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L’esempio Raffarin

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Baiocchi
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Nell’ultimo scorcio di attività politica prima delle ferie estive si è portato come «esempio virtuoso», nel dibattito sui media, il passo sicuro sulla via delle riforme del «provinciale» Raffarin. Del premier francese si sottolineavano la determinazione tranquilla e la capacità di procedere nell’attuazione di quel radicale programma di governo con il quale aveva stravinto le elezioni legislative di un anno prima. E Raffarin, sfidando più volte l’impopolarità, aveva condotto la sua battaglia riformatrice sulla sanità e la previdenza, insomma su quei gangli strutturali che rappresentavano il ricambio ineluttabile e improrogabile del costoso Welfare State. Tutto vero, buono e giusto. Tranne un piccolo (ed enorme) particolare. E cioè che il processo riformatore francese del centrodestra di Raffarin (come pure in epoca appena precedente - a cominciare dal 1997 - l’esperimento riformatore del laburista Blair in Gran Bretagna) era partito secondo una rigida gerarchia di priorità da un primo punto irrinunciabile: la devoluzione. Infatti, già nel luglio 2002, (e cioè come primo atto di governo) la coalizione guidata da Raffarin aveva lanciato un impetuoso processo di decentralisation (copiare il termine britannico devolution sarebbe stato troppo per l’orgoglio gallicano). Nel Paese storicamente più giacobino e centralista il trasferimento di consistenti poteri alle periferie (con il rango costituzionale attribuito per la prima volta alle Regioni) ha attraversato il dibattito interno francese per più di un anno, anche se «coperto» all’estero dal clangore delle armi e dalla polemica interatlantica tra «vecchia» e «nuova» Europa sull’intervento armato in Iraq. Secondo un calendario estremamente cadenzato la devoluzione in salsa gallica ha visto una rapida approvazione da parte del Parlamento (entro dicembre 2002) eppoi un coinvolgimento serrato delle realtà locali per ottenere dal basso il contributo più democratico al processo e alla gradualità del trasferimento di competenze e dei relativi poteri. Solo allora, quando cioè il cammino della devoluzione e dell’intera riforma dello Stato appariva ormai irreversibile, il governo centrale ha deciso di metter mano (anche in presenza di conti economici ben peggiori dei nostri) al cambiamento di sanità e previdenza. Perché le riforme sociali potevano trovare terreno fertile e applicazione concreta soltanto in uno Stato radicalmente modificato, in particolare nelle nuove e più responsabili istituzioni del territorio, diventate così ricettive e autonomamente collaborative.
Le considerazioni che precedono sembrano così rispondere meglio di altre alle domande poste sullo «stato dell’arte» dell’attuale coalizione di governo italiano. E cioè che la riforma dello Stato e l’attuazione pratica del federalismo potevano, come verificato sul campo altrove (e in due diversissime realtà politiche come i laburisti di Blair e il centrodestra di Raffarin) costituire il prodromo necessario dell’azione integralmente riformatrice: aver dilazionato questo sigillo fondamentale del programma vincente del maggio 2001 e aver preferito anteporre altri (sia pur legittimi) settori di intervento appare esser la causa prima (se non la più profonda) delle rilevanti tensioni interne all’alleanza e all’incaglio nel dispiegarsi dell’azione complessiva del cambiamento atteso e promesso. Anche perché nei due anni e più trascorsi dall’esercizio delle responsabilità di governo sono profondamente mutate le condizioni strategiche, economiche e culturali degli scenari internazionali. Dalla ferita dell’11 settembre l’intero Occidente è costretto a interrogarsi alla radice sulla sua identità ultima, sul suo ruolo e sulle nuove responsabilità in un pianeta in forte e spesso preoccupante movimento. E nel nuovo quadro internazionale, si alzano e si aprono sfide antiche e nuovissime alle quali il Paese risulta pateticamente inadeguato. E attrezzare il Paese all’impatto di queste sfide più difficili appare essere il compito forte e nobile della scommessa di governo: oltretutto nella aggiuntiva responsabilità della semestrale presidenza europea. D’altronde, ed è qui la prova più impegnativa, è comunque dentro il ventre dello Stato che si sostanzia insieme la palude stagnante della conservazione o la capacità di ripulire le acque putride, di canalizzare i passaggi riformatori, di restituire futuro. Un esempio a proposito dello scoglio forse più scabro che la coalizione si trova davanti, quello previdenziale. La riforma delle pensioni francese ha trovato spontaneamente di fronte alla piazza dei dipendenti pubblici fortemente sindacalizzati una «contro-piazza» di giovani determinati a non lasciarsi sequestrare il proprio avvenire. Qui, invece, in un contesto complicato dai mille rivoli di una giungla previdenziale nutrita di leggine consolidate nel tempo, non sembra scomparsa la robusta nostalgia per quella condizione privilegiata del pubblico impiego, secondo la quale, in un tempo sciagurato e non lontano, i dipendenti pubblici potevano andare in pensione a 37-38 anni di età perché bastavano i contributi per aver lavorato 19 anni, sei mesi e un giorno.
