Può sembrare un’inezia; eppure l’interrogativo permette di cogliere diverse sfumature per la nostra problematica che, altrimenti, avrebbe creato non poche perplessità. L’affermazione «fin dove può osare l’uomo» si presta a essere condivisa oltremodo, soprattutto in un periodo come il nostro in cui l’uomo si ritrova a essere, non si sa ancora per quanto tempo, al centro dell’interesse comune. Quasi fosse un microcosmo, la sua esistenza si è mossa progressivamente in modo tale da occupare il posto centrale dell’intero creato, lasciando cadere nell’ombra sia la natura che Dio stesso, elementi che l’antichità poneva, invece, come pilastri per raggiungere la spiegazione sull’uomo. Il cambiamento di paradigma della modernità, d’altronde, consiste proprio in questa situazione centrale che l’uomo acquista e che, volente o nolente, determina la storia dell’Occidente per circa sei secoli. Se «fin dove può osare l’uomo» fosse un’affermazione, lecita e da molti condivisa, la struttura del mio intervento sarebbe chiaramente diversa. L’affermazione mi creerebbe non pochi problemi sia di natura filosofica che teologica. Le cose, comunque, non stanno così. A termine della frase è stato posto un provvidenziale punto di domanda che permette di spaziare per le diverse ipotesi che stanno sul tappeto e consente di trovare forme di complementarietà alle diverse posizioni che vengono a confrontarsi in proposito. Fin dove può osare l’uomo? O detto altrimenti: ci sono confini che l’uomo è chiamato a rispettare nella sua azione di progettazione di sé e del mondo? Rispondo subito: l’uomo deve osare fino all’estremo delle sue possibilità, fin dove lo porta l’uso corretto della sua ragione, fin dove l’istanza più profonda della sua natura lo orienta. Se questi elementi sono accolti nella loro coerente accezione è evidente che all’uomo sono aperti spazi non estranei alla sua natura né al profondo senso di trascendenza che porta incondizionatamente dentro di sé. Prima di addentrarsi nella ricerca di questi spazi, comunque, è bene sottolineare alcuni elementi che permettono di comprendere il perché della nostra posizione e il suo fondamento; siamo rimandati, quindi, a cogliere alcuni principi di antropologia teologica. Secondo il racconto biblico della Genesi, che tenta di dare senso alle domande fondamentali dell’uomo sulle origini, questi viene creato da Dio a «sua immagine e somiglianza» (Gen 1,27). Il senso profondo di questa espressione permette di cogliere qualcosa di importante. L’uomo non si dà vita da se stesso; egli sarà sempre in quella condizione peculiare di dipendere da qualcuno. Della sua vita egli sarà per sempre «debitore»; non è venuto da sé nel mondo e lo lascerà contro la sua volontà. La sua esistenza è pervasa dall’enigmaticità che si coglie quotidianamente. Nessuno, probabilmente, come Pascal ha saputo provocare in tal senso proprio nel mezzo della conquista della ragione. «Io non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né che cosa sono io stesso: io sono in una ignoranza terribile circa tutte le cose; non so cosa è il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa parte di me che pensa ciò che dico, che riflette su tutto e su se stessa e non conosce sé più di quanto conosca il resto. Vedo questi spaventevoli spazi dell’universo che mi rinchiudono e mi trovo attaccato a un angolo di questa vasta distesa, senza che io sappia perché sono stato collocato piuttosto in questo luogo che in un altro, né perché questo poco tempo che mi è dato di vivere mi è assegnato a questo punto piuttosto che a un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e che mi seguirà … tutto quello che io conosco è che debbo morire, ma quel che ignoro di più è proprio questa morte che non saprei evitare. Come non so da dove vengo, così non so dove vado e soltanto so che uscendo da questo mondo, io cado per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato senza sapere quali di queste due condizioni mi deve toccare eternamente in sorte» (149).
