In un articolo che mi concerne, pubblicato nello scorso agosto da Repubblica, Eugenio Scalfari usa parole di scherno per descrivere chiunque pretenda, con acrobazie e contorcimenti, di apparire «terzo» fra i due campi in cui è divisa la politica italiana. Anche nei quesiti rivolti da questa rivista ai suoi collaboratori (che cosa è il terzismo? opportunismo? superbia intellettuale? tattica? diffidenza per la politica?) ritrovo lo stesso atteggiamento. Nel gergo politico e giornalistico italiano «terzismo» è ormai il termine spregiativo e derisorio per «chi non sta né di qua né di là». È una brutta parola. Ma a coloro che siedono sul banco degli accusati non resta che imitare i gueux di Gugliemo d’Orange. Quando cominciarono a chiamarli «pezzenti», accettarono l’insulto e riuscirono a farne un titolo di merito. Prima di tentare una definizione del terzismo, occorre tuttavia sgombrare il campo da due falsi concetti che ritornano instancabilmente nelle discussioni sul mestiere del giornalista: l’obiettività e l’indipendenza. Nessuno di noi è obiettivo e indipendente. Quando scrivo, dipendo dalle mie convinzioni, dai miei pregiudizi, dall’educazione ricevuta, dalle esperienze fatte nel corso della mia vita, dai sentimenti di simpatia o di antipatia che mi sono ispirati dai protagonisti della vita politica. Dipendo dall’orientamento del giornale per cui scrivo. Se il mio commento appare nella prima pagina del Corriere della Sera, dovrò fare uno sforzo per conciliare le mie tesi con la linea mediana del giornale. Perché non dovrei farlo? Sono orgoglioso, ma non sino al punto di pensare che le mie opinioni siano necessariamente migliori di quelle di persone con cui ho comunque molte affinità. I commentatori che proiettano il loro ego sulla prima pagina di un giornale commettono un peccato di superbia e, peggio, un errore di stile. Dipendo dalla proprietà del giornale. Nella mia rubrica settimanale per Panorama ho criticato Berlusconi, il suo conflitto d’interessi, il pessimo clima della maggioranza. Ma l’ho fatto come un ospite che, pur non essendo d’accordo su molti punti con il padrone di casa, evita di trasformare un invito a pranzo in una rissa. Sono troppo prudente? Forse. Ma non ho mai letto nel Times di Londra un articolo contro Murdoch, nella Stampa un’inchiesta polemica sulla famiglia Agnelli e in Repubblica una spregiudicata indagine giornalistica sulla carriera di Carlo De Benedetti. Dovrei andarmene da Panorama? La casa è accogliente, è abitata da buoni commentatori e il rapporto con i lettori mi serve a verificare le mie opinioni.
Dipendo dalle mie speranze, vale a dire da ciò che vorrei accadesse nel mio Paese. Su questo punto ho convinzioni abbastanza ferme che finiscono inevitabilmente per pregiudicare i miei commenti. Credo che la crisi italiana degli anni Novanta fosse costituzionale e che non bastasse, per superarla, mettere insieme una nuova maggioranza. La Costituzione del 1948 era in buona parte responsabile della brutta piega presa dal sistema politico italiano negli anni Sessanta e occorreva riscriverla. Constato che il cambiamento della Costituzione non è avvenuto, che l’occasione è stata tragicamente mancata e che la sola cosa buona accaduta al Paese in questo periodo è il bipolarismo di fatto instaurato dalla legge elettorale del 1993 e dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi nei mesi seguenti. Ammetto che questa convinzione mi induce spesso a essere meno severo con lui di quanto non sia con coloro che, spesso intenzionalmente, cercano di azzoppare una volta per tutte il nostro bipolarismo imperfetto. È probabile che questo sentimento influenzi la mia opinione su certe procure. Ma su tale opinione pesano anche altre convinzioni. Non credo che la soluzione dei problemi italiani possa venire abbandonata, come è di fatto accaduto per più di dieci anni, nelle mani di funzionari irresponsabili, animati da una ideologia pangiudiziaria. Non credo che il diritto sia una divinità da adorare e so che non vi è Paese al mondo in cui l’equità, l’opportunità e l’interesse generale non prevalgano, in alcune circostanze, sull’applicazione di norme comunque discutibili e controverse. E credo infine che dietro il sostegno di una parte della classe politica all’azione di certi magistrati si nasconda la speranza di conquistare il potere per via giudiziaria. Ma so che Berlusconi, purtroppo, rischia di distruggere con una mano ciò che ha costruito con l’altra. Il suo conflitto d’interessi e le leggi approvate dal Parlamento negli ultimi due anni (falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto, temporanea impunità delle alte cariche dello Stato) regalano alla magistratura inquirente una legittimità e una credibilità a cui, in altre circostanze, non avrebbe diritto. È colpa mia se non posso stare «né da una parte, né dall’altra»? È colpa mia se le convinzioni con cui giudico i fatti della politica italiana non riescono mai a coincidere interamente né con le posizioni del centrodestra né con quelle del centrosinistra? Anzi, mi accorgo che i due campi sono per molti versi straordinariamente somiglianti. Dicono che il Paese ha bisogno di riforme istituzionali, ma si fermano lungo la strada di fronte ai primi ostacoli. Vogliono la modifica del sistema previdenziale, ma hanno proceduto sinora per piccoli passi. Sostengono che occorre garantire l’indipendenza della Rai, ma non intendono rinunciare al controllo del governo sulla televisione di Stato. E ciascuna delle due parti accusa l’altra di non fare ciò che essa stessa non ha fatto quando era al potere.
Merito ancora a questo punto l’appellativo di «terzista»? In realtà il fatto stesso che la parola venga usata con una connotazione spregiativa è un sintomo del male italiano. Come traspare dall’articolo di Scalfari «terzismo» suggerisce un rimprovero per coloro che rifiutano di prendere partito. Siamo di nuovo, come se il tempo non fosse passato, alla vecchia polemica sull’engagement degli anni in cui Jean-Paul Sartre lo predicava a Parigi e gli studiosi di Gramsci lo teorizzavano in Italia. Dietro l’accusa di terzismo, la tesi è più o meno questa. Il giornalismo di opinione non può essere un esercizio individuale motivato da convinzioni personali. Non deve proporre al lettore un metodo per valutare i fatti della politica. Deve avere un obiettivo e battersi per uno scopo. In questo giornalismo di battaglia, auspicato dai critici del terzismo, non vi sono fatti da verificare e responsabilità da accertare: vi sono nemici da colpire e amici di cui è opportuno, per carità di parte, ignorare le colpe. Vi sono verità da dire e verità da tacere. I due campi amano questo giornalismo perché sono fatti della stessa pasta. Non cessano d’insultarsi, ma ciascuno dei due sa perfettamente che cosa attendersi dall’altro e come reagire. La reciproca delegittimazione li libera dallo scomodo obbligo di dare risposte sensate a domande concrete. Questo giornalismo di battaglia risponde evidentemente ai gusti di molti italiani. Non vogliono essere aiutati a capire che cosa sta accadendo. Vogliono trovare nel «loro» giornale la conferma delle loro convinzioni e dei loro pregiudizi. È difficile spiegare altrimenti il fatto che l’Italia abbia tanti giornali schierati di cui è facile prevedere i contenuti, le opinioni e i silenzi. I «terzisti», in questo quadro, fanno la figura di scomodi grilli parlanti o, peggio, di scaltri attendisti. In un Paese in cui tutti sono sospettati di avere strategie segrete e ambizioni inconfessate, chi rifiuta di schierarsi deve avere ambizioni ancora più inconfessabili. Ebbene l’ambizione c’è, ma è confessabile. Il buon terzista vuole essere credibile. Sa che l’imparzialità, l’obiettività e l’indipendenza sono parole consunte dall’uso, ma spera di poter dimostrare ai lettori che i suoi giudizi, benché discutibili e spesso sbagliati, sono soltanto il risultato delle sue convinzioni.
P.S. Approfitto di queste considerazioni sul terzismo per rispondere all’articolo di Scalfari di cui ho parlato più sopra. L’articolo prende spunto da un mio editoriale per il Corriere della Sera sulle motivazioni della sentenza di un tribunale milanese nel processo Previti, e contiene una serie di attacchi personali che sono, ai fini della questione, irrilevanti. Il punto centrale dell’articolo di Repubblica è questo: perché, chiede Scalfari, mi occupo dello stile e del tono delle motivazioni, ma non dico che cosa penso della sentenza? La considero giusto o sbagliata? Ecco la mia risposta. La considero giusta, naturalmente. Come considero giuste tutte le sentenze emanate nei diversi gradi dei processi contro Giulio Andreotti, Carlo De Benedetti, Adriano Sofri e altri uomini polilitici o uomini d’affari italiani degli ultimi decenni. Sono tutte giuste, anche quando il giudizio cambia da una sentenza all’altra. Scalfari e io abbiamo vissuto abbastanza in Italia per sapere che da noi la giustizia è lenta, che i giudici dei diversi gradi giudicano in momenti e contesti alquanto diversi da quelli in cui furono commessi i fatti di cui si discute, che le sentenze possono cambiare radicalmente da un grado all’altro. Penso che su questo almeno potremmo essere d’accordo.