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Riformiamo l’Italia oppure è finita

LIBERAL BIMESTRALE
di Angelino Alfano
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Chi si troverà a raccontare, con il distacco dello storico, questi ultimi dieci anni di vicenda repubblicana, dovrà riconoscere che quando, dal 1992, la storia dell’Italia voltò pagina, nessuno poteva immaginare che, immediatamente dopo, interi capitoli sarebbero stati dedicati a Silvio Berlusconi, al suo partito e a un’inedita coalizione da lui guidata. A conferma dell’opinione di chi sostenne che la politica non è una scienza bensì un’arte, l’intuizione ebbe premio sui calcoli e il trasporto della volontà popolare di cambiamento travolse ogni elegante ordito e ordinato costrutto che ineccepibilmente prevedeva il successo della gioiosa macchina da guerra progressista. Così come sempre accade nelle epoche di rottura storica e istituzionale, l’opportunità del governo è offerta a chi prima e meglio comprende le ragioni di crisi del sistema traducendole in proposta programmatica. A maggior ragione quando la fase storica è anche caratterizzata da un mutamento di sistema elettorale. Berlusconi intuì che con la legge maggioritaria nasceva anche in Italia la democrazia dell’alternanza e che i governi (e le coalizioni) avrebbero necessariamente dovuto fondarsi su presupposti radicalmente diversi da quelli del passato. Sempre di governi di coalizione si sarebbe trattato, ma di tutt’altra specie e natura. Valori condivisi innanzitutto, ma anche programmi comuni e una leadership unificante che supera lo specifico delle singole forze politiche. Questa è la formula delle moderne democrazie bipolari e questa fu la proposta di Berlusconi, intelligentemente collocata a distanza siderale dal modello caduco di governi nati senza alcun patto con gli elettori e morti dopo un anno. Anche dal punto di vista culturale la collaborazione tra laici e cattolici fu presentata e spiegata in termini nuovi, andando oltre gli ossimori dei governi di pentapartito, figli di accordi anche robusti ma che continuavano a postulare che laici e cattolici avessero identità politiche e valori di riferimento opposti. Nell’ipotesi berlusconiana laici e cattolici costituiscono il binomio portante di un soggetto politico che recupera le tradizioni cattolico-liberali e del riformismo laico-socialista, facendole riaffiorare da quel fiume carsico sul cui letto avevano percorso la storia del nostro Paese dall’Unità a oggi. Nella logica di coalizione questo soggetto ha sposato il federalismo ed il conservatorismo nazionale e comunitario. Invero, in principio fu la leadership. Né poteva essere diversamente, considerata la repentina discesa in campo di Berlusconi e la nuova legge elettorale che enucleava proprio nella leadership dello schieramento il primo, più visibile e anche più profondo messaggio innovativo del nuovo sistema. Berlusconi ha portato questo elemento fino all’estrema coerenza di scrivere il proprio nome sulla scheda elettorale, imponendo di fatto la stessa scelta alla sinistra e producendo la grande rivoluzione della (sostanziale) indicazione popolare del premier. Rivoluzione che ha cambiato per via fattuale i connotati della forma di governo prevista dalla Costituzione, spingendo le forze politiche e il Paese verso la riforma delle nostre istituzioni.
L’incomprensione di questo nocciolo costitutivo della nuova fase politica è alla radice dell’occasione di governo sprecata dalla sinistra. La pretesa di chiedere nel ’96 il voto per Prodi, vincere, farlo cadere, e poi fargli seguire tre altri governi con due nuovi presidenti (D’Alema e Amato) indicando un quarto soggetto (Rutelli) per la competizione con Silvio Berlusconi fu esiziale per la sinistra. Si trattò, dunque, di incomprensione del sistema ma anche di un forte riflesso condizionato d’arroganza e presunzione: chiedere agli italiani il voto per un governo e farne degli altri cambiando maggioranza parlamentare. In tutto ciò senza dubbio fecero gioco sostanziali disaccordi programmatici e la mancanza di una base identitaria comune della coalizione di centrosinistra. Del resto, il ritorno a Prodi per le elezioni politiche del 2006, dopo dieci anni dal successo (discutibile per altri versi) dell’Ulivo, segna il riconoscimento tardivo ma eclatante degli errori di quella stagione. È da ritenere altresì che, se è vero che le moderne coalizioni si reggono su leader, valori e programmi, all’Ulivo non sarà sufficiente l’indicazione unitaria del nuovo-vecchio capo. Per di più, in una fase come questa, l’indicazione del leader della sinistra finisce inevitabilmente per essere, e comunque apparire, una conseguenza diretta dell’antiberlusconismo. E il ciclo elettorale ’99-2000-2001 si è fatto carico di confermare che l’antiberlusconismo non basta. Il ritorno al governo per chiara volontà popolare di chi ha percorso lungamente la via dell’opposizione ha, poi, definitivamente dimostrato che l’Italia è pronta per la democrazia dell’alternanza. Bisogna riconoscere alla Casa delle libertà di aver dato prova anch’essa d’essere pronta, cercando e trovando l’unità su questioni che alla fine si rivelano sempre esistenziali per un’alleanza: la politica estera, quella economica e quella istituzionale e delle riforme. Ed è su tali questioni che occorre formulare un giudizio. Su ciò che è stato fatto, sulla rispondenza con quanto annunciato, sui possibili sviluppi dell’iniziativa del governo e su quali siano, per la coalizione, i rischi che restano presenti sullo sfondo. Soprattutto in politica estera il governo Berlusconi era chiamato a una prova difficile, poiché doveva dimostrare, in conseguenza di una violenta campagna nazionale ed estera, di essere accettato. Una campagna in cui si mescolarono immaturità, provincialismo e un insano cinismo antinazionale. Non solo una idoneità di governo, comprensibile e naturale, ma una sorta di «prova di commensalità»; dimostrare cioè di fare sedere l’Italia al tavolo dei grandi Paesi europei senza destare imbarazzo in alcuno. Questo test il governo Berlusconi è stato costretto a subire. Oggi si può affermare che l’Italia ha brillantemente superato questo inaccettabile esame, cui peraltro solo pochi Stati in Europa l’avevano strumentalmente sottoposta, e si trova ligia alle regole più di altri nel terreno scivoloso del rispetto dei vincoli di bilancio e contabili.