Emerge, come si può osservare, una condizione di gratuità locale che lo porta a considerare se stesso come un dono offerto. È sintomatico che la filosofia dei nostri giorni (J.L. Marion) senta il bisogno di recuperare questa dimensione per alcuni versi mai dimenticata (Heidegger), ma certamente assopita nella riflessione comune. Egli, però, porta impressa in sé l’immagine di Dio; certo, il testo biblico aggiunge subito «somiglianza» per attenuare l’espressione; eppure, il semplice termine è carico di conseguenze inimmaginabili. L’uomo in quanto «immagine» di Dio è superiore agli animali e a tutto il creato; ha intelligenza, volontà, potenza… insomma, è una persona. Non solo la sua relazione con Dio lo rende grande, ma ancora di più il fatto che Dio stesso ha impresso in lui qualcosa di sé. Questa dimensione permette di ricostruire in termini più filosofici la presenza del senso di trascendenza e di infinito che dimora in ogni persona. Certo, è creato, partecipa della natura e dei suoi limiti, ma ha in sé lo spirito che lo spinge ad andare sempre oltre ogni limite, fino a incontrarsi con l’Assoluto. Ciò che la pagina della Genesi mostra con evidenza è che questo uomo ha in sé qualcosa che non solo lo differenzia dall’intero creato, ma che lo pone al di sopra di tutto. Un’espressione interessante mostra che questo uomo è posto nel giardino dell’Eden perché «lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 21,5). Il Giardino, che è simbolo dell’intera creazione, non appartiene all’uomo. È Dio che lo ha creato e per conseguenza appartiene a lui. Egli, però, lo affida all’uomo, «sua immagine», perché da esso ne faccia scaturire tutto ciò che serve per il suo bene e la sua realizzazione. D’altronde, Dio lo ha posto a capo di tutto il creato e tutto gli è stato sottomesso (Gen 2,19-20). C’è, tuttavia, un particolare a cui non sempre si presta la debita attenzione che, nel nostro contesto è quanto mai determinante. Dio ha creato l’uomo, lo ha posto nel giardino dell’Eden, ma al centro di quel giardino c’è «l’albero della vita, l’albero della conoscenza del bene e del male» (Gen 2,9) di cui l’uomo non deve mangiare. E. Scalari, in un articolo del 1998 a commento dell’enciclica Fides et ratio in cui si fa accenno a questa scena biblica, osservava che Adamo avendo trasgredito al comando di Dio finalmente era diventato «uomo»: «Non lo sarebbe mai stato se fosse rimasto nell’Eden dell’innocenza»; perché, quindi - si domandava retoricamente - punire Adamo nel momento in cui acquisisce la conoscenza? Se le cose fossero così, come le vede nel suo orizzonte razionalista Scalari, sarebbe evidentemente tutto più facile. Scalari, però dimenticava ciò che voleva probabilmente dimenticare: che la trasgressione al comando equivale a porre l’uomo come criterio di verità del bene e del male. E questo a nessuna creatura è concesso, senza cadere nel delirio dell’onnipotenza e del potere di un uomo su un altro.
