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Né militanti né terzisti solo responsabili

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Nella Scienza come professione (1918), Max Weber, con un esempio non poco significativo, scolpisce in maniera magistrale - e, a mio avviso definitiva - il ruolo dello studioso in una società aperta. «Quando uno parla sulla democrazia in una riunione popolare, non fa mistero del proprio atteggiamento personale: anzi, è questo il dannato obbligo e dovere, prendere partito in modo chiaramente riconoscibile. Le parole di cui ci si serve non sono in questo caso mezzi per l’analisi scientifica, bensì di propaganda per trar dalla nostra parte gli altri. Quelle parole non sono un vomere per fecondare il terreno del pensiero contemplativo, bensì spade contro gli avversari, strumenti di lotta. Ma in una lezione o in un’aula un simile uso della parola sarebbe sacrilego. Se vi si parlerà di “democrazia”, se ne osserveranno le diverse forme, se ne analizzerà il modo in cui esse funzionano, si stabilirà quali siano le singole conseguenze dell’una o dell’altra nella vita pratica, e poi vi si contrapporranno le altre forme non democratiche dell’organizzazione politica e si cercherà di giungere fino al punto in cui l’ascoltatore sia in grado di poter prendere posizione secondo i propri supremi ideali. Ma il vero maestro si guarderà bene dal sospingerlo, dall’alto della cattedra, a prendere un qualsiasi atteggiamento, sia esplicitamente sia con suggerimenti: giacché è il metodo più sleale, quello di “far parlare i fatti”». La caratterizzazione weberiana dello studioso è così precisa ed esigente che a nessuno potrebbe venir in mente di scambiare il docente o il ricercatore, di cui parla il grande pensatore tedesco, con l’intellettuale militante. Qualsiasi idea si possa avere di quest’ultimo, infatti - dalla più negativa (si pensi alla celeberrima frase del leader nazista: «Ogni volta che sento la parola “intellettuale” metto mano alla pistola») alla più favorevole (vedi i numerosi progetti di affidare agli intellettuali la riforma morale e intellettuale di una nazione) - si riscontra sempre un accordo sostanziale almeno su un punto: la pratica dei valori. L’intellettuale, in altre parole, non è visto tanto come un produttore (e trasmettitore) di conoscenze quanto, a seconda dei gusti, come un sacerdote al servizio di un ideale o un Dulcamara che vende illusioni e alimenta false aspettative, per conto di centri di potere, che perseguono finalità inconfessabili.
Nelle nostre società secolarizzate, questa funzione non può essere svolta da visionari o da profeti (laici o religiosi) ma esige di essere fondata sulla ragione positiva, su dimostrazioni convincenti. Ne deriva che il prestigio acquisito in campo scientifico può diventare una risorsa utile, se non decisiva, per l’intellettuale militante. Chi altri può essere autorizzato a dire ciò che è bene e ciò che è male se non colui che ha contribuito all’aumento quantitativo e qualitativo dell’umano sapere? Eppure tra le due «competenze», a ben riflettere, non v’è alcun rapporto necessitato. Chi, per lungo studio, è abilitato a enunciare giudizi di fatto (a spiegare come stanno le cose’) non può, per la sua pratica dei laboratori, rivendicare alcuna pretesa a ritenere inoppugnabili i suoi giudizi di valore («quali cose siano da considerare buone»). Per quanto riguarda, questi ultimi, infatti, siamo tutti competenti allo stesso modo: se così non fosse, non avrebbe senso e quella democratica sarebbe da considerare la peggiore forma di governo, un capovolgimento vero e proprio della struttura gerarchica del cosmo naturale. (E, non a caso, questa fu sempre la conclusione logica cui approdarono, negli ultimi due secoli, da una parte i «reazionari», e, dall’altra, certi «progressisti» anelanti alla sofocrazia illuminista e neo-illuminista). Si sosterrà, con questi rilievi, che la funzione dell’intellettuale è inutile, se non dannosa, e che la società migliore dovrebbe presentare i connotati opposti a quella che vagheggiava Platone, col suo governo dei filosofi? Sarebbe una illazione assurda e, oltre tutto, impraticabile giacché, come si legge nei Vangeli, «non di solo pane vive l’uomo». Gli uomini - tutti noi - hanno bisogno non solo di risorse materiali per provvedere alle loro necessità e difendersi dalle avversità ma, altresì, di valori, di ideali, di simboli che diano significato alla loro esistenza effimera - se riguardata nella prospettiva dell’infinità priva di senso del divenire cosmico di cui parlava Max Weber. In definitiva, è la paura della morte e dell’oblio che rende preziosi e insostituibili i servizi di quanti mettono gli uomini in contatto con le potenze della «trascendenza» (Dio, la Storia, le forze primigenie della Natura). Grazie a loro ci si sente anelli di una catena (la «grande catena dell’essere» di cui parlava Lovejoy), che non si spezzerà mai, per cui si continuerà a vivere, in qualche modo, ben oltre il breve passaggio terreno - come anime, salvate o dannate, da Dio; come «collaboratori» dello Spirito del Progresso; come frammenti cosmici che ritornano nel seno della Progenitrice etc. Nell’insuperabile complessità della politica, essi forniscono bussole di orientamento, prescrivono mete ideali, indicano quali uomini, quali classi dirigenti, quali partiti sono affidabili per il loro raggiungimento.
