Quella dell’immortalità materiale è un’illusione. Tutto ciò che vive deve morire. La vita è una particolare organizzazione della materia, dell’energia e della quantità d’informazione a essa associate che ha un’estensione limitata nello spazio e nel tempo. Possiamo anche dire che è vivo tutto ciò che prima o poi morirà e questo vale per tutti gli organismi, dalle sequoie ai batteri. Il fatto che non possiamo illuderci di raggiungere l’impossibile non significa però che non si siano fatti e che non si stiano facendo grandi progressi nel campo della salute e del benessere materiale. Non si dovrebbe mai passare da un estremo all’altro, ma è chiaro che all’uomo medio piacciono le opinioni estreme, come si può costatare dando anche solo un’occhiata ai dibattiti televisivi. Il sogno dell’immortalità viene da lontano e lo s’incontra presto anche nella vita. Leggendo dell’invulnerabilità di Achille e dell’immortalità degli dei della mitologia greca o ascoltando le fiabe è inevitabile interrogarsi su che cosa voglia dire essere immortali. Questo in realtà può significare cose diverse. La prima si riferisce alla lunghezza della vita: essere immortali significa non morire di morte naturale, o morire il più tardi possibile. Su questo piano non possiamo non notare che la lunghezza della vita si è estesa tantissimo. Quando ero bambino sapevo che se andava bene bene avrei campato fino a settant’anni. Nel frattempo le cose sono molto cambiate. La vita media si è allungata e continuerà ancora per un po’ ad allungarsi. Ma questo non basta per avvicinarsi a qualcosa di simile all’immortalità. Esistono infatti le malattie, gli incidenti, le guerre. Se uno volesse aspirare all’immortalità dovrebbe anche essere invulnerabile. Nel concetto di immortalità è incluso anche quello di invulnerabilità, anche se questa parola non è oggi molto in uso. Essere invulnerabile significa non essere feribile o, per meglio dire, non essere feribile a morte. Ma il concetto di immortalità racchiude in sé anche la prerogativa di non invecchiare: non basta non morire, conta soprattutto non invecchiare. Nessuno si augura di passare lunghi anni in malridotte condizioni di salute, fisica e mentale, e magari in una posizione di dipendenza dagli altri. L’aspirazione all’immortalità contiene perciò vari aspetti: il desiderio che la vita si allunghi, quello di non essere vulnerabile alle malattie e agli incidenti e quello di non invecchiare. Procediamo punto per punto, come si addice a un uomo di scienza. Per prima cosa tutti sanno che la nostra vita si è allungata e si sta ulteriormente allungando. La vita media in Italia è quasi raddoppiata negli ultimi cento anni, è aumentata di dieci anni negli ultimi quaranta e di nove mesi negli ultimi tre. Il che vuol dire che ogni anno la nostra vita media si allunga di tre mesi, creando così tra l’altro serissimi problemi al sistema pensionistico. Ovviamente l’aumento non potrà continuare a questo ritmo e a un certo punto dovrà cessare. Una cosa interessante è che il differenziale fra uomo e donna però è rimasto tale e quale nell’ultimo secolo: circa 7 anni. Tutti campiamo di più, ma la differenza di vita media fra donne e uomini è rimasta sostanzialmente la stessa. Il primo fatto è certamente dovuto al mutamento delle condizioni ambientali, mentre probabilmente il secondo riflette una differenza genetica. La vita media si è allungata, è aumentata l’altezza e il quoziente di intelligenza perché noi viviamo in condizioni di vita molto migliori di coloro che ci hanno preceduto. Ci nutriamo meglio, siamo più puliti, meglio curati e meno esposti alle calamità naturali, anche se la nostra società pullula di persone che sostengono il contrario e che si affannano a fare previsioni funeste per il nostro futuro. Il nostro patrimonio genetico non è cambiato negli ultimi 200 mila anni, mentre le condizioni di vita sì e le conseguenze si vedono, almeno sul piano materiale. È interessante notare come la vita si sia allungata grazie a piccoli ma continui miglioramenti sul piano alimentare e igienico-sanitario. Non è, almeno per il momento, il risultato di grandi scoperte scientifiche. In questi ultimi anni però l’uomo ha cominciato a comprendere qualcosa dei meccanismi biologici dell’invecchiamento e quindi della morte. Sono stati individuati numerosi geni coinvolti nella regolazione di tali eventi, nella nostra come in altre specie. Sono stati in verità gli studi condotti in specie lontane dalla nostra, come il moscerino della frutta, un vermetto nematode o addirittura il lievito che è un organismo unicellulare, ad aprire la via. Oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo inizia a conoscere le basi molecolari e genetiche dell’invecchiamento. Ma da qui a pensare che potremmo controllare a piacimento la durata della vita ci corre un bel po’: conoscere è una condicio sine qua non per fare, ma non garantisce automaticamente il raggiungimento di un risultato pratico. Siamo riusciti, è vero, a triplicare la vita di un verme o a raddoppiare quella di un moscerino, ma mettere mano ai circuiti regolativi di un essere umano impone molta circospezione e l’acquisizione di una sicurezza molto maggiore.
