LIBERAL BIMESTRALE di Francesco D’Agostino Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
Torna al sommario

Il titolo di questa riflessione, I padroni del genoma, possiede una sua ruvidezza, evocando, nel termine padroni, dimensioni di potere, emotivamente sgradevoli, e che solo la buona volontà di (alcuni) giuristi potrebbe essere in grado di neutralizzare, attraverso compiacenti norme giuridiche emanate ad hoc o benevole, innovative elaborazioni dottrinarie, che o sono così raffinate da poter essere adeguatamente percepite solo da un ristretto novero di addetti ai lavori o si presentano in genere caratterizzate da un semplicismo disarmante, che può giustificare tutte le illazioni. Si pensi, per fare un solo illuminante esempio, alla presa di posizione della Commissione europea, angosciata dopo anni di duro confronto sul tema della brevettabilità del vivente dal timore che il gap tra Usa ed Europa nel campo delle biotecnologie possa divenire incolmabile: in una direttiva del 1998 - Directive relative à la protection juridique des inventions biotechnologiques (98/44/CE) - ci si esprimeva a favore dei brevetti sul vivente (ivi comprese le sequenze geniche di origine umana) a condizione che non costituissero un attentato alla dignità e all’integrità della persona. A parte il nobile - ma ahimé quanto generico! - richiamo alla dignità, resta il fatto che se non è difficile, per l’uomo comune, raffigurarsi - magari in un suo modo personalissimo - la persona umana, è ben più difficile per lui costruirsi una raffigurazione delle sequenze geniche. Se è immediata per l’uomo comune la differenza tra la persona umana e la soggettività animale, è assolutamente impossibile per lui percepire la differenza tra le sequenze geniche di origine umana e quelle di origine animale. Che il diritto unisca in un medesimo testo, come nella Direttiva che abbiamo appena citato, «persona» e «sequenza genica» può forse essere inevitabile, ma per chi non sia un addetto ai lavori ciò non può non confermare nei confronti del diritto un’atavica - e per molti sana - diffidenza, quella diffidenza che tipicamente siamo portati a elaborare nei confronti di ciò di cui possiamo pure parlare (magari utilizzando un raffinato lessico giuridico), ma che risulta arduo rappresentarci, perché si colloca al di là di ogni nostra capacità di rappresentazione.
A differenza delle scienze giuridiche, che al massimo sono arrivate a personificare l’idea di giustizia nelle forme matronali di una donna austera e severa, che regge in una mano una bilancia, nell’altra una spada (rendendola ulteriormente sgradevole alla comune percezione), le scienze della natura si sono spesso avvantaggiate della loro possibile rappresentabilità iconografica. Abbiamo tutti imparato a scuola a distinguere il sistema tolemaico da quello copernicano grazie a rappresentazioni grafiche, certamente per forza di cose imprecise, però ben capaci di attivare la nostra immaginazione e successivamente le nostre capacità di apprendimento. Questo forse spiega la forza che ha avuto, come impatto visivo, l’icona dell’atomo, rappresentata come una sorta di micro-sistema solare: una rappresentazione che sappiamo essere scientificamente grossolana, ma che, forse anche per questo, ha goduto di un incredibile successo, come provò a suo tempo la sua velocissima introduzione in tutti i libri di scuola. Come immagine, essa è però oggi ormai resa assolutamente obsoleta dall’icona del Dna. È indubbio che questa possiede una forza straordinaria: colpisce lo sguardo con l’impassibile regolarità della sua forma elicoidale, lo intriga con il suo spessore tridimensionale, lo invita, attraverso il suo carattere di forma aperta, a elaborare un pensiero dell’infinito, che le forme geometriche tradizionali, le pur perfette forme della circonferenza o della sfera, non consentono di pensare. Quando ci viene riferita l’espressione, ormai entrata in qualche modo nell’uso, secondo la quale il genoma è immortale (nel senso che individua caratteri diacronicamente trasmissibili all’infinito), veniamo in qualche modo - ci piaccia o no - coinvolti, grazie anche a questa icona, in un pensiero che rimanda all’infinito, anche se depurato da ogni sensibilità metafisica.
