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Come prolungare la vita (senza alterarla)

LIBERAL BIMESTRALE
di Luc Montagnier
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thDa qualche decennio, sappiamo molto di più sulla nostra origine biologica rispetto a tutte le generazioni precedenti. Sappiamo, grazie alla spettroscopia, che tutti gli elementi dell’Universo sono gli stessi che incontriamo sulla terra e gli stessi che ci costituiscono. Solo che, a temperature vicine allo zero assoluto, le associazioni degli atomi tra di loro diventano più ricche e più complesse. È quello che successe - felice coincidenza - sulla crosta terrestre, dopo la sua formazione grazie alla concrezione delle particelle dell’alone solare e dopo che si fu raffreddata a sufficienza per trattenere allo stato liquido l’acqua portata dalle comete. Grazie all’energia fornita dal sole si sono costituiti edifici molecolari di ogni tipo in una dinamica di costruzione e distruzione perpetue. Eppure, nello stesso modo in cui la terra si è formata per la concrezione di corpi più piccoli, alcuni elementi molecolari più grandi e più termodinamicamente stabili si sono formati a partire da molecole semplici risultanti dall’interazione del carbonio, dell’idrogeno, dell’azoto e dell’ossigeno: è la tappa pre-biotica di polimeri sempre più grandi, e capaci di accrescersi utilizzando elementi dell’ambiente circostante. Tuttavia, la loro stessa complessità li rendeva fragili, sottoposti all’autodistruzione; da qui derivava una pressione selettiva per mantenere attraverso copie le strutture necessarie. È il primo tentativo di costituire diversi supporti che possano servire da memoria. Tra questi tentativi, i polimeri di neucleotide, precursori dei nostri acidi nucleici, si sono rivelati i più efficaci per quanto riguarda la stabilità. Invece, per quanto riguarda la diversità delle funzioni, i polimeri di acidi amminici precursori si sono rivelati i più versatili. Il periodo di competizione tra queste due famiglie di polimeri si è infine risolto in una soluzione ancora più efficace, la loro associazione e la separazione delle funzioni, facilitate da un terzo tipo di polimeri: i polimeri lipidici. Questi permettono la formazione di supporti elastici e solidi che favoriscono sia gli scambi che le separazioni di fase. Dopo molteplici tentativi di corrispondenza tra nucleotidi e acidi amminici, il sistema più efficace che è emerso è il nostro codice genetico attuale. Questo è l’inizio della memoria genetica e della «immortalità» - fino a quando le condizioni proprie alla vita spariranno dal nostro pianeta - del nostro patrimonio biologico. Il nostro patrimonio biologico è costituito da milioni di «invenzioni» acquisite da miliardi di anni e sono duplicati a ogni duplicazione del Dna. Tutti gli organismi viventi, quale che sia il loro grado di organizzazione o di diversità, usano il medesimo codice genetico, il che permette anche trasferimenti orizzontali di informazione genetica tra organismi diversi.
Un vero e proprio calendario, indipendente dalle credenze in vari profeti, potrebbe partire da un «anno zero» in cui questa memoria genetica ha avuto inizio. Purtroppo non potremo mai datarla con precisione, anche con un’approssimazione di cento milioni di anni; resta il fatto che questo anno zero ha segnato l’inizio di un’irreversibile vettorizzazione del tempo e della Storia. Tra l’anno zero e quest’anno, la massa di materia vivente della crosta terrestre, la biomassa, non è variata molto. Quel che è cambiato è il suo grado di organizzazione, dal semplice al complesso. Questi edifici molecolari primordiali si sono successivamente associati in operoni (insieme di geni che codificano proteine associate in un metabolismo particolare). Gli operoni si sono quindi associati (sempre per ragioni di vantaggi selettivi) in archeocellule, che sono all’origine dei batteri attuali. L’associazione di varie archeocellule batteriche ha permesso la formazione delle nostre cellule, che sono potute o restare isolate (protozoi) o associarsi in organoidi, quindi in organismi. L’integrazione funzionale resa necessaria da questi livelli di organizzazione, così come la loro riproduzione è stata realizzata grazie all’associazione fisica delle memorie genetiche in molecole lunghe di Dna. Tuttavia, più le molecole di Dna sono lunghe, più sono elevati i rischi di errore (di traduzione, di riproduzione). Per questo motivo è più vantaggioso associare due esemplari provenienti da entità indipendenti l’una dall’altra: è l’inizio della sessualità, favorita dalla mobilità e dalla sensibilità (coordinate da un sistema nervoso), e dello sviluppo embrionale a partire da una sola cellula, l’uovo fecondato. Il ciclo riproduttivo sessuato sembra oneroso, poiché bisogna «ricominciare il mondo», dar vita a un essere sempre più complesso di ciclo in ciclo, mentre ogni cellula derivata dall’uovo possiede l’intero programma genetico per riprodurre quell’individuo intero e in modo identico (da qui deriva l’attuale tentazione per la clonazione).