È sulla base di queste considerazioni che possiamo ora rispondere con maggior coerenza alla domanda iniziale. Partirò da due espressioni che in questi giorni mi hanno particolarmente colpito. La prima è un’iscrizione semplice che ho trovato al Museum of Space a Washington. Con una certa noncuranza, prima di addentrarsi all’interno di un padiglione si trova un pannello con questa scritta: «La terra è circondata da nove pianeti. La terra con i nove pianeti sta all’interno della galassia Via lattea che possiede 100 bilioni di stelle. A 2 milioni di anni luce dalla Via lattea ci sono altre 20 galassie e nell’universo ci sono 100 bilioni di galassie». Il senso dell’immensità e dell’infinito appare immediato. Si vede un puntino, la terra, all’interno di un inqualificato numero di stelle. Se all’interno di quel puntino poniamo l’uomo, viene spontaneo domandarsi con il Salmista: «Signore, io guardo il cielo che tu hai creato, la luna, le stelle … cos’è l’uomo …». All’interno di questo panorama, mi sento di dire che l’uomo non solo può, ma deve osare tutto ciò che ha nelle sue mani. L’intelligenza, la volontà, la libertà, il desiderio di verità… Quale limite può essere dato se non quello di lasciar trasparire sempre e dovunque la forza della sua intelligenza e la perspicacia della sua intuizione e la forza della ricerca della verità che lo qualifica all’interno di tutto il creato? Qui l’uomo non ha limiti, perché riflette ciò che ha ricevuto e ciò che è: spirito aperto all’infinito. Gettato nell’infinito come unico soggetto in grado di pensare se stesso e di riconoscere se stesso all’interno di un infinito come una persona capace di infinito, nonostante il limite che porta impresso in maniera indelebile. In questo senso, mi piace l’espressione riportata dal direttore del National Institute for Human Research, dopo la scoperta del genoma: We are at the end of the beginnin. Questo è ciò che l’uomo di scienza percepisce e con onestà professa. Da quando esiste l’uomo come essere vivente su questa terra, siamo giunti alla fine dell’inizio nella scoperta di una parte essenziale del nostro corpo. Per quanto concerne l’animo, la mente e ciò che ci caratterizza come spirito, il tempo ha bisogno di trascorrere, lasciando sempre e in ogni caso la possibilità di andare sempre oltre a ogni conquista. Essa apparirà come una tappa che deve essere percorsa, ma superata; la chiamata dell’uomo è sempre verso l’infinito che porta dentro di sé. Una seconda espressione è di Panayotis Zavos, ricercatore cipriota in un’università del Kentuky il quale, secondo quanto scrive Sunday Times, nel suo tentativo di clonazione dell’essere umano sostiene di «essere riuscito a creare embrioni ibridi di uomo e mucca che avrebbero potuto in teoria essere impiantati nelle tube di una donna». Un suo collega dell’università di Shangai, mesi prima aveva provato un esperimento simile, solo che l’ibrido era uomo-coniglio, Dna umano e ovuli di coniglia privi di nucleo ma che mantenevano tracce di Dna (cfr. Il Mattino 15 sett 2003, p. 15). Esempi solo ultimi nel tempo di una serie di tentativi con i quali si cerca di imporre una forma di ricerca scientifica. Si potrebbe cercare di introdurre una questione di epistemologia se questi esperimenti siano realmente nell’organigramma delle scienze, ma il discorso porterebbe lontano.
Ciò che mi colpisce, in prima istanza, è che queste sperimentazioni mi mettono sull’avviso. Non perché siamo dinanzi al nuovo e, come è normale, il nuovo unito a una non profonda conoscenza dei menomi induce perplessità, dubbio e quindi timore e paura. Ciò che crea in me un profondo interrogativo è vedere l’uomo che ancora una volta vuole mettersi al posto di Dio. Mi fa tristezza vedere che l’uomo non ha imparato nulla dalla storia precedente e che nella sua testardaggine va di fatto alla ricerca delle forme di autodistruzione. L’icona biblica della torre di Babele sta sempre dinanzi a noi con il suo eloquente insegnamento. Gli uomini volevano una torre «la cui cima toccasse il cielo» (Gen 11,1-9), in modo da farsi un nome su tutta la terra. La conseguenza fu deleteria: la confusione e la divisione degli uomini. Non si capirono più gli uni con gli altri e fu lo scontro. L’unità della lingua venne distrutta per l’hybris di voler essere Dio. L’uomo ha un limite nel suo osare e questo limite è determinato