Non c’è dubbio che per il governo e per la maggioranza che lo sostiene si apre una fase molto importante e impegnativa. I prossimi mesi, infatti, saranno decisivi per il buon esito di interventi e di iniziative dai quali dipenderà, in larga misura, non solo il futuro del Paese, ma la stessa credibilità della coalizione di centrodestra di fronte all’opinione pubblica. Non c’è tempo da perdere. La prima parte della legislatura, arrivata al giro di boa, anche per una serie di ragioni di ordine soprattutto congiunturale i cui riflessi si sono estesi a livello europeo e internazionale, non ha consentito alla maggioranza di esprimere in pieno le potenzialità del governo e di dare corso in maniera compiuta agli obiettivi di riforma delle istituzioni e di rilancio dell’economia che esso ha posto a fondamento del programma presentato agli elettori nel 2001. La situazione per molti versi si presenta critica al punto che, per evitare il rischio di un vero e proprio crack, sia sul piano economico che della stessa dialettica democratica, sono urgenti e non più rinviabili alcune iniziative riformatrici e rifondatrici del sistema italiano. Non sono ammesse, né consentite titubanze o esitazioni. Se, d’altra parte, la maggioranza non sapesse individuare subito la strada giusta da seguire e avviare le iniziative necessarie, non vi sarebbe il tempo, nella parte di legislatura che rimane a disposizione, per raggiungere il benché minimo risultato.
La riforma istituzionale Il governo, dunque, si trova di fronte a una serie di priorità non eludibili, in testa quella di carattere istituzionale-costituzionale. Non va dimenticato che la Casa delle libertà ha battuto il centrosinistra proprio sulla base dell’incapacità dimostrata da questo schieramento, durante i cinque anni in cui ha governato, di affrontare e risolvere in modo organico le questioni di carattere istituzionale sul tappeto fin dai tempi di Tangentopoli e di Mani pulite. I guasti compiuti dalle parziali modifiche introdotte in questo periodo, d’altra parte, sono sotto gli occhi di tutti. Occorre, perciò, porre mano assolutamente, in maniera equilibrata, razionale e complessiva al ridisegno della nostra architettura costituzionale. Il banco di prova principale è costituito dalla cosiddetta trasformazione federale dello Stato. Un obiettivo che va raggiunto non solo perché di per sé necessario, ai fini della modernizzazione e dell’adeguamento strutturale del Paese ma, come si diceva, essenziale anche per porre rimedio ai gravi problemi sorti a seguito dell’insufficiente e limitata riforma operata dal centrosinistra alla fine della legislatura precedente, che ha tra l’altro determinato un tale livello di contenzioso tra il governo centrale e i governi regionali da rischiare la paralisi del funzionamento della pubblica amministrazione pressocché in ogni settore. Sotto questo profilo, va detto che l’estate ha portato consiglio alla maggioranza. Lo sforzo compiuto attraverso il confronto tra i partiti e, soprattutto, il lavoro dei cosidetti quattro «saggi» nella baita di Lorenzago in Cadore, nonché il successivo incontro politico che ha coinvolto tutti e sei i partiti della maggioranza, compreso il Nuovo Psi e il Partito Repubblicano, hanno permesso di delineare i connotati di una riforma complessiva e organica del titolo secondo della costituzione che, pur necessitando di probabili miglioramenti e limature, in particolare su alcuni punti specifici, credo costituisca una base accettabile di confronto e di discussione. L’aspetto maggiormente soddisfacente di questa impostazione è quello in cui si individua il modo di equilibrare la nuova dimensione federale dello Stato con la necessità di salvaguardare non tanto un astratto interesse nazionale, quanto l’unitarietà dell’azione pubblica nei principali settori della vita del Paese. Un punto di equilibrio raggiunto mediante l’individuazione del Senato federale, cioè dell’attribuzione alla seconda Camera dello Stato di un compito di rappresentanza degli interessi del territorio. Una differenziazione con l’attuale bicameralismo perfetto che, tra l’altro, consente anche di risolvere il problema della riforma della Corte Costituzionale. Attribuendo al nuovo Senato federale il compito di eleggere una parte dei membri di espressione parlamentare della Corte, tale meccanismo permette infatti di introdurre e di garantire la rappresentanza degli interessi regionali in questo organismo, evitando una soluzione insoddisfacente con l’attribuizione direttamente alle Regioni del compito di esprimere questi membri.