Forse i maggiori progressi sono stati fatti sul piano dell’invulnerabilità. Non possiamo certo dire di essere diventati immuni da malattie e incidenti, siamo ancora largamente in balia degli eventi, ma siamo incredibilmente avanzati per quanto riguarda la nostra capacità di prevedere e rimediare i danni fisici che la vita ci può riservare. La medicina, la chirurgia e la farmacologia hanno fatto enormi progressi, progressi silenziosi e quotidiani. Dagli antibiotici sempre più potenti e specifici ai nuovi materiali per gli interventi chirurgici, dai presidi diagnostici ogni giorno più vari ed efficaci ai trattamenti per prevenire l’ipertensione, è stato tutto un susseguirsi di cambiamenti per il meglio. Consideriamo poi l’introduzione delle trasfusioni di sangue, che sono quanto di più innaturale possa esistere, ma che hanno cambiato radicalmente il quadro degli interventi chirurgici, il trapianto di midollo osseo e quello di organi di vario tipo. Facciamo fatica a ricordarci del primo trapianto di cuore eseguito da Christiaan Barnard nel 1967. Oggi i trapianti sono all’ordine del giorno, trapianti di uno, di due e anche di tre organi alla volta. Questi avanzamenti hanno portato alla ribalta il problema del reperimento degli organi. Nonostante la generosità dei donatori, gli organi a disposizione sono sempre in numero insufficiente, anche perché abbiamo scoperto che non tutti gli organi vanno bene per tutti i pazienti: occorre che l’organo e l’individuo che ne dovrebbe beneficiare abbiano alcune caratteristiche genetiche in comune, altrimenti il trapianto non riesce oppure è addirittura dannoso. Per risolvere questo problema la scienza ha messo a disposizione in anni recentissimi uno strumento nuovo e francamente impensabile anche solo dieci anni fa. Sto parlando ovviamente della possibilità di preparare in laboratorio tessuti, parti di organo o anche organi su misura, che possiedano caratteristiche genetiche predeterminate. È un argomento di cui si è parlato molto e che nella stampa viene variamente indicato come «clonazione» o «cellule staminali». Si tratta di una cosa semplicissima sulla quale si tende generalmente però a creare la massima confusione possibile. Il tutto consiste nel far crescere una certa quantità di cellule relativamente indifferenziate, chiamate talvolta staminali, per spingerle poi a differenziarsi nel tessuto che si desidera. Facile a dirsi, non altrettanto facile a farsi, ma dalle potenzialità illimitate. Per ora ciò è stato possibile per la pelle e per la cornea, mentre per altri tessuti il gioco non è ancora proprio ben riuscito. Non bisogna illudersi. La soluzione dei vari problemi non è imminente, ma prima o poi verrà, soprattutto se si smetterà di polemizzare con acrimonia e senza cognizione di causa. La scienza scopre sempre nuove cose e le propone alla società cui spetta la gestione delle applicazioni. Non si tratta solo di permettere o di proibire, ma anche di decidere se e come le applicazioni pratiche delle varie scoperte devono essere messe a disposizione di tutti, magari a titolo gratuito. La società nel suo complesso deve prendersi le sue responsabilità e non delegarle ai tecnici o agli esperti di bioetica. Ci sono oggi moltissime decisioni da prendere. Ciò era vero anche in passato, ma allora il progresso era più lento e c’era tutto il tempo per soppesare il significato e la portata di quello che stava succedendo. Oggi tutto è più veloce e questa circostanza genera apprensione e un certo affanno. Ma alla società non è consentito sottrarsi alle responsabilità che le competono. Per prendere delle decisioni consapevoli bisognerebbe ovviamente essere informati. Questa dovrebbe essere un’elementare norma etica. Ma non sempre è così; non tutti parlano di cose che conoscono, anche perché alcune sono difficili da spiegare. La società perciò deve anche affrontare il problema della distribuzione delle conoscenze, in modo obiettivo, senza esagerazioni ma anche senza falsi allarmismi.