Sennonché lo studioso-che-si-fa-intellettuale quale influenza può svolgere nel campo di Marte in cui ha deciso di entrare? E questa influenza può risultare positiva solo se ad accoglierlo è uno schieramento ideologico progressista - l’illuminismo e la sua eredità politico-culturale? Si tratta di pregiudizio positivo non confermato dalla realtà effettuale. Gli intellettuali che hanno militato nella sinistra comunista, almeno in Italia, hanno ben poco contribuito - ove si eccettui una significativa schiera di «tecnici» ( giuspubblicisti, scienziati politici, economisti) - ad avvicinarla alla democrazia liberale. Quadri di partito, da anni impegnati come deputati, senatori, consiglieri, assessori ne hanno assorbito metodi e costumi molto di più dei Garin (vedi la sua intervista sugli intellettuali) o degli Asor Rosa. A sinistra, come del resto a destra, gli intellettuali, spesso e volentieri, hanno suonato la grancassa, gettando benzina sul fuoco delle passioni politiche, elaborando teorie e strategie funzionali solo ad approfondire il solco che divideva gli eserciti contrapposti. Ma può esserci responsabilità per lo studioso-che-si-fa-intellettuale? Innegabilmente, chi sceglie la politica, per citare ancora una volta Weber, deve essere pronto a venire a patti con le potenze infernali almeno nel senso che, nell’elenco delle priorità, il successo - l’efficacia dell’agire - deve precedere qualsiasi altra preoccupazione, ivi compresa la «salute» dell’anima. L’intellettuale militante - con buona pace di Norberto Bobbio e dei pretesi epigoni di Carlo Cattaneo - non può mai essere imparziale e obiettivo. Se milita, deve mirare soprattutto al «risultato», nella consapevolezza che, in politica, la sconfitta (quando non assume il significato di una testimonianza morale da lasciare ai posteri) diviene una sorta di peccato mortale, la condanna all’insignificanza assoluta. E, tuttavia, anche per lui, si può parlare seriamente di una forma di responsabilità. E, sotto un duplice aspetto. Il primo riguarda una responsabilità, per così dire, interna e ristretta al gruppo: nell’elaborazione delle strategie politiche da parte della leadership, lo studioso che-si-fa-intellettuale, forte della sua competenza scientifica, deve fornire ai «suoi» un quadro realistico del campo di battaglia, richiamando l’attenzione sugli oggettivi punti di forza e di debolezza delle schiere contrapposte, indicando, eventualmente, dove e come colpire; nello stesso tempo, però, deve guardarsi bene dall’avallare visioni mitiche e demoniache degli avversari nonché l’ottimismo con cui si pensa di sconfiggerli. L’altra responsabilità è esterna e di sistema. Lo studioso-che-si-fa-intellettuale, se davvero vuole rendersi utile alla «causa», non deve limitarsi a spegnere i furori ideologici che accecano e votano alla sconfitta ma, soprattutto, è tenuto a elaborare ragionevoli congetture basate sul calcolo costi/benefici, sia del conflitto che della cessazione delle ostilità. Lungi dal «gridare più forte degli altri» (come, in genere, capita ai filosofi e ai letterati che scendono in campo), ha il compito di prospettare gli eventuali scenari della decisione politica, le probabili perdite e le ipotizzabili vittorie con l’occhio rivolto alla comunità politica nel suo complesso, sapendo bene che le battaglie non debbono mai essere così radicali da far sì che il premio al vincitore sia la terra bruciata fatta dai nemici in fuga. Il suo motto non è fiat justitia, pereat mundus ma stiamo tutti nella stessa barca, sicché non conviene a nessuno lasciare all’altro la nave del governo piena di falle e alla deriva.
Se si dà uno sguardo all’intellighenzia italiana di questi anni, si può toccare con mano l’assoluta irresponsabilità di tanti studiosi/intellettuali. Il gioco al massacro della delegittimazione degli avversari è giunta, recentemente, al punto di far considerare appena «fuori le righe» una provocazione deliberata di un deputato tedesco nei confronti del nostro presidente del Consiglio - colpevole, a sua volta, di una battutaccia infelice - che, in altri tempi, e certo prima del fascismo, avrebbe scatenato non un incidente ma una vera e propria guerra diplomatica. È stato l’ennesimo esempio di un cattivo costume diffuso nei due poli, che si fronteggiano oggi in Italia. È altrettanto innegabile, però, che nello stile di significative componenti di quello progressista «c’è del metodo» ed è un metodo che viene da lontano ed è legato alla storia e alla funzione degli intellettuali italiani, si può dire dal Risorgimento a oggi. Vedendosi non come le lenti del potere ma come i suoi mentori gli studiosi/intellettuali di sinistra hanno sovente invitato a gettare il cuore al di là dell’ostacolo, a osare l’inosabile, a rivestire la loro passione rivoluzionaria di barocche filosofie della storia. Né le cose vanno meglio col terzismo ovvero con la pretesa patetica di non stare né di qua, né di là in attesa di nuovi e più presentabili attori politici. Chi opta per la pratica non può rimanere alla finestra (molti, per la verità, vi rimangono «in vendita», in attesa di venir comprati da qualcuno, ma questo è altro e ben più malinconico discorso..) ma deve contribuire, impegnandosi di persona, a far nascere il terzo uomo, disposto a impiegare nella difficile operazione tempo e risorse. Se non se la sente, esca dalla politica, rinunci al ruolo (troppo facile) di grillo parlante e si limiti a fare il suo mestiere di studioso. A scanso di equivoci, non sostengo affatto che a quest’ultimo sia interdetto l’occuparsi di public affairs. Tutt’altro! Il suo impegno intellettuale, in una dimensione oggi tanto decisiva per i destini del pianeta come quella politica, rappresenta per la collettività in cui vive un oggettivo e irrinunciabile arricchimento. Che vi siano istituti di ricerca, dipartimenti universitari, fondazioni varie che si dedichino allo studio dei fenomeni politici e sociali è il segno inequivocabile della maturità di un popolo. Ed è auspicabile che quanti operano nella produzione delle conoscenze facciano sentire la loro voce come columnists, collaboratori di riviste, commentatori radiofonici o televisivi etc. Le società civili hanno bisogno tanto di giocatori quanto di arbitri e l’arbitraggio - inteso non come ordalia ma come ben più modesta verifica del rispetto delle regole da parte dei giocatori - rientra legittimamente tra i compiti dello studioso intenzionato non a giudicare ma a descrivere il mondo. Esso significa la salvaguardia di un punto di osservazione non condizionato dalla logica del cui prodest, in cui si possano avanzare ragionevoli congetture su virtù e vizi, performances e fallimenti degli schieramenti politici (ma anche culturali in senso lato) in lotta.
Sono convinto che la prossimità alla russelliana saggezza dell’Occidente non si misuri dalle vuote declamazioni liberali ma dal radicato convincimento dell’importanza di preservare la tribuna dell’osservatore, anche qualora ne diventasse oggetto di critica. Quando gli atenei, le case editrici, le grandi testate giornalistiche, i media in genere, diventano postazioni belliche in cui far penetrare le nostre truppe, per la «società aperta» suona la campana a morto. E in passato si sono veduti i risultati di questa strategia entrista: gli studiosi/intellettuali hanno contribuito, indubbiamente, a ingrossare - con il loro apostolato soprattutto tra i ceti piccolo-borghesi inquieti e acculturati - le file della sinistra antagonista ma hanno, altresì, costituito un fattore culturale di ritardo per la trasformazione della sinistra antagonista in una responsabile sinistra di governo. Chi avesse loro parlato di «neutralità della scienza e della riflessione politica», di necessità di preservare uno «spazio critico» indipendente dai partiti e dalle preoccupazioni politiche contingenti avrebbe meritato il loro sarcasmo: nella società classista, non si può rimanere alla finestra, anche l’«inazione» vi diventa azione complice del potere. Non essendo nel loro interesse il disinteresse dell’osservatore, erano più portati a rispettare l’avversario in divisa (ideologica) che la «barba finta» dello studioso che si richiamava all’imparzialità. Una società liberale, per concludere, come non può fare a meno di studiosi/intellettuali responsabili - e tali in quanto contribuiscono a un agire che non sia cieco, ma sia sempre in grado di valutare alternative ed esiti decisionali - così, a fortiori, non può rinunciare agli studiosi-non-intellettuali militanti giacché una buona mappatura dell’esistente è la premessa di ogni seria e non effimera riforma nonché di ogni genuino e non illusorio recupero di istituzioni del passato, che si pensa di poter ricomporre a beneficio di tutti. Il mondo e la storia sono troppo complessi perché se ne possano mai cogliere le leggi, per non dire la ragion d’essere ma una conoscenza, che sappia i suoi limiti, non cessa di essere indispensabile a una società evoluta e proprio perché evoluta sempre disponibile a verificare la realizzabilità dei suoi progetti. Quando vedo tanti colleghi che invece di «fare chiarezza» - come sarebbe loro compito istituzionale - contribuiscono a infervorare gli animi, guidando girotondi e organizzando sit-in, mi sorprendo ad ammirare la potenza dell’ideologia che, rimuovendo drasticamente dalle menti la complessità dell’esistenza individuale e collettiva, riesce ad accecare persone peraltro normali - e talora umanamente gradevoli - al punto da far loro ritenere che quella complessità possa scomparire per incanto se si attacca la carcassa del mondo al chiodo fisso della loro filosofia della storia oppure, scomparsi i «grandi racconti», del loro manicheismo moralistico - che tende ad assumere sempre di più le forme dell’antiberlusconismo teologico.
 

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