Il premierato
Rimane, invece, da chiarire il problema della forma che dovrà essere attribuita all’esecutivo nella nuova carta costituzionale, che è stato solamente abbozzato e che dovrà essere meglio definito tenendo presenti fondamentali principi di equilibrio costituzionale. L’intesa di massima è stata raggiunta attorno alla figura del premierato. I connotati e le prerogative di questa figura, tuttavia, devono essere meglio individuati perché, diversamente, non esistendo nelle esperienze concrete di altre costituzioni una figura di questo tipo, si corre il rischio di affrontare in modo non sufficientemente definito un tema di indiscutibile centralità al punto da individuare una soluzione insoddisfacente o addirittura inaccettabile. Il punto chiave da cui bisogna partire è quello di avere presente che in ogni Costituzione che si rispetti e in cui, soprattutto, sono attentamente rispettati i principi di base della democrazia rappresentativa, occorre assicurare l’equilibrio tra i diversi poteri. Quindi anche tra il potere esecutivo e il potere legislativo. Di conseguenza, è indiscutibile che un rafforzamento dell’autorevolezza, della stabilità e dell’efficacia di azione del potere esecutivo, deve riflettere un effetto parallelo sulla capacità, l’autonomia e l’indipendenza di giudizio e di azione del potere legislativo. Basti pensare ai due esempi più noti di presidenzialismo nel mondo, cioè quelli americano e francese. Non è un caso che ambedue i sistemi costituzionali di questi Paesi, per quanto in parte diversi, proprio per il fatto di riconoscere al potere esecutivo una forte autorevolezza legata all’elezione popolare diretta, prevedono la possibilità, peraltro verificata concretamente, di un potere legislativo di colore e di identità politici diversi, o anche opposti, a quelli del potere esecutivo scelto dal popolo. Lo stesso dovrà avvenire anche in Italia. È giusta, dunque, l’indicazione di avere un potere esecutivo più forte e più autorevole, ma questo non deve e non può avere alcuna ripercussione sulle prerogative del potere legislativo, decretandone l’asservimento o un ruolo inevitabilmente subalterno e omogeneo al potere esecutivo. Nell’attuale versione del cosiddetto premierato avviene proprio questo. I punti delicati da considerare sono soprattutto due. Innanzitutto, la questione del potere di scioglimento delle Camere che, nell’ipotesi discussa, è attribuita al premier medesimo. Un’ipotesi per la quale si è fatto riferimento al cosiddetto modello inglese. Ebbene, anche qui bisogna fare molta attenzione. È vero, infatti, che il modello inglese prevede la possibilità che il premier sciolga il Parlamento in qualsiasi momento, ma c’è una differenza di non poco conto con il modello di premierato di cui si parla in Italia, giacché il premier inglese non viene eletto dal popolo bensì dal Parlamento, successivamente alle elezioni. Non solo. Va anche tenuto conto del fatto che il Parlamento inglese può cambiare lo stesso premier senza dover ritornare al corpo elettorale. Un caso concreto si è avuto con la signora Thatcher, quando il Partito conservatore decise di sostituirla con Major, senza che questo comportasse il ricorso al corpo elettorale. Allora, delle due l’una: o si punta alla soluzione di un premier eletto dal popolo, al quale quindi non è riconosciuto il potere di scioglimento delle Camere, oppure si opera una scelta diversa in base alla quale il premier è titolare di questa prerogativa.