Il vantaggio di questo sistema, oltre all’eliminazione di errori nefasti - le tare - è anche, paradossalmente, di permettere la perennità di mutazioni vantaggiose sopravvenute nelle cellule riproduttive di uno dei partner sessuali. Questa selezione può realizzarsi solo se gli individui muoiono dopo essersi riprodotti. Biologicamente, la morte di un individuo, tanto quanto quella delle cellule che lo compongono, è inevitabile. È uno dei meccanismi, tra altri, emersi per la ragione che abbiamo visto, e forse, per quanto riguarda gli organismi ultra-organizzati, anche per un altro motivo. L’usura provocata dall’esposizione ai fattori ambientali può sregolare a lungo andare i meccanismi che controllano la divisione cellulare: alcune cellule si riproducono in questo caso in modo anarchico e producono un tumore canceroso. Se - non è impossibile che avvenga in futuro - potessimo sfuggire ai programmi genetici di mortalità, probabilmente moriremmo tutti di cancro dopo aver vissuto per centoventi o centocinquant’anni. Infatti, alcune cellule tumorali sono immortali in laboratorio. Nel 1952, una donna afro-americana, Helene Lane, morì negli Stati Uniti in seguito a un cancro del collo dell’utero. Le cellule del suo tumore furono messe a cultura e da allora si sono propagate senza interruzione in numerosi laboratori senza perdere il loro potenziale di moltiplicazione e mantenendo i caratteri di differenziazione del cancro di Helene Lane: si tratta del ceppo Hela. Sono immortali. Sappiamo oggi che l’immortalità di queste cellule dipende da due geni di un piccolo virus che aveva infettato il collo dell’utero della paziente: un papillomavirus. Se sopprimiamo l’espressione di questi due geni (E2 e E7) la cellula perde le sue caratteristiche cancerose e muore. In altri tumori è la mutazione del gene cellulare p-53 che controlla l’apoptosi a provocare la proliferazione incontrollata. L’apoptosi, o morte cellulare programmata, dipende dai programmi genetici che esistono in ogni essere pluricellulare. Questi programmi agiscono fin dalla formazione dell’embrione: la genesi delle forme dipende sia dalla moltiplicazione che dalla morte di certe cellule. Per formare le dita di una mano, l’abbozzo embrionario è all’inizio una mano piena, la digitazione si forma grazie alla morte delle cellule esistenti tra le dita. Nella genesi delle cellule riproduttive femminili, la maggior parte degli ovuli - qualche milione - muoiono di apoptosi prima della nascita della bambina. Solo qualche centinaio sopravvivranno nella donna adulta e saranno candidati alla fecondazione. Il funzionamento normale del sistema immunitario dipende anche dalla distruzione per apoptosi dei cloni cellulari che generano reazioni auto-immunitarie.
Che dire allora della morte programmata degli individui? Anche questa dipende da programmi genetici ben determinati su scala cellulare, che esercitano, però, la propria influenza in modo più sottile. Ne esistono più d’uno: tra questi c’è l’accorciamento delle estremità dei cromosomi, i telomeri, grazie a un enzima, il telomerase. Quando l’accorciamento è troppo grande, la cellula normale non può più dividersi, mentre le cellule cancerose hanno mutazioni che inibiscono il funzionamento del telomerase. Ne risulta che le cellule normali possono dividersi un certo numero di volte, dopodiché il processo di divisione si arresta e le cellule muoiono. Tuttavia la durata della nostra vita non ha ancora raggiunto questo limite: un uomo di novant’anni continua a poter far rimarginare le sue ferite, a rinnovare la mucosa intestinale, a produrre (se la stimolazione ormonale è ancora presente) spermatozoi. Ci sono quindi altri meccanismi che ci fanno morire prematuramente. Uno dei più «diabolici» è l’involuzione del timo. Il timo è un organo che permette la maturazione e la programmazione dei linfociti-T, responsabili dell’immunità cellulare. Quest’immunità ci difende - parallelamente agli anticorpi - uccidendo le cellule infettate da germi, batteri, funghi, virus, parassiti. Il timo di un uomo di settant’anni funziona dieci mila volte meno di quello di un uomo di vent’anni. Quindi il controllo del numero degli agenti infettivi - batteri, virus - che sono presenti allo stato latente, comincia a declinare con l’età portando con sé l’espansione di questi germi e delle infezioni croniche. Queste infezioni sono fattori delle malattie croniche - tumori, