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Il terzismo è solo paura (dell’odio della sinistra)

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Baget Bozzo
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Diffido dei neologismi politici, creature dei giornalisti spinti a dare parole e sentimenti e fantasie, che non hanno un adeguato spessore di realtà. Penso che quello che si intende per terzismo sia un fenomeno che riguarda la Casa delle libertà e non la sinistra. La cultura italiana è, in tutti i suoi segmenti dominata dai frammenti della cultura di sinistra che possono coprire ogni spazio di possibile pensiero, progettualità e identità. Se la frammentazione della sinistra può essere politicamente una debolezza, culturalmente essa è invece una forza. La molteplicità delle culture di sinistra è un esempio perfetto di un termine che la sinistra ha molto amato, cioè il termine di pluralismo: non a caso, nei suoi bei giorni, la sinistra francese si era definita «maggioranza plurale». È impossibile fare un elenco delle sottoculture di sinistra, perché infine qui vale il principio tot capita, tot sentenziae: la sinistra è oggi la soggettività politica liberata e in questo trova la sua provvisoria felicità. È invece molto facile trovare quello che fonda l’unità della sinistra, cioè il rifiuto di Bush, di Berlusconi, Blair e così via. Questo rifiuto si fonda solo su se stesso perché se dovesse pensarsi, esso obbligherebbe la sinistra a uscire dal suo grande vantaggio esistenziale: la pluralità delle soggettività. Il no si fonda sul no, «senza se e senza ma». Naturalmente si possono nella sinistra trovare i residui del marxismo, dell’esistenzialismo, della scuola di Francoforte, di tutti i pensieri del secondo Novecento: ma non più in quanto pensieri, bensì in quanto negazioni. Non di concetti, ma di soggetti fisici, di altre soggettività considerate come repulsive della propria. L’ideologia era la definizione di un nemico, in nome di un principio, ora è la ripulsa di una persona in quanto soggetto fisico. Possiamo chiamare questo stato di cose culturali «nichilismo politico»?
Un esempio molto significativo di questa realtà ci sembra la rivista Micromega, una rivista che si dice di filosofia ma in cui sono rari gli articoli che si possono dire tali: il cuore della rivista è l’odio di Paolo Flores D’Arcais per Silvio Berlusconi. È quest’odio la ragione stessa che spinge Micromega a diventare il supporto della procura milanese, non un’analisi del fatto politico della Casa delle libertà. Tutto si riduce al conflitto Boccassini-Berlusconi, all’arringa non pronunciata. Il pensiero politico a sinistra è spento ma è sostituito da una forma residua: la negazione delle persone fisiche avversarie come casi personali e individuali, come negatività individuali. Certamente la stagione della sociologia è finita ma che essa fosse sostituita con il modello culturale della guerra al soggetto politico avversario in quanto persona fisica, questo è un fatto nuovo, che io chiamo «nichilismo politico». Che si chiami nichilismo non significa che sia nulla, significa che proietta sull’avversario la categoria del nulla come volontà di annullamento dell’avversario, divenuto il principio negativo non in quanto pensiero ma in quanto identità fisica. Forza Italia e la coalizione da essa costituita nasce da un evento politico che ha trasceso la cultura: la fine del comunismo. Per la cultura dominante in Italia questo evento era impensabile e per questo significò la fine della rivoluzione come pensiero e la disarticolazione della sinistra politica.
Ma il partito di Berlusconi, che si definì partito cattolico e liberale, aveva innanzi a sé le macerie del pensiero liberale. Il pensiero liberale finisce nel pensiero radicale di Marco Pannella e nel radicalismo politico di Eugenio Scalfari. Il radicalismo era nato in Francia dalle sue ceneri con Pierre Mendes France, che spostò il liberalismo da destra a sinistra e costituì l’inizio storico del gollismo. Da allora Repubblica è stata l’organo falsamente liberale di un pensiero radicale che intendeva produrre l’alleanza tra la grande industria e il grande sindacato come forma aggiornata della dittatura delle élites. Il carattere universale della filosofia della libertà di Benedetto Croce non ebbe né emuli né successori, venne sostituita da una cultura di pura critica della democrazia come regime improprio, avente un senso solo se governata da una classe dirigente illuminata. La democrazia venne vista come la realtà irrazionale che solo con la direzione dell’élites dirigenti poteva funzionare in senso civile. Dopo Croce il liberalismo come religione della libertà cede il passo al radicalismo come critica della realtà politica esistente nella forma dei partiti democratici che governano l’Italia. È il tipo di cultura che determinerà il golpe giudiziario, cioè l’idea che sia la magistratura la garanzia propria e ultima della civiltà delle istituzioni. Forza Italia non poteva contare che su una tradizione liberale minoritaria, prefascista, poiché il pensiero europeo e americano di carattere liberale era stato cancellato dal dominio della sinistra nei giornali e nelle case editrici e poi anche nelle televisioni. Così Forza Italia non poteva nemmeno contare su una cultura cattolica che, dopo la fine della Dc era divenuta anticapitalistica e antioccidentale, rivolta a creare isole etiche nel mare del capitalismo e, al massimo, a sostituire l’impegno nel volontariato all’impegno politico. L’etico e il sociale hanno costituito nella cultura cattolica il politico, che è rimasto come pura figura del potere: da usarsi senza identificarvisi, cioè senza assumerne la responsabilità morale e civile.
Queste analisi introducono alla comprensione del fenomeno detto «terzismo», che consiste in questo: si è di centrodestra per ragioni culturali e politiche ma esse rischiano di condurre colui che le porta alla condizione di nemico fisico designato. Il cittadino di centrodestra si trova diviso tra le sue convinzioni, le difficoltà di argomentarle sul piano culturale e la delegittimazione personale praticata dalla sinistra. Se un politico o un cittadino di centrodestra presta attenzione a sinistra criticando il governo, immediatamente esce dalla fascia del partito del male e viene riconosciuto come semi-buono. È accaduto in politica a tutti gli alleati di Forza Italia, i cui leader o esponenti sono stati legittimati o delegittimati nella misura in cui esprimevano dissenso o consenso alle posizioni di Berlusconi. Sono rari gli esponenti di centrodestra che, nelle loro dichiarazioni, non cerchino di mandare qualche messaggio a sinistra, anche magari solo col silenzio quando parlare è necessario. Il «terzismo» nasce dal dominio del nichilismo politico della sinistra sui mezzi di informazione sociale, negli organismi culturali, nelle scuole, nelle università. L’odio è la base di una militanza sistematica, forse la migliore. Il «terzismo» nasce dalla percezione dell’odio e dalla paura di esso. C’è più odio negli anni di Berlusconi che in quelli di Craxi e dei democristiani. I democristiani hanno sempre praticato la politica dei due forni, ma Craxi è sicuramente il primo esempio dell’odio che nasce dal magistero radicale di Repubblica e dalla fine del Pci. Il Pci, fino a quando è esistito, non era una cultura del nichilismo politico: poteva giustificare ogni atto proprio o altrui con la rivoluzione, ma la rivoluzione non comportava l’odio verso le persone. Il nichilismo politico, che determina la paura fisica e morale dell’incriminazione e dell’ostracismo è un fenomeno di questi anni. Si tratta di un odio intellettuale, di quello che una volta si chiamava odio teologico e che oggi è divenuto un odio nei confronti dell’avversario nella sua persona fisica: un fatto nuovo, di cui non conosciamo né il futuro né la soluzione.
 

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