Questo è l’oggi: una vita più lunga con buone prospettive di allungarla ancora, prevenzione e cura di un numero sempre maggiore di malattie e incidenti. Sul fronte dell’«eterna giovinezza» invece si è fatto in verità molto meno, forse perché la gestione degli orologi biologici e dei meccanismi dell’invecchiamento presenta aspetti più complessi. Ma non c’è motivo di disperare. Anche in questa direzione sono possibili rilevanti progressi, fermo restando quello che dice Seneca: che non importa quanto si vive, ma come. Per quanto riguarda il futuro, qualcuno ha prospettato la possibilità che l’uomo possa raggiungere l’immortalità attraverso la clonazione. Questa affermazione può essere intesa in due maniere diverse, una abbastanza realistica, l’altra decisamente campata in aria. L’aspetto realistico della clonazione, abbiamo visto, è quello che riguarda la produzione di tessuti, parti di organo e interi organi partendo da poche cellule. Ciò permetterà in futuro di rigenerare alcune parti del corpo che non sono più in perfetta forma. Quando si parla di clonazione però ci si riferisce quasi sempre alla possibilità di costruire una copia biologica di un essere umano, partendo da un frammento di pelle, di mucosa o anche da un suo capello. Siamo ancora lontani da una simile possibilità e nessuno può sapere se sarà mai possibile. Se è vero che questo tipo di clonazione è riuscita con certi animali, è anche vero che questi animali tanto bene non stanno. Ammesso poi che una simile opportunità sia realistica, esistono comunque inconvenienti ineliminabili: per esempio, se faccio in questo momento un clone di me stesso, come minimo ci sarà una grande differenza di età fra me e questo clone, che avrà vent’anni fra vent’anni... Chissà se sarei in grado di vederlo cresciuto! Quale sarebbe poi la relazione fra me e questo clone? Ci sarebbe probabilmente una certa somiglianza fisica, per altro non superiore a quella che lega fra loro due gemelli identici, mentre non è affatto garantito che avrebbe un’indole simile alla mia, né le mie inclinazioni. Chiamare immortalità il risultato di questo tipo di operazione è insomma privo di senso. Se si anela all’immortalità la si vuole raggiungere per intero, non ci si accontenta che sia immortale una nostra mano, un piede, un ginocchio: si vuole raggiungere l’immortalità del corpo insieme a quella dei propri ricordi, delle proprie conoscenze e degli affetti. Altrimenti che gusto c’è? Ma togliamoci dalla testa che si possa clonare un essere umano nella sua interezza. Anche ammettendo che il clone assomigli fisicamente all’originale, è impossibile che possa assumerne anche i pensieri, le attitudini, le preferenze. In alcuni film di fantascienza è stata prospettata la possibilità di trasferire la mente presente in un individuo, tutto il suo patrimonio di ricordi e di conoscenze, in un altro corpo, magari più giovane e aitante. Questo già sarebbe più interessante, ma si tratta appunto di fantascienza, basata per giunta sull’assunto errato che ricordi e conoscenze siano una sorta di fluido che circola nel cervello e che possa vivere una sua vita indipendente da quello. Il super sogno fantascientifico di avere un corpo nuovo somigliante all’originale e iniettarvi dentro la nostra interiorità è assolutamente irrealizzabile. Per quanto ne sappiamo, insomma, l’immortalità materiale non è alla nostra portata, né oggi né domani, anche se è sempre rischioso fare previsioni sul futuro. Senza contare che negli anni gli stimoli e le motivazioni cambiano e non è sicuro che avremmo voglia di goderci una vita troppo lunga. A pensarci bene d’altra parte possiamo già dirci immortali. Platone e Aristotele possono essere letti e commentati anche oggi nonostante che siano morti da secoli. La stessa cosa vale per le opere di Galileo, di Leonardo, di Michelangelo o di Monteverdi. Se esiste un’immortalità propriamente umana, questa va cercata nella cultura e nella sua storia. Il corpo morirà, moriranno generazioni e generazioni di uomini, ma ciò che l’uomo ha prodotto e inventato può anche non morire.