Il sistema elettoraleL’altro punto delicato da tenere presente è quello relativo al sistema elettorale con cui viene scelto il Parlamento in concomitanza con l’eventuale elezione diretta del premier. È evidente che, in questo caso, per avere un assetto sufficientemente equilibrato è necessario che, in presenza di un’indicazione diretta del premier attraverso la scheda elettorale, il Parlamento sia eletto con un sistema proporzionale. Diversamente, un Parlamento eletto dal popolo con un sistema maggioritario creerebbe uno squilibrio inaccettabile. Si tratta, com’è chiaro, di aspetti e punti di non secondaria importanza dei quali bisognerà discutere attentamente prima di arrivare al voto finale. In ogni caso, da un lato, è senza dubbio positivo che si parta da una proposta di base in grado di consentire alla maggioranza e al governo di formulare in tempi ragionevoli una proposta al Parlamento; dall’altro, questo consente di scadenzare i tempi tecnici utili perché si possa prevedere l’approvazione di questa proposta prima della fine di questa legislatura procedendo, in quella successiva, a cambiare l’assetto complessivo e il funzionamento della nostra Repubblica, e portando contemporaneamente a termine il completamento della sua trasformazione in senso federale.
Il risanamento della finanza pubblica L’altro fronte, non meno impegnativo, è quello del risanamento della finanza pubblica. Si tratta di un passaggio assolutamente necessario, sia ai fini dell’andamento congiunturale dell’economia italiana che del ridisegno complessivo delle regole su cui si basa il funzionamento del cosiddetto Stato sociale, in modo particolare del sistema della previdenza, sia per il completamento della riforma pensionistica così come delineata dal governo Dini alcuni anni fa. È inutile ripetere le ragioni oggettive, soprattutto di carattere demografico, che rendono assolutamente improcrastinabile una riforma di questo tipo, così come è superfluo rilevare il danno di autorevolezza che la mancata introduzione di una tale riforma comporterebbe a livello europeo per l’Italia in un momento in cui, peraltro, Francia e Germania, gli altri due grandi Paesi europei che hanno lo stesso problema, pur in presenza di governi di colore diverso, hanno dimostrato di avere il coraggio e la volontà di affrontare concretamente questo nodo. Anche in questo caso, va detto che la maggioranza sembrerebbe muoversi nella direzione giusta. È assolutamente auspicabile in ogni caso che, in questo campo, non si frappongano considerazioni o elementi di carattere elettoralistico, o pur legittime e comprensibili resistenze di carattere sociale, destinate tuttavia a bloccare decisioni assolutamente necessarie per assicurare un futuro diverso al nostro Paese.
Il rilancio dell’economiaIl terzo terreno, che è forse quello più importante, sul quale si misurerà la capacità di intervento del governo, è quello del rilancio dell’economia italiana nella previsione di una possibile ripresa alla quale, se certo non è alle porte, bisogna pure prepararsi. Tale azione deve avere come cardini fondamentali da un lato un forte recupero di competitività per il sistema economico italiano, dall’altro una priorità nella finalizzazione dell’uso delle eventuali risorse aggiuntive che questo rilancio economico metterà a disposizione, vale a dire la soluzione, in termini strutturali, del ritardo del Mezzogiorno d’Italia. Si tratta di una sfida molto impegnativa. Sta cambiando attorno a noi il disegno geoeconomico dell’Europa come conseguenza, soprattutto, anche se non solo, dell’allargamento dell’Unione europea. Ebbene, se il fronte a Sud dell’Europa, e per quel che ci riguarda il Meridione d’Italia, non riuscirà a ridefinire le sue mission, i suoi obiettivi, il suo ruolo prima del 2006 (prima che, tra l’altro, non cambi anche il modo in cui le risorse europee interne verranno ridistribuite per le nuove politiche di coesione), sarà molto forte il rischio per la parte meridionale dell’Europa in generale, e per il Sud e l’Italia in particolare, di perdere da un lato un’occasione storica e dall’altro di venire confinati a una marginalità e un’irrilevanza mortali. Anche questo è un tema che, evidentemente, necessita di tempi brevi e che non può essere affrontato dopo il 2006. Di conseguenza, o saremo capaci subito di decidere le giuste iniziative nella direzione necessaria, in questa fase della seconda legislatura, o sarà perduta una nuova - forse ultima - occasione. Il cammino, come si vede, è molto impegnativo.
