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Una nuova storia italiana

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Il "berlusconismo" come rivendicazione
positiva di una identità politica e culturale

Liberal n. 39 - marzo-aprile 2007

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Come è del tutto evidente a chi non sia accecato dal pregiudizio, con questo convegno non intendiamo in alcun modo "parlarci addosso", lodandoci e imbrodandoci in una sorta di agiografia di noi stessi o di culto della personalità del nostro leader. Intendiamo piuttosto analizzare e discutere radici, storia e identità del più importante movimento politico sorto nell'ultimo decennio di storia italiana. Un movimento talmente importante da aver dato vita al più votato partito politico del Paese e ad una coalizione di governo ormai storicamente sperimentata. Lo facciamo anche perché la sinistra, e con lei purtroppo la maggioranza dei mezzi di comunicazione e degli opinionisti italiani, hanno dato finora prova di non aver capito nulla o quasi nulla di tale fenomeno. Il presunto populismo dell'"uomo solo al comando" o l'eclatante espressione di una non meglio precisata anti-politica: sono state queste le malferme e rozze chiavi di lettura messe in campo dalla cultura di sinistra; per tacere delle posizioni più estreme che hanno descritto l'era Berlusconi come l'era del caimano, un tycoon arrogante che con la sua sola presenza politica avrebbe inquinato la vita democratica. Il fatto è che l'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, inatteso e spiazzante, ha finito per creare nei suoi avversari, ma anche in diversi analisti, una vera e propria ossessione, ai confini della patologia psicologica. La totale eterodossia di Berlusconi rispetto ai tradizionali schemi socio-culturali ha finito per creare una sorta di panico nelle aristocrazie intellettuali del Paese. La sinistra è stata accecata dall'invidia prima e dall'odio poi e così la sua già incerta capacità di leggere la realtà italiana è stata travolta, impedendole di intendere la vera natura del "fenomeno Berlusconi". Oggi quest'opera di demonizzazione sembra aver perso gran parte del suo potere suggestivo; ciò non toglie che il senso comune della sinistra politica e mediatica sia ancora pervaso da luoghi comuni e da menzogne. Perciò questo nostro convegno può essere definito come una sorta di "revisionismo in diretta". Sono state numerose, nel tempo, le bugie con le quali la sinistra ha "deviato" e distorto, a suo uso e consumo, l'interpretazione della storia italiana ed europea del Novecento. E solo negli ultimi anni il movimento del revisionismo storico è riuscito, non senza fatica e aspre polemiche – basti pensare e Renzo De Felice e più di recente a Giampaolo Pansa – a rileggere con maggiore obiettività gli eventi che dal '45 ad oggi, hanno segnato la storia della democrazia italiana. Ebbene, nel nostro caso, non vogliamo aspettare sessant'anni per smentire le bugie della cultura di sinistra. Lo vogliamo fare, appunto, "in diretta" e proporre agli italiani quella che a noi sembra l'interpretazione obiettiva e storicamente determinata del fenomeno politico fondato e rappresentato da Silvio Berlusconi. Lo ripeto: il più importante fenomeno politico della cosidetta Seconda Repubblica.