Che valenza possiedono queste indicazioni iconografiche? Esclusivamente emotive e/o psicologiche, potrebbe affermare qualcuno. Altri potrebbero insistere sulle loro indubbie valenze estetiche (senza peraltro che sia necessario imbarcarsi nella complessa questione della valenza «estetica», e quindi «artistica» e quindi «artificiale» di una dimensione «naturale» e che quindi dovrebbe di per sé essere assolutamente agli antipodi da ogni «artificio»). In un modo o nell’altro, si potrebbe quindi ritenere che queste immagini possano evocare, se non l’essere in sé e per sé, almeno una sua dimensione: l’atomo, la dimensione della natura fisica, il Dna quella della natura biologica e quindi in qualche modo della nostra natura. Non ritengo che le cose stiano propriamente così. Se è indubbio che psicologicamente o emotivamente le icone evocano l’essere, è altrettanto indubbio che al di là della mera evocazione, ce ne danno altresì un’occasione di pensabilità (analogamente, le icone di soggetto religioso non si limitano a evocare l’immagine della Vergine o del Cristo, ma favoriscono obiettivamente la meditazione e la preghiera alla Vergine e al Cristo). Allo scienziato la rappresentazione iconografica dell’atomo o del Dna offrirà un’occasione di pensiero scientifico, sia in positivo (quando lo scienziato ritenga attraverso quelle immagini di avere uno stimolo o per la didattica o per ulteriori ricerche), sia in negativo (quando egli riesca a trascendere le immagini, per concentrare tutti i suoi sforzi sulla dimensione puramente formale dell’espressione matematica del loro oggetto). Per chi non è scienziato, le cose si pongono diversamente. L’icona dell’atomo può aiutare a pensare la natura non come l’insieme della totalità delle cose (un insieme in un certo senso «immenso», cioè infinitamente grande), ma come - paradossalmente - il luogo in cui si manifesta l’altra, e forse più straordinaria, dimensione della natura, quella di una assoluta omogeneità (per l’appunto atomica) pensabile nella logica dell’estremamente piccolo: un aspetto della realtà per noi fisicamente e visivamente non percepibile, ma che siamo in grado di rappresentarci come assolutamente strutturato. Il Dna - nella sua visualizzazione iconica - non può non offrirci un’occasione di pensare a noi stessi. Ma in qualche chiave? Se l’immagine dell’atomo ci induceva a pensare la struttura più intima della natura attraverso un rinvio a ciò che in qualche misura era per noi già noto (cioè il sistema solare), la doppia elica del Dna a cosa può rinviarci? Propriamente a nulla, se non a se stessa. Sotto questo profilo, si tratta di un’icona assolutamente inedita e pertanto in qualche misura inquietante. E l’inquietudine nasce da questo: nella sua perfezione tridimensionalmente geometrica, il Dna - o almeno il Dna che è espressivo dell’uomo - dovrebbe rappresentare noi che come soggetti siamo sì tridimensionali, ma di una tridimensionalità irregolare, sconnessa, irriducibilmente singolare: insomma, non riusciamo a coglierci attraverso i paradigmi formali della geometria. Giungiamo sì a percepire una linea di simmetria nel nostro corpo (e la simmetria è dimensione che evoca quella geometrica), ma solo a uno sguardo rapido e distratto, tanto significativi sono gli elementi che alterano, o almeno rendono estrinseca questa linea simmetrica. Quando ci guardiamo allo specchio, non percepiamo una forma, riproducibile nella sua formalità ad libitum, ma un corpo, unico e irriproducibile. Ma è proprio vero che, come corpi, siamo irriproducibili?