L’adesione di Forza Italia al Partito popolare europeo ha inserito, poi, nell’ambito delle grandi famiglie continentali il partito del premier, consentendo a Berlusconi una politica estera innovativa nel solco di tradizioni culturali consolidate e di opzioni di fondo mai revocate in dubbio. Una visione dell’Europa come una libera unione di popoli e Stati dove tecnocrazia e burocrazia non soffocano il respiro profondo di una continente unificato da radici comuni, a cominciare da quella cristiana, e valori condivisi il cui midollo è la centralità della persona umana. Ma anche una visione del processo di allargamento dell’Ue, che non percorre il binario consueto di un’Europa degli Stati fondatori che cooptano gli ultimi arrivati. Piuttosto, una grande unione di dignità uguali che guarda con estremo interesse verso l’Est fino a violare i confini attuali e immaginare una frontiera orientale a Vladivostok. E anche una visione dell’Europa che esclude l’esistenza di due Occidenti. E se l’Occidente è unico, Europa e Stati Uniti devono farsi carico insieme di garantire pace, libertà e benessere ai popoli. Serve a tal fine un’Europa forte e indipendente, per la quale è indispensabile emancipare l’Italia dai complessi storici che hanno posto la nostra politica estera su un pendolo sempre oscillante tra antiamericanismo viscerale e subalternità a modelli e culture made in Usa. Questo tentativo è fin qui riuscito a Berlusconi, anche grazie a quella «diplomazia personale» che ha segnato un vero passaggio di svolta per la tradizione delle feluche e ha incardinato sul premier responsabilità e oneri della politica estera. Così come avviene, del resto, in tutte le grandi democrazie occidentali. Nessuna profonda trasformazione avviene senza reazioni, ma è da auspicare che su Roma non si scarichino i contraccolpi politici delle innovazioni berlusconiane in politica estera, consentendo così all’Italia di ospitare la firma della nuova Costituzione europea. La partecipazione ai lavori della Convenzione da parte di Fini e Follini ha offerto, poi, la misura della condivisione della politica estera all’interno dell’alleanza, oltre che il senso di «unità della squadra» che ha costituito un valore aggiunto per il centrodestra fin dagli anni dell’opposizione. Si è già accennato come, al confine dell’Europa, politica estera e politica economica si siano toccate nelle dispute riguardanti la capacità degli Stati di rispettare i parametri di Maastricht. Ma in realtà la presenza di accordi transnazionali ha condizionato e condizionerà sempre più la politica italiana che ha ceduto significative porzioni della propria sovranità decisionale per partecipare alla costruzione del soggetto politico europeo. Se a ciò si aggiunge l’invasività di un ciclo economico negativo che investe tutte le economie del pianeta da più di due anni, si ha un quadro chiaro di come le «leve endogene» della politica economica poco possano incidere sui processi strutturali che attraversano l’Europa. Ciononostante, il centrodestra ha trovato l’unità sulle cose possibili. L’aver scelto l’economia sociale di mercato come riferimento ideale ha creato una base comune per i partner della coalizione, superando l’equivoco del rapporto tra mercato e solidarietà che aveva caratterizzato la nascita dell’alleanza nel ’94, pesando ancora alle elezioni del ’96. Una questione che avrebbe potuto mandare in corto circuito la coalizione si è rivelata occasione per saldare un’intesa che bilancia l’alleanza sul registro dell’interclassismo. In filigrana si scorge un nuovo modello italiano che realizza l’economia sociale di mercato con un’accorta «politica delle tre S»: sviluppo, solidarietà e sussidiarietà.