Prima e Seconda Repubblica

La verità delle cose è - per dirla con Vico - nel loro nascimento. Il centrodestra, il Polo prima e la Casa delle libertà poi, appare sulla scena politica italiana esibendo la sintesi di due valori indispensabili in ogni stagione di transizione: la continuità e l'innovazione. Dopo la caduta del Muro di Berlino erano venuti al pettine nodi antichi della nostra democrazia e si era aperto un "confronto" tra la società civile e i partiti. L'Italia avvertiva il bisogno di un Grande Cambiamento che la politica non sembrava in grado di garantire. Tutti i protagonisti degli anni Novanta, a cominciare da Mario Segni, si sono trovati di fronte allo stesso problema: come risolvere questa emergenza storica trovando la chiave di un "nuovo equilibrio" tra società e partiti. Ebbene, la risposta venuta da Silvio Berlusconi e dalla coalizione da lui fondata, è stata l'unica ad essersi affermata con successo. Le forze unite nella Casa delle libertà sono state capaci di creare un'alchimia abbastanza solida tra la continuità delle nostre più affermate tradizioni politiche e l'innovazione necessaria per governare l'Italia del XXI secolo. In altre parole, Berlusconi ha saputo costruire un coalition power all'altezza delle nuove frontiere proposte dalla transizione italiana. Le ragioni di fondo del successo della Casa delle libertà sono dunque politiche, nel senso più nobile della parola. Il berlusconismo nasce riuscendo nel contempo a rappresentare l'ansia di novità e di protagonismo di una società civile che pretendeva la modernizzazione dl Paese e le ragioni dell'antico elettorato democristiano, socialista, repubblicano, liberale, socialdemocratico che non intendeva permettere al giustizialismo di buttare via, assieme all'acqua sporca che pure c'era nella politica, anche il bambino: e cioè la memoria di cinquant'anni di consolidata democrazia occidentale e gli ideali delle più radicate tradizioni politiche della nazione. Non era certo facile: eppure Berlusconi è stato capace di compiere un'operazione che in genere riesce solo alla Grande Politica: quella di far coesistere, nel proprio progetto, sia gli ingredienti della continuità che quelli dell'innovazione. C'è poi da aggiungere che, intorno alla Casa delle libertà, si è andato formando un nuovo blocco storico e sociale che ha saputo unire antiche e nuove élite, dalla borghesia alle professioni, così come antichi e nuovi ceti popolari, dalla piccola industria alle partite IVA fino agli strati più poveri. Il risultato è stato che la coalizione guidata da Berlusconi non rappresentava e non rappresenta un solo ceto in modo esclusivo e sindacale: ma tanti in modo progettuale. Riproponendo, in forma del tutto nuova, quell'interclassismo e quel pluralismo che caratterizzarono la storia della Dc e dei suoi storici alleati di governo. Silvio Berlusconi, dunque, è riuscito a realizzare un vero e proprio capolavoro politico. Altro che populismo o antipolitica!

 

Centrodestra e alternanza: una nuova nazione

In secondo luogo, la sua costruzione politica ha dato vita a ciò che nella storia repubblicana non era mai esistito: un soggetto politico di centrodestra. Il che ha ha reso finalmente possibile pensare e costruire anche in Italia la democrazia dell'alternanza. Una vera svolta storica dell'intero Paese, il raggiungimento di una modernità politica che, tra l'altro, ha messo anche la sinistra in condizione di poter competere per il governo. Ragioniamo su questo punto guardando alla storia dell'Italia: quello che è stato volgarmente chiamato "sdoganamento" del Msi è in realtà nient'altro che il definitivo compimento della democrazia italiana. La chiamata all'ingresso nella dialettica sistemica di una parte di elettorato fino a quel momento emarginato dal cosiddetto "arco costituzionale" e per ciò stesso invitato a dar vita a una significativa evoluzione ideologica e storica, era ed è una grande operazione di "inclusione democratica" che ha sanato laceranti ferite aperte dal dopoguerra.

In sintesi: continuità e innovazione della Prima Repubblica, costruzione (inedita) del centrodestra e conseguente realizzazione della democrazia dell'alternanza, definitivo compimento della democrazia italiana: sono dati storici incontrovertibili. C'è qualcuno, allora, che possa ancora onestamente negare il fatto che il berlusconismo rappresenti la fondazione di una nuova positiva era della nostra storia nazionale? Del resto il bipolarismo dell'alternanza è una novità assoluta non solo per la Repubblica ma per l'intera storia dello Stato italiano che, distinto fino a essere separato dalla nazione, non ha mai praticato la civile alternanza al governo di classi dirigenti che, pur diverse nelle proposte di programma, condividono i valori di fondo della libertà. Berlusconi, in altre parole, creando il centrodestra ha aperto anche la strada per il compimento della nostra storia di nazione. Noi, oggi, siamo in cammino su questa strada e, più sicuri di ieri, conosciamo il percorso da seguire. Si è trattato e si tratta davvero dell'inizio di una nuova storia italiana della quale ora è il momento di analizzare più da vicino i tratti identitari.

 

L'identità del "berlusconismo"