dal prendere coscienza di ciò che egli è. Questo è l’unico limite che io riconosco, egli non può essere Dio e non può sostituirsi a lui. È illusorio pensare che sarà immortale e onnipotente. Non lo sarà, non lo potrà mai essere. Se non accoglie in sé questa certezza basilare, si autodistrugge. Il limite del suo osare è dato da se stesso senza dover ricorrere a nessun comando divino. Più crea in sé l’illusione e più si allontana dalla realtà e muore. I principi dell’etica non sono, in primo luogo, dei confini posti al tentativo dell’uomo di ricercare e al suo desiderio di andare sempre oltre; al contrario, l’etica è la delineazione di uno spazio d’azione su cui regolare la propria esistenza in coerenza alla propria natura. Se l’uomo seguisse realmente la norma etica iscritta nel suo cuore e impressa nella natura come una legge, allora avrebbe chiara davanti a sé la conoscenza del bene e del male. Se, al contrario, si sostituisce a essa e pretende di essere lui il principio da cui bene e male derivano, in forza di una conquistata ed equivoca autonomia da Dio, allora è il caos. Chi, alla fine, potrebbe pretendere di imporre una sua visione del mondo sull’altro uomo? È tempo di guardare con nostalgia alla forza della ragione e al suo desiderio di conoscere la verità. Sono convinto che verrà presto un tempo in cui ritorneremo tutti sui nostri passi e mentre riconosceremo l’importanza di rientrare di più in noi stessi, nel silenzio che parla e che attesta la nostra grandezza nell’universo, ritroveremo la forza della ragione. Essa non è affatto «debole», ma la si vuole tale per affidare alla tecnica un valore supremo. Se si separa l’uomo dalla natura e da Dio non necessariamente egli acquisisce un ruolo portante, centrale e soprattutto autonomo e capace di libertà.
Le tendenze attuali che vedono la sperimentazione come il culmine della scienza e del progresso, non fanno che dimostrare la tendenza di marginalizzazione dell’uomo stesso. Di fatto, egli viene confinato in una parte secondaria che lo renderà ancora più succube e impotente dinanzi a forze occulte che proprio perché tali non gli permettono nessuna reazione di libertà. Lo ha detto con forza Giovanni Paolo II: «Del resto, una volta escluso il riferimento a Dio, non sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente deformato e la stessa natura, non più mater, sia ridotta a “materiale” aperto a tutte le manipolazioni» (n. 22). Il dominio sulla natura non finalizzato secondo il comando biblico, come si è visto, all’utilità e al benessere di tutto il genere umano, sfocia solo nella mera volontà di potere. Ciò che crea maggior preoccupazione è, alla fine, il fatto che questo uomo teso verso la sua piena autonomia staccata da ogni forma di riferimento religioso, cade nelle mani di potenze anonime a cui non potrà ribellarsi proprio perché tali. In questo contesto vengono a porsi in maniera significativa le parole di Giovanni Paolo II nella Fides et ratio dove l’analisi diventa quasi spietata: «Nell’ambito della ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale. La conseguenza di ciò è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, rischiano di non avere più al centro del loro interesse la persona e la globalità della sua vita. Di più: alcuni di essi, consapevoli delle potenzialità insite nel progresso tecnologico, sembrano cedere, oltre che alla logica del mercato, alla tentazione di un potere demiurgico sulla natura e sullo stesso essere umano» (Fides et ratio 46). Insomma, tolto il fondamento dell’esistenza personale ci si affida alla prepotenza della tecnica o, all’opposto, all’effimero. L’osare dell’uomo deve essere posto nel recuperare al massimo il senso di responsabilità che lo pone nei confronti della natura e dell’umanità come una persona matura, capace di autonomia proprio perché colmo di responsabilità. Questa dimensione gli permette di capiare se stesso e ciò che lo circonda con la consapevolezza di essere solo e sempre custode a cui verrà chiesto un giorno di rendere conto del suo operare. Se non penserà che sarà Dio a chiederglielo, saranno le generazioni future. In ogni caso, un giudizio ci sarà e questo porrà ognuno di noi nella condizione di verificare se il nostro osare è stato efficace perché fondato su una piena responsabilità oppure è consistito in un abuso di cui dovremo pentirci.