Appartiene alle provocazioni della genetica quella di rendere per la prima volta pensabile in modo non fantastico, grazie alla tecnica della clonazione, la ri-produzione intenzionalmente rigorosa di un corpo (oggi animale, domani - perché no? - umano). Contemplando la doppia elica del Dna, contempliamo una nuova, sconvolgente possibilità. Da questa contemplazione emerge con forza una nuova dimensione di quel pensiero, che, prodotto da noi, ha per oggetto il nostro stesso io. Dunque, siamo compiutamente riproducibili? E la nostra identità, quella che cogliamo in modo elementare, ma anche incredibilmente pregnante, attraverso l’immagine riflessa in uno specchio, non è in tal modo condannata a rivelarsi come un inganno, come una mistificazione, o - nel migliore dei casi - come un’illusione, alla stregua di quanto, da secoli se non da millenni vanno predicando i sapienti orientali? Chi pretendesse una verità iconica dallo specchio, non dovrebbe esigere di vedervi riflessa l’immagine della doppia elica del suo Dna, più che quella del suo volto?
Che domande di tal fatta non siano per nulla peregrine, lo dimostrano più che le speranze esaltanti le mille angosce che hanno accompagnato e accompagnano le ricerche di frontiera della genetica. Queste angosce hanno trovato fredde, ma non equivoche cristallizzazioni giuridiche in testi autorevoli: l’art. 4 della Dichiarazione universale dell’Unesco su Genoma umano e diritti dell’uomo del 1997 stabilisce lapidariamente che «il genoma umano, nel suo stato naturale, non deve dare origine a utili finanziari» (nel testo francese: Le génome humain en son état naturel ne peut donner lieu à des gains pécuniaires; in quello inglese: The human genome in its natural state shall not give rise to financial gains). Più generico, ma applicabile parimenti al genoma, il dettato dell’art. 21 della Convenzione europea sui diritti umani e la biomedicina, anch’essa del 1997, che insiste sul fatto che «il corpo umano e le sue parti non devono dare origine a utili finanziari» (le corps humain et ses parties ne doivent pas être, en tant que tels, source de profit). Se questi indizi non bastano, si pensi alla forte convergenza di opinioni che si è manifestata in tutto il mondo contro la clonazione riproduttiva. È difficile, in questo momento, prevedere se si giungerà a un bando realmente planetario di questa pratica, come pure hanno auspicato, e ai massimi livelli della comunità internazionale, Paesi come Francia e Germania. Quello che però è già assodato è che invece che lasciarsi affascinare dall’imprevedibilità del nuovo, e operare una sorta di apertura di credito agli scienziati, il senso comune si è piuttosto arroccato in un atteggiamento che non va interpretato come meramente difensivo, quanto piuttosto come riflessivo. Il no alla utilizzazione per fini speculativi delle conoscenze sul genoma o quello alla clonazione non derivano tanto dalla paura che queste pratiche possano alterare equilibri biologici ed ecologici, o che possano introdurre nel mondo esseri, in quanto clonati, meno che umani o umanamente diversi da noi o dare la stura a improbabili selezioni eugenetiche. Esso dipende piuttosto dalla nostra incapacità di raffigurarci come padroni del genoma, di oggettivare o meglio di identificarci fino in fondo con quel genoma, che ci insegnano gli scienziati essere la parte determinante - perché scientificamente analizzabile e quindi scientificamente ri-producibile - del nostro io. Alcuni possono pensare che questa incapacità da parte nostra di raffigurarci nella nostra immagine genomica dipende dal fatto che l’evoluzione scientifica è più rapida di quella psichica o - per usare il titolo del celebre libro di Günther Anders - dal fatto che l’uomo è antiquato. Preferisco invece pensare a una diversa ragione, che non ha nulla a che vedere con la storia dell’evoluzione della nostra coscienza, ma con ragioni di carattere antropologico-strutturale: noi siamo il nostro genoma e nello stesso tempo siamo molto più del nostro genoma. Logicamente, questo è un paradosso; ma noi sappiamo che i paradossi sono veri e che è fatica inutile pretendere di scioglierli; e che comunque i paradossi aiutano a pensare. In questa situazione paradossale di indecidibilità, diventa impossibile parlare di proprietà a carico del genoma, non perché l’uso del materiale genetico e delle informazioni che esso contiene non abbia rilievo in materia di riproduzione, di terapia e di mercato, ma perché la categoria di proprietà implica, nella nostra ormai immemoriale esperienza giuridica, l’oggettivazione del bene di cui si pretenda di essere proprietari. Nei limiti in cui noi siamo molto più del nostro genoma, potremmo pure oggettivarlo; ma nei limiti in cui noi siamo il nostro genoma, l’oggettivizzazione è resa impossibile dal carattere soggettivo che ineludibilmente il genoma possiede. Così forse siamo in grado - anche contro le intenzioni di coloro che l’hanno scritta - di rendere ragione della formula, ormai celebre, del primo articolo della Dichiarazione universale dell’Unesco su Genoma umano e diritti dell’uomo, quando si definisce il genoma umano, in senso simbolico, «patrimonio dell’umanità» (il testo francese parla di patrimoine de l’humanité, quello inglese invece parla di the heritage of humanity). Ciò che è patrimonio di tutti non è proprietà di nessuno; di questo specialissimo patrimonio possiamo - come lo è del suo territorio il Tom Bombadil del romanzo di Tolkien, Il Signore degli anelli - essere signori, ma certo non padroni.
Si può spiegare questo rapporto paradossale che si dà tra noi e il nostro genoma? No, o almeno non del tutto, così come non si può spiegare del tutto il paradosso della nostra corporeità, che da una parte ci qualifica intimamente ed esternamente (è attraverso di essa che ci offriamo allo sguardo dell’altro), con la quale coincidiamo davvero in tutto e per tutto, ma dalla quale, peraltro, possiamo anche prendere, per dir così, le distanze. La fenomenologia ci ha spiegato che siamo un corpo e che abbiamo un corpo; la genetica oggi ci convince che siamo il nostro genoma e che abbiamo quel genoma che è assolutamente e univocamente il nostro. E lo abbiamo, oltre tutto, come patrimonio comune del gruppo di consanguinei cui apparteniamo: prova - se mai ce ne fosse bisogno - che il tu viene prima dell’io e che la nostra stessa possibilità di essere come individui ha una radice relazionale. È indubbio che ciascuno di noi è legittimato a rivendicare la sua identità, fisica e genetica, perché da essa dipende il nostro io; ma è nello stesso tempo indubbio che il nostro io permane al di là delle mutazioni - e a volte purtroppo delle deformazioni o delle mutilazioni - del nostro corpo (e, in qualche misura, anche del nostro patrimonio genetico). Ecco perché uno specchio non ci inganna riflettendo il nostro volto, perché il nostro volto ci rappresenta meglio della doppia elica del nostro Dna: perché l’immagine che vediamo riflessa nello specchio quando ci poniamo davanti a esso porta i segni del tempo che passa, della fatica che ci opprime, della gioia o della tristezza che ci pervadono, della salute che sorregge: in breve di quell’io che noi siamo. Anche lo specchio elabora e ci rinvia un’immagine iconografica: ed è l’icona di una persona. Mentre la doppia elica del Dna, nella sua affascinante struttura formale, veicola solo l’icona impersonale di una forma geometrica.
Nessuno può sapere se tra queste due icone - quella antichissima, intima, personale dello specchio e quella nuovissima, geometrica e formale del Dna - si instaurerà una contrapposizione polare o una benefica dialettica o se ciascuna progredirà per una propria via, nella più assoluta indifferenza per l’altra. Nessuno può sapere se l’icona del Dna, grazie al substrato scientifico che la sorregge, relegherà l’altra nell’ambito in definitiva irrilevante dell’esperienza solipsistica o se invece il carattere necessariamente aperto e non ripetitivo dell’icona personalizzante dello specchio non riuscirà a confinare la doppia elica nel novero delle immagini scientifiche capaci sì di affascinare lo sguardo ingenuo, ma anche di annoiare quello più avveduto. Nessuno può sapere se la fotografia, questo modo di rispecchiare il nostro viso sulla carta, lascerà il passo, come strumento di identificazione, all’icona del genoma o a qualsiasi altra sua possibile formalizzazione magnetica. Quello che è certo è che nel conflitto tra icone vince alla fine quella che, indipendentemente dalla sua funzionalità operativa, meglio dell’altra sappia attivare non solo lo sguardo, ma soprattutto il pensiero. Quella cioè che contribuisce a tener desta nell’uomo la domanda inesauribile sulla propria identità.
|