Oggi, è vero, non è più così. E tuttavia il processo di equità sociale tra pubblico e privato è ben lungi dall’essersi compiuto: e il ritardo nella definitiva equiparazione pesa nell’azione di governo ben più delle polemiche aspre e a volte gustose che contrassegnano i duelli interni alla maggioranza. Sui quali, se è consentito, appare utile sottolineare un aspetto che, in forme e in modi diversi, riguarda tutte le componenti e cioè l’appannamento delle identità delle differenti anime dell’alleanza; come se le logiche insoddisfazioni e la vis polemica nei confronti dell’altro facessero premio sulla necessità di affermare in positivo le proprie originali peculiarità che avevano costituito il «sale» autentico dell’incontro e della concorde elaborazione del programma di governo. Vale, a quanto sembra, a cominciare dalla forza più consistente che, tra l’enfasi sulla giustizia e le estemporanee uscite di suoi ministri o autorevoli parlamentari, comunica sempre meno (fino al punto di farlo considerare come smarrito) quell’originalissimo «mix» tra «liberalismo vigoroso» (con la liberazione del mercato e delle energie vive della società) e «diritto naturale» (con la tutela della vita, della famiglia e delle comunità) che aveva conquistato, insieme alla «cultura del fare» di stampo brianzolo, la fiducia e il consenso di milioni di cittadini. Ma se è appannata l’immagine di Forza Italia, lo è per altri versi anche quella di Alleanza Nazionale. Che appare aver delegato soltanto al Colle (o forse di aver permesso senza combattere di farsi portar via) quei valori di orgoglio italiano, di appartenenza nazionale, di ordine e sicurezza che ne costituivano l’anima. E per questa via ha finito negli ultimi mesi per configurarsi (anche se non è così) come gregaria e complice di un confuso «centrismo» al quale rassegnarsi a fare non solo il «portatore d’acqua» o di numeri parlamentari, ma anche magari di voti e di elettori... Vale anche per la Lega Nord che ha accettato di apparire talvolta solo il «Pierino» dell’alleanza, disperdendo in polemiche sopra le righe quella carica genuina di energie riformatrici che le avevano suscitato simpatie a volte non scontate. Forse a causa di una qualità della comunicazione politica recentemente scaduta, non è riuscita a trasmettere più l’immagine di «forza positiva», capace di trainare la coalizione sui sentieri del cambiamento. E nel litigio rancoroso ha finito per svalutare nella percezione collettiva anche i passaggi importanti della sua azione di governo (dall’immigrazione al mercato del lavoro alle politiche per la famiglia)… Vale per l’Udc: il partito formato più di recente sembra nell’opinione comune esercitare come funzione prevalente, se non esclusiva, quella di preparare l’«oltre». Oltre Berlusconi, oltre la Casa delle libertà. Come se la transizione italiana sigillata dal maggioritario fosse una parentesi da chiudere prima o poi per rientrare nell’immortale gioco delle maggioranze variabili e delle congiure di Palazzo. Certo: la «moderazione» è virtù principe della politica ma appare anche flebile schermo laddove l’affermazione ad esempio delle «radici cristiane d’Europa» pretende una scelta di campo senza mediazioni. Meraviglia allora l’annebbiarsi di un’ispirazione ideale, mentre si proietta, al di là delle singole volontà, l’immagine prevalente come resistenza astuta a ogni novità e come pervicace tutela della conservazione.
In definitiva non è difficile supporre che solo attraverso il recupero coerente delle singole identità è possibile ritrovare insieme la coesione politica e la «voglia» di adeguare il Paese al secolo nuovo. E le frequenti attestazioni di lealtà allo spirito della coalizione, pur se legittime e sincere, scivolano come acqua sulla pietra di un contenzioso interno tanto sordo e profondo quanto periodicamente esibito. D’altronde il capitale di fiducia e di speranza accumulato alle elezioni del 2001 non può non essere fatto fruttare, pena l’aggravarsi delle tensioni interne e il regalo di un credito pubblico a una opposizione che, pur se rifiutata nei contenuti, rischia di apparire comunque più «professionale» e affidabile. E dunque, se è permesso avanzare un suggerimento comune, basterebbe avere il coraggio di rispondere al sensato interrogativo che è venuto a chi scrive da cittadini normali di media cultura e da osservatori attenti e sinceramente preoccupati delle sorti dell’alleanza. Eccolo: «È mai possibile che l’Europa sia tutto un cantiere, che abbiano fatto le riforme nazionali Aznar e Blair, che le stiano facendo Raffarin e persino Schroeder (sotto la spinta dei «conti cattivi»); che in tutti gli altri Paesi si accendano alti dibattiti politici e dure battaglie parlamentari, ma poi, quando le riforme sono approvate, entrano in vigore e soprattutto da subito si applicano? E solo in Italia si vive la sensazione frustrante che “non cambia niente”, che tutto resta come prima…?». Forse perché soltanto in Italia c’è uno Stato fatto così, perenne e immobile, intrecciato dalla vischiosità di apparati, corporazioni, «confraternite» e burocrazie stratificate nel corso dei decenni e in grado di sbriciolare nel concreto i segnali di mutamento che le legittime istituzioni democratiche approvano e tentano di imporre. Ed è allora questa l’unica via che si presenta alla coalizione per la seconda parte della legislatura: le riforme si fanno soltanto se si riforma lo strumento che deve metterle in pratica e trasmetterle concretamente ai cittadini. Altrimenti l’opportunità del cambiamento resterà solo una grande e terribile disillusione.
 

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