Forza Italia e la Casa delle libertà hanno tratto ispirazione dalla grande area dell'umanesimo cristiano e laico, che ha segnato i pensieri e le opere di Sturzo, De Gasperi ed Einaudi. Nelle nostre fila si respira poi l'aria di quella famiglia laica e socialista che da Salvemini porta fino a Calamandrei, Maranini, Malagodi, Ugo La Malfa, Saragat e Craxi. Forte è infine nel centrodestra l'evocazione del patriottismo civile. Quell'amore per la terra e la nazione, invocato da Dante ed esaltato da Manzoni, che per troppo tempo è stato rifiutato in Italia in nome di un astratto internazionalismo ideologico. Nel secondo dopoguerra solo la destra ha saputo coltivarlo: e oggi è finalmente tornato, assieme al tricolore, ad essere rivendicato come patrimonio unitario di tutti gli italiani. Nella storia italiana, del resto, l'amore per la patria non è mai stato in contraddizione con l'attaccamento alle piccole patrie che, dal tempo dei Comuni al Risorgimento, ne hanno anzi costituito l'intima essenza. Una patria, mille Comuni: questa è l'Italia. Ecco perché, a mio avviso, l'alleanza con la Lega non è affatto innaturale per un mondo che si richiama al popolarismo e al liberalismo. L'insieme di questi tratti identitari avvicina la cultura diffusa del centrodestra a quella filosofia pubblica americana che vede nell'amore per la patria l'espressione di una peculiare "religione civile" che aiuta a vivere con pienezza l'appartenenza alla propria terra e alla propria nazione. Il centrodestra, dunque, non è un contenitore di ex e di post, bensì l'inizio di una nuova storia politica e culturale che ha intrecciato percorsi un tempo distinti e ha portato alla luce culture del tutto neglette dalla precedente storia ideologica. Persino padri della patria come Einaudi e De Gasperi apparvero, infatti, alla fine del secolo scorso, come figure da "riabilitare": tanto polveroso era l'archivio nel quale era stata riposta la loro ispirazione liberale. Questa nuova storia politica propone all'umanesimo laico e cristiano di tornare a camminare insieme, riscrivendo i confini di una comune etica pubblica.

 

L'alleanza tra liberali e cristiani

Forza Italia, fin dalla sua nascita, si è rappresentato come un partito liberale e cristiano. E oggi, in tutto il centrodestra, coabitano il cattolicesimo liberale e popolare, il riformismo laico e socialista, il conservatorismo nazionale e comunitario, il federalismo liberale. Ed è grazie al centrodestra se anche in Italia assistiamo al superamento del vecchio antagonismo tra laici e cattolici in un comune incontro sul terreno della cultura liberale. La fede nella centralità della persona può infatti unire, come unisce, persino dal punto di vista etico, quei due mondi finora contrapposti chiamati laico e cattolico, rigettando sia il laicismo indifferentista che il cattolicesimo statalista, contiguo al marxismo, e portando così finalmente l'Italia oltre la sindrome di Porta Pia. Anche questo, non c'è dubbio, è un grande cambiamento, forse il più importante. Prova ne è la circostanza che proprio oggi sui media gli aggettivi e le definizioni fantasiose si sprecano e così si parla di teo-con, neo-con, atei devoti per cercare di afferrare e di definire ciò di cui negli anni precedenti, che sono gli anni di formazione, crescita e affermazione del centrodestra, solo in pochi si erano resi conto: la nascita di un nuovo pensiero che avvicina credenti e non credenti nella definizione di un comune denominatore etico e politico nell'affrontare le sfide del nostro tempo. Per l'Italia si tratta certamente di una novità. Ma qual è la novità? Non certo nella presunta transumanza di settori del mondo laico oltretevere. Piuttosto, nella proposta di un cammino che, per ragioni che riguardano il modo in cui l'Italia si è ritrovata unita in uno Stato, non è stato mai realmente intrapreso: quello dell'unione tra liberali e cristiani lungo le coordinate di una medesima filosofia pubblica. Tale filosofia si ritrova in tre grandi direttrici: 1) il primato della persona, della sua libertà e della sua dignità, nella storia; 2) la centralità della legge naturale nel definire le fondamenta morali della democrazia; 3) la dialettica tra diritti e doveri nella ricerca della felicità personale: ciò che, in altri termini, comunemente chiamiamo "etica della responsabilità". Non ci sono su questi dirimenti differenze tra credenti e non credenti che aderiscano a una concezione liberale della democrazia. Sia gli uni che gli altri, infatti, mettono la coscienza umana al centro della storia e le assegnano il primato rispetto a ogni altra espressione della vita associata. Credenti e non credenti s'incontrano sul terreno comune della libertà della coscienza umana e in questo modo, consapevoli del valore della libertà individuale e, al contempo, dei limiti del suo potere, creano la precondizione per formare, nella comunità nazionale, una vera "religiosità civile".