La coalizione e i rapporti tra i suoi partitiÈ pur vero, d’altro canto, che se si tratta di passaggi molto importanti, obbligatoriamente da affrontare ora, rappresentano pure altrettante occasioni e opportunità per la maggioranza per fare quel salto di qualità che l’opinione pubblica, e soprattutto quanti l’hanno votata, si attendono da essa. Allo stesso tempo è ovvio che queste stesse occasioni e opportunità possono diventare altrettanti terreni di sconfitta se la maggioranza non sarà all’altezza di queste sfide e non saprà corrispondere, con fatti e atti, e quindi non solo con parole e dichiarazioni velleitarie, a questa situazione. Qui, si introduce una riflessione sullo stato di salute della coalizione e sui rapporti interni tra i partiti che ne fanno parte. Il problema è molto semplice. La coalizione si è organizzata prima e ha vinto poi le elezioni del 2001 perché ha saputo definire un minimo comune denominatore di obiettivi programmatici: penso alla riforma costituzionale, o a quella fiscale, o all’infrastrutturazione del Paese, che erano chiari, condivisibili, corrispondenti alle attese della gente, e quindi sono stati premiati. Nei due anni e mezzo successivi, gli stessi partiti che avevano condiviso e accettato questo minimo comune denominatore, sono finiti poi per concentrare la loro attenzione e mettere in luce soprattutto gli elementi che li dividevano e li rendevano diversi. Questo, naturalmente, ha finito per indebolire l’azione concreta della maggioranza di governo e ha fatto sì non solo che buona parte delle promesse elettorali rimanesse sulla carta, ma ha reso più difficile corrispondere con un’azione efficace anche ai problemi sorti successivamente e non prevedibili prima delle elezioni, dando l’impressione all’opinione pubblica di una maggioranza frammentaria, divisa, rissosa. È evidente che il rimedio più concreto e urgente è quello di trovare una coesione unitaria. Questo non significa il superamento delle differenze d’identità esistenti tra le forze della coalizione. Vuol dire semplicemente saper concordare, definire e poi agire di conseguenza verso obiettivi comuni. La regola fondamentale perché questo avvenga evidentemente non è solo il recupero di uno spirito di coalizione, ma anche di un metodo di discussione, di confronto e di decisione comuni. Pure su questo punto, va detto, il mese di agosto ha segnato una svolta positiva, anche se alcuni aspetti relativi ai rapporti tra i partiti della maggioranza e al loro ruolo ci lasciano perplessi. Se, infatti, abbiamo apprezzato da un lato il coinvolgimento avvenuto recentemente nella riunione finale sulla discussione riguardo ai problemi della riforma costituzionale, dall’altro non abbiamo potuto fare altrettanto per il metodo seguito che ha portato prima a incontrarsi i quattro partiti più importanti e, successivamente, a comunicare le decisioni prese agli altri due partiti meno importanti. È stata un’obiezione della quale ci è stata riconosciuta la fondatezza. Ora, però, occorre che al riconoscimento formale seguano i fatti concreti. Se questo avverrà, la maggioranza potrà funzionare e anche le obiettive differenze di identità che esistono tra le forze che la compongono, potranno diventare una ricchezza e un valore aggiunto, e non una debolezza. Diversamente, le conseguenze e le negatività saranno evidenti. Prima fra tutte l’incapacità di operare. E il tempo a disposizione, come dicevo, non è molto. Non sfugge a nessuno, inoltre, non solo che bisognerà lavorare con impegno per i due anni e mezzo che ci separano dalla fine della legislatura, ma che sarà necessario e importante farlo soprattutto nei primi mesi del tempo che rimane a disposizione, vale a dire nella fase che ci separa dalle elezioni europee del giugno prossimo. Non solo per l’ovvia e banale constatazione che i passi successivi dipendono strettamente da quelli precedenti, ma anche per il fatto, altrettanto evidente, che l’autorevolezza della maggioranza nell’operare lungo questo periodo dipenderà anche dal consenso che essa dimostrerà di saper mantenere, oltreché naturalmente dall’effetto legato ai vari risultati elettorali che scandiranno i due anni e mezzo davanti a noi. La sequenza europee-regionali-politiche, già in passato ha dimostrato di essere una sequenza che si «autocondiziona». Un risultato negativo alle europee, quindi, non potrebbe che, inevitabilmente, indebolire la maggioranza rispetto ai periodi e alle scadenze successive; se, invece, essa dovesse uscire con una spinta propulsiva da questo primo importante appuntamento elettorale, avrà più facilità ad arrivare con lo stesso slancio ad affrontare gli impegni successivi.