappia fare tesoro.
(Traduzione dal tedesco di Renato Cristin)