Nel secolo delle idee assassine Benedetto Croce parlava giustamente di "religione della libertà" e, mentre intorno a lui infuriava la Seconda guerra mondiale, scriveva quel saggio che non può non essere condiviso da chi si è lasciato alle spalle sia la storia di un liberalismo minore sia le vicende di un cattolicesimo statalista: "Perché non possiamo non dirci cristiani". Dovendo tradurre quel saggio nel mondo di oggi possiamo dire che una società aperta è il risultato del maturo dispiegarsi di due libertà: la singolare libertà di coscienza e la comune libertà delle coscienze. In altri termini, la libertà individuale e la libertà che nasce dal comune fondamento morale. Una democrazia resta davvero tale solo se è capace di governare con equilibrio queste due libertà. Eppure l'Europa, pur ormai libera dall'incubo totalitario, non riesce ancora a ritrovare la strada di questo equilibrio, arrivando perfino a ignorare le proprie radici cristiane. Rovesciare questo "complesso identitario" è viceversa il compito del nuovo movimento di credenti e non credenti che sta emergendo in Italia e in tanti altri Paesi del Continente. Il centrodestra italiano è certamente all'avanguardia di questo movimento.

 

Novecento e anti-totalitarismo

E non è davvero un caso se in Italia la cultura politica anti-totalitaria è parte integrante dell'identità del centrodestra, mentre fatica ad affermarsi in modo completo nel centrosinistra. Per dirla con una formula: mentre il centrodestra è uscito dal Novecento, il centrosinistra è rimasto ancora imbrigliato negli equivoci e nelle verità non dette del secolo scorso. Il fatto è che proprio l'incontro tra laici e cattolici sul comune terreno di una filosofia pubblica di tipo liberale, orientata alla centralità della persona e non a quella della Classe, della Razza o dello Stato, è la premessa per metterci alle spalle il XX secolo. Non si può, infatti, raggiungere alcuna definizione obiettiva del concetto di libertà se non ancorandolo ad una verità universale sulla presenza umana nel mondo. Ebbene, questa verità è stata fornita all'Occidente, e quindi alle nostre democrazie, dalle Tavole della Legge che Mosè espose sul Sinai. Sta in quel decalogo la verità che fonda la nostra libertà. Chi crede, legge in quelle regole il segno di una Rivelazione che fonda l'alleanza tra Dio e l'uomo per "il governo della Terra". Chi non crede, ci legge invece il segno di una Rivoluzione i cui valori ciascun essere umano porta nella propria coscienza fin dal momento della nascita: la sacra irripetibilità di ogni singolo individuo. Un'irripetibilità inviolabile, che fonda l'origine della sua responsabile libertà. Del resto, fin dagli albori della nostra civiltà sia Socrate che Gesù, una volta e per sempre, hanno insegnato e testimoniato all'umanità che il Bene è la legge morale della nostra responsabilità.

Il centrodestra ha fatto sua tale filosofia che è la base valoriale di fondo della propria cultura antitotalitaria, assolutamente coerente sia sul versante della sinistra (comunismo) sia sul versante della destra (nazionalsocialismo e fascismo). Tale cultura, in realtà, dovrebbe essere condivisa da tutta la nazione, anche dalla sinistra. Del resto è stato Norberto Bobbio, non un pensatore di destra, a dire che se tutti i democratici sono anti-fascisti non tutti gli anti-fascisti sono democratici. In questa frase c'è la sintesi di tutta la storia della Repubblica, con le sue stridenti contraddizioni e i suoi sanguinosi contrasti. Tant'è che nella politica italiana la cultura antitotalitaria, quindi anti-fascista e anti-comunista, farà la sua apparizione chiara non alla fine della guerra, ma alla conclusione del lunghissimo dopoguerra con la fine dell'Unione sovietica e la caduta del Muro di Berlino. La presenza in Italia del più grande partito comunista dell'Occidente ha fatalmente condizionato la democrazia, la cultura politica, la storiografia. Il marxismo ha sempre giustificato tutto, come diceva Imre Lakatos: "Berlino 1953, Budapest 1956, Praga 1968 (...). Sennonché le loro ipotesi ausiliarie sono state tutte architettate dopo gli eventi al fine di proteggere la teoria marxista dai fatti". Ma, una volta che è apparsa e si è affermata una cultura anti-totalitaria, le "giustificazioni" non contano più. Ciò che conta sono i fatti o, se si vuole, la storia come è realmente accaduta. Non è un caso che oggi appunto Giampaolo Pansa possa scrivere e pubblicare i suoi libri sul dopoguerra e sulla Resistenza: oggi la verità può essere detta, mentre ieri doveva essere taciuta. E le polemiche che, nonostante tutto, ancora accompagnano lavori simili, dimostrano una volta di più come la storia repubblicana sia stata edificata non sulla verità, ma sul non detto o sul rimosso. Ma in che cosa consiste davvero questo non detto?