Su questo canale si colloca la scelta di consistenti riduzioni della tassazione a beneficio dei ceti meno abbienti, l’aumento delle pensioni minime, le detrazioni per i figli a carico. Una politica fiscale a beneficio della famiglia e dei soggetti deboli della società. Misure che hanno proceduto di pari passo alle riduzioni fiscali per le imprese. L’altro versante è stato quello delle misure per sostenere lo sviluppo e la domanda interna, compiendo gli sforzi necessari a preparare l’Italia a una ripresa internazionale che gli analisti annunciano imminente e a cui il nostro Paese non può non agganciarsi. Così come è stata riportata a sintesi l’insidiosa dialettica, che ha animato la Casa delle libertà fino agli ultimi mesi, tra la Lega Nord e quegli ampi settori della maggioranza che hanno intravisto l’emergenza nazionale del tempo politico prossimo venturo in una nuova grande questione meridionale. Il punto di equilibrio si regge su cospicui stanziamenti per il Sud che, però, si accompagnano, da un lato, alla riforma degli incentivi e degli altri interventi statali, secondo meccanismi di premialità/penalità conseguenti a una forte selezione degli investimenti (dunque fuori da logiche di pura assistenza a pioggia); dall’altro lato, a un forte impulso al processo federalista. In effetti, nel triangolo premierato-federalismo-unità nazionale è inscritta una rinsaldata unità dell’alleanza. La presentazione di un progetto governativo, prima concordato dalle forze di maggioranza, certifica la sintesi tra culture istituzionali anche molto diverse incanalandole verso una grande riforma dell’architettura dello Stato. Con il risultato di avere restituito la Lega alla responsabilità costituzionale per il tramite del contributo, peraltro rilevante, al processo neocostituente. L’epilogo alternativo e dichiarato sarebbe stato la deriva populista del partito di Bossi e la fuoriuscita dall’orbita della rappresentanza istituzionale di quel milione di elettori del Nord che continua a votare la Lega. Solo uno spirito fazioso e animato da malafede può disconoscere l’importanza, in sé, di questo risultato. Si è voluta scandire l’intesa programmatica della Casa delle libertà attraverso la tripartizione di politica estera, economica e istituzionale. In realtà il metro di giudizio non può che essere unico e orientato dalla valutazione sulla capacità dell’alleanza e del governo di produrre riforme. È questo il senso e il destino del governo Berlusconi e della Casa delle libertà. Il bivio che il governo ha innanzi non è tra le riforme e il galleggiamento (il tirare a campare), ma tra le riforme e la fine politica ed elettorale dell’alleanza (tirare le cuoia). O questo è il governo delle riforme o non è più quel che voleva essere e che gli italiani avevano votato perché fosse. In questa direzione si muovono una serie di provvedimenti di strutturale modifica del nostro sistema già varati o in via di approvazione: la riforma federalista e il premierato, quella della scuola, della ricerca scientifica, del sistema fiscale, del diritto societario, dell’ordinamento giudiziario, del mercato del lavoro, della previdenza, delle procedure di finanziamento e realizzazione delle grandi opere.
Si tratta di temi cruciali per la vita di un Paese sui quali si pone il dubbio circa la reale percezione dei cittadini su quanto fatto dal governo. Non è solo una questione di comunicazione ma di sistemi legislativi. Il meccanismo delle leggi delega, cui devono seguire decreti attuativi, o delle riforme costituzionali, che necessitano della doppia lettura delle Camere, creano intervalli temporali nei quali si perde l’efficacia del messaggio iniziale. Rispetto a questi limiti, così come a quelli della congiuntura economica, solo la stabilità dell’esecutivo e la solidità dell’alleanza possono venire in soccorso. Le legislature durano, infatti, cinque anni per offrire un tempo politicamente congruo per rendere concreta e visibile l’azione dei governi e per consentire di assorbire e superare crisi congiunturali, soprattutto se internazionali. Solo governi stabili possono, però, approfittarne. Riguardo la solidità dell’alleanza, non si giustificano preoccupazioni eccessive. Le crisi di crescita sono state superate nell’unico modo possibile: intesa sui contenuti, che devono offrire rappresentanza equilibrata delle opinioni di ciascun partito. Oggi l’alleanza ha invece innanzi a sé la sfida avvincente del passaggio dall’unità «nel progetto» all’unità «nel soggetto»: la lista unica. Per vincere la sfida occorrerà la giusta dose di generosità e prudenza, una grande visione e un buon calcolo. A Silvio Berlusconi spetterà quest’altra grande innovazione, tracciando la nuova rotta dell’alleanza e imprimendo al processo di unificazione la giusta velocità. Del resto una transizione non comincia se non vi è una rottura della «continuità» precedente, ma non si conclude se non vi è la compiutezza di un’innovazione riconosciuta come tale. E Silvio Berlusconi è l’unico candidato a chiudere la transizione italiana.
 

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