Consiste esattamente in ciò che disse da subito Croce nel suo discorso sul Trattato di Pace all'Assemblea costituente il 24 luglio 1947: "Noi italiani abbiamo perso una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l'ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l'opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente". Purtroppo, quanto era "pacifico" ed "evidente" per il massimo educatore dell'antifascismo non fu vero per gli anti-fascisti non anti-comunisti che, fondando la Repubblica, si dichiararono gli unici vincitori di una guerra perduta da tutti e liberatori di un popolo a cui, invece, la libertà fu data dall'intervento anglo-americano. Questa è stata la grande bugia che fatalmente ha condizionato tutta la vita pubblica della storia repubblicana e, per usare l'espressione di Salvatore Satta, ha decretato la morte della patria proprio quando sarebbe dovuta rinascere. Ma "l'Italia che non muore" - per citare ancora il discorso crociano - è risorta dopo il 1989, quando è finito il comunismo storico dell'Unione sovietica e, infine, con la nascita del centrodestra la cultura politica italiana è approdata all'anti-totalitarismo. Qui finisce il dopoguerra e l'Italia ritrova la pace con se stessa perché ritrova la verità. Si esce da un lungo tunnel, da una lunga zona d'ombra e si torna a "riveder le stelle", per dirla col poeta che di tutti noi è padre. Solo che parte della sinistra si ostina ancora a rimanere prigioniera delle sue antiche bugie. E fino a che questa ostinazione non cesserà, l'Italia verrà trattenuta dall'entrare davvero nel futuro.

 

Un movimento pienamente occidentale

Quanto abbiamo fin qui esposto spiega perché il berlusconismo si configuri, fin dalla sua nascita, come un movimento pienamente ancorato ai valori di fondo della civiltà occidentale, e in forma ancor più spiccata dei partiti atlantici della Prima Repubblica. A quell'epoca, infatti, l'indubbia fedeltà politica all'alleato americano si mescolava comunque con una certa radicata diffidenza verso la filosofia pubblica di quel Paese e verso la sua cultura politica, considerata rozza rispetto alla presunta "raffinatezza" di quella europea. Una sorta di senso di superiorità aristocratica nei confronti della terra dei cow-boys. L'andare del tempo storico ha reso quasi ridicolo questo complesso di superiorità ma solo con la nascita del centrodestra l'amicizia politica e quella culturale hanno cominciato ad andare a braccetto, rendendo sempre più evidente e contraddittorio l'antiamericanismo diffuso nella sinistra postcomunista e in certe aree della sinistra cattolica che il precedente sistema politico tendeva comunque a giustificare. Questa "svolta", più profonda di quanto si immagini, ha contribuito a costruire tre issues politiche assai rilevanti: 1) la forte credibilità del centrodestra nella difesa e nello sviluppo dei valori della civiltà occidentale, battaglia politica e culturale assieme, che le forze di centro della Prima Repubblica avevano trascurato, o peggio, scelto di non combattere; 2) la tempestiva capacità della Casa della libertà di capire la pericolosità della sfida lanciata dal terrorismo con l'11 settembre del 2001; 3) la costruzione di un nuovo scenario geopolitico del Paese che in luogo di celebrare una stanca e subalterna alleanza con Parigi (e a volte con Berlino) creava i presupposti di un nuovo protagonismo italiano lungo l'asse Gerusalemme- Roma-Londra-Washington. Ciò ha permesso ai dirigenti israeliani di considerare il governo Berlusconi come il primo governo veramente amico della storia italiana, senza per questo farci perdere legami e credibilità presso il mondo arabo. Più in generale solo malafede e pregiudizio possono negare che durante il governo del centrodestra il ruolo protagonista dell'Italia nel mondo sia notevolmente cresciuto e che sia stato rovesciato il luogo comune della sinistra che vedeva e vede l'europeismo in funzione distinta e a volte antagonista rispetto all'atlantismo. Viceversa il berlusconismo ha fatto del legame siamese tra europeismo e atlantismo, lezione appresa dai padri fondatori dell'Europa da Adenauer a De Gasperi, la propria stella polare nella politica internazionale.

 

La rivincita del liberalismo

Con la scesa in campo di Silvio Berlusconi un antico fantasma torna ad aggirarsi per l'Italia: la parola liberale. Fino ad allora quella parola rappresentava solo il nome di un glorioso quanto piccolo partito. Da allora in poi non c'è chi in Italia, anche a sproposito, non si definisca tale. Il liberalismo, grande ma sepolta cultura politica italiana, torna a godere di una diffusione di massa. E' la libertà in tutte le sue declinazioni, libertà politica, morale, economica, che è posta al centro della cultura della Casa delle libertà. Sono Berlusconi e il centrodestra a rendere possibile ciò che in Italia non si è mai realizzato: la nascita di un grande movimento liberale di massa. E non è certo un caso se la nascita del centrodestra come forza liberale ed europea abbia posto, nel campo avverso della sinistra, non solo la questione dei conti con il passato, ma anche il tema della formazione di una nuova identità politica riformista. Due problemi posti ma non risolti dal ceto politico del centrosinistra. Affrontiamo allora più distesamente questa questione, spesso rimossa dai dirigenti della sinistra ma ancora oggi d'attualità come dimostra la discussione sul progetto del partito democratico. All'inizio degli anni Novanta, morto ma non sepolto il comunismo, si aprì la difficile contesa tra chi voleva condurre la sinistra verso una "via liberale" e chi, invece, credeva di doverla mantenere entro i confini della "via socialdemocratica". Ma spuntò anche una terza ipotesi, l'eterna terza ipotesi della sinistra italiana: un nuovo antagonismo di sistema. Massimalismo sindacale, giustizialismo giacobino, ideologie anticapitaliste e no-global, radicalismo antidemocratico si ritrovarono insieme non solo contro il Nemico, ma anche contro ogni tentativo di riformare la cultura politica della sinistra italiana. Il riformismo morì prima di nascere e la sinistra paga ancora questo prezzo che così presenta a tutta la nostra democrazia. La storia della sinistra nel Novecento è la storia di due forze rivali: comunismo e socialdemocrazia. Sappiamo come è finita questa storia: il comunismo ha perso: eppure la socialdemocrazia non ha vinto. Proprio quando c'è stato il crollo del comunismo, la socialdemocrazia è entrata in crisi: sul piano delle politiche economiche e sul piano valoriale. La logica delle redistribuzione aveva appesantito le strutture pubbliche e non aveva più garantito buoni servizi. Il "benessere" sbandierato dalle socialdemocrazia era puntato sugli aspetti economici, ma lasciava fatalmente inevase le domande del mondo della cultura e della formazione che, dagli anni Ottanta in poi, erano diventate fondamentali. Il principio della solidarietà si era inaridito perché immaginato su un modello di classi sociali ormai superato. In sostanza: le socialdemocrazie si erano strutturate intorno al "compromesso storico" tra i produttori: ma i mutamenti della dinamica sociale avevano travolto le ragioni fondamentali di quel patto. Ecologia, stili di vita, opzioni religiose, nuovi diritti di cittadinanza, controllo della tecnologia: le società contemporanee si andavano (e si vanno) sempre più sviluppando fuori e oltre i confini che erano stati immaginati nel mondo dei vecchi Welfare. La verità è che la stessa parola "socialismo", se non accompagnata dalla parola liberale, appartiene irrimediabilmente al passato. Si può perciò dire che, alla fine del XX secolo il liberalismo ha consumato le sue rivincite su tutte le altre politiche ideologiche. Non c'è un fine della storia rispetto al quale decidere i mezzi da usare, se gradualistici o rivoluzionari. La storia è senza fine, il futuro è aperto, per dirla con Karl Popper. La società deve poter essere aperta a ogni pensiero e a ogni impresa: per permettere che le opportunità di pensiero e di impresa possano essere garantite a tutti. Questa è la superiorità filosofica del liberalismo rispetto a ogni altro pensiero sociale.

Il liberalismo è l'anima del berlusconismo che oggi informa di sé tutto il centrodestra. La centralità della persona, cuore della nuova filosofia politica, orienta anche un nuovo liberalismo sociale. Libertà per l'individuo di far valere il proprio talento. Libertà di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici. Libertà di poter godere delle più ampie chance di vita. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter comunque aspirare a importanti traguardi sociali) stanno sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana. Da questa filosofia discende il carattere interclassista della politica liberale. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno voluto mettere in antagonismo, partecipano viceversa di un unico universo culturale che vede nella famiglia la prima cellula della comunità. Mercato e solidarietà non sono affatto due poli antagonisti. Sono, al contrario, concetti gemelli. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo e di sussidiarietà. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato.

Fino alla nascita del "berlusconismo", il liberalismo era inteso in Italia o come l'ideologia "proprietaria" delle classi dirigenti oppure come il portato dello scontro risorgimentale tra laici e cattolici. Dopo il 1994 comincia invece a farsi strada l'autentico significato del liberalismo politico e sociale, quello che da Locke in poi influenza tutti i più significativi movimenti liberali del mondo. Un liberalismo solidale e morale, metro universale della libertà di ogni individuo rispetto ad ogni tipo di potere, al di là della propria collocazione sociale e dei propri orientamenti religiosi o morali.

Come si vede i tratti identitari del berlusconismo sono tali da impedire ogni sorta di lettura di comodo degli eventi maturati nel nostro Paese nell'ultimo decennio e, se è pur vero che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, la forza della sua presenza politica e culturale costringerà prima o poi tutti, compresa la sinistra radicale, ad aprire gli occhi. Dicevamo in apertura che la cultura della demonizzazione comincia finalmente a perdere colpi. Da questo punto di vista, prima l'inattesa rimonta elettorale di Berlusconi nelle elezioni dell'aprile 2006, e poi la grande manifestazione del 2 dicembre hanno contribuito non poco a "cambiare il clima". E proprio quella manifestazione ha reso chiaro come, in questi anni, si fosse formata una grande novità: dove prima c'era la maggioranza silenziosa oggi si è costituito un grande popolo delle libertà unito nei valori e nei programmi. Un popolo che chiama la sua classe dirigente a una decisiva riflessione sul futuro. Un popolo che chiede di rendere il berlusconismo un fenomeno storicamente consolidato, istituzionalmente e culturalmente.

 

Il Partito della libertà

Per procedere lungo questa direzione la strada non è priva di ostacoli. E il maggiore non è, come si potrebbe essere indotti a pensare, quello di sedere sui banchi dell'opposizione. L'opposizione può anche avere una funzione positiva e rigenerante. Il futuro del centrodestra si gioca in realtà intorno a due decisive questioni: 1) la capacità di formare e selezionare una nuova classe dirigente, sempre più consapevole della rotta da percorrere; 2) la continuità storica dell'alleanza, la sua tenuta, il suo naturale sviluppo. Per rendere irreversibili le conquiste del berlusconismo, il centrodestra deve realizzare una grande operazione politica: costruire una stabile rete di formazione, di aggiornamento e di promozione della classe dirigente per creare nel tempo un'estesa e stabile comunità di governo. E' un traguardo che richiede pazienza e gradualità. Ma non sempre in questi anni è emersa la consapevolezza di dover guidare tale processo e non sempre l'azione politica è riuscita a dare piena visibilità al nuovo blocco sociale messo in campo. Al contrario: sono emerse incomprensioni e fratture. Poche sono, peraltro, le occasioni di confronto comune della coalizione. Scarsa è l'attenzione all'organizzazione politico-culturale dell'alleanza che, invece, come tutte le comunità umane, ha bisogno di cure amorose. Quel che ancora manca alle nostre classi dirigenti è ciò che invece mostrava di possedere la piazza del 2 dicembre: il senso della comunità, la convinzione di rappresentare una koinè di pensieri e di azioni di lunga durata. Si tratta di un processo da assecondare attraverso un deciso consolidamento della propria identità culturale e programmatica, con la costruzione di nuovi strumenti culturali e mediatici. Sicuramente è il caso di immaginare un più creativo e organizzato radicamento cultural-popolare sul territorio e una più efficace organizzazione della comunicazione, che non è solo propaganda o informazione: ma capacità di diffondere emotivamente il proprio pensiero. Nuove politiche per la cultura, l'istruzione, la ricerca, la comunicazione devono entrare in modo stabile all'interno dell'agenda politica del centrodestra e dell'agenda politica nazionale. L'errore commesso dalla Dc e dai vecchi partiti di centro di disinteressarsi degli apparati culturali non può essere assolutamente ripetuto. Finora, bisogna dirlo, non ci siamo.

In secondo luogo, una coalizione come il centrodestra, se vuole accrescere la propria consapevolezza di essere comunità di governo, non può non nutrire l'ambizione di diventare un'unica grande aggregazione nazionale. L'ambizione di diventare ciò che il popolo del 2 dicembre già sente di essere: un nuovo grande partito liberale, popolare, nazionale. Sarebbe estremamente insipiente seppellire sotto contrasti di pura bandiera o capricciosi antagonismi personali il fatto che nel centrodestra esiste una percentuale assai alta di valori condivisi, testimoniata anche dalla perdurante richiesta di unità e di semplificazione politica che continua a salire dall'opinione pubblica. L'unità è un valore-chiave di ogni coalizione che partecipi a un sistema bipolare. Ma per il centrodestra lo è ancora di più: mentre, infatti, il voto del centrosinistra è un voto aggregato, quello per il centrodestra è unitario. Un elettore comunista non voterebbe per la Margherita (e per il Partito democratico di domani), mentre la differenza tra l'elettorato di An e di Forza Italia ma anche dell'Udc è più sfumata. Non è del resto un mistero, neanche per i sondaggi, il fatto che gli elettori di centrodestra (e non semplicemente del centrodestra) attendono la nascita del Partito della libertà. Il nuovo partito è già visibile in nuce, nell'insieme del territorio italiano. Segno, questo, che fa capire come, nella stagione politica legata al nome di Silvio Berlusconi, il centrodestra può costruire un suo futuro e una sua autonomia solo a patto che la questione della leadership venga letta come la costruzione di una continuità con la nuova storia italiana che abbiamo qui cercato di descrivere. Muoversi entro tale logica significa non attendere il Godot del dopo-Berlusconi per "litigarsene l'eredità". Questo è solo un calcolo miope e illusorio. Al contrario, pensare e agire "come se" significa lavorare fin da oggi, con Berlusconi leader, per creare quella che abbiamo chiamato un'estesa comunità di governo, e cioè per creare i presupposti culturali e ambientali, ma perfino emotivi, di una lunga storia politica. Solo all'interno di questo processo chi ha più filo da tessere, tesserà.

La lunga transizione italiana non è ancora finita e il bipolarismo non si è ancora del tutto compiuto. Ma resta tuttora giusto e concreto il sogno degli italiani: avere una democrazia dell'alternanza finalmente stabile e rodata, con due schieramenti o partiti omogenei che reciprocamente si riconoscono la legittimità di governare per il bene comune. Popolari e liberali da una parte, socialdemocratici e verdi dall'altra, nella speranza che la cultura politica democratica prevalga a sinistra sul vento del massimalismo. A ben vedere credere nel sistema bipartitico e nella democrazia dell'alternanza significa lavorare affinché l'Italia ritorni, facendo tesoro delle conquiste di questi anni del berlusconismo, alla sua antica connotazione sistemica. Da una parte, un nuovo grande partito popolare, legato al Ppe, pienamente liberale, figlio del popolarismo riformista e dell'umanesimo laico, protagonista del superamento dell'ostracismo verso destra. Dall'altra un nuovo partito socialdemocratico, anch'esso però geneticamente modificato: questa volta pienamente laburista, frutto del definitivo superamento della cultura massimalista e della cooperazione di quei cattolici e di quei laici che si sentono eredi di una cultura alternativa a quella liberale. Un grande partito liberal-popolare da una parte e una grande forza socialdemocratica dall'altra. E, tra questi due grandi campi, vincerà probabilmente la gara politica chi avrà meglio saputo assimilare e far proprie le istanze di quella "eresia", liberal-socialista che non ha trovato lo spazio meritato nella storia del Paese ma senza la quale, ancora oggi, non si dà alcuna vera modernizzazione del sistema.

Fino a qualche anno fa, un tale esercizio politico era pura accademia. Oggi non è più così. Sappiamo che, nei rispettivi campi, i due grandi partiti stanno prendendo forma. Ma sappiamo anche quanto forti siano anche pigrizie e resistenze conservatrici. Oggi più di ieri il futuro del bipolarismo italiano e, dunque, la qualità della democrazia è nelle mani delle persone che detengono la leadership dei diversi partiti. Grande è la loro responsabilità, grande la responsabilità di noi tutti nei confronti della nostra storia nazionale. Essa può essere indirizzata verso un orizzonte politico ancora più solido e maturo, chiudendo così la transizione italiana, oppure può nuovamente precipitare nelle paludi della sfiducia. La politica italiana è al bivio: continuare sulla strada della nuova Italia o tornare a infilarsi nei vicoli della vecchia. A noi, oggi, spetta il compito di essere orgogliosi di un'avventura che, tra mille ostacoli e difficoltà, ha arricchito lo spirito pubblico della democrazia e ha completato la storia della coscienza nazionale. E di essere consapevoli che il suo futuro dipende unicamente dalla nostra lungimiranza e dal nostro coraggio.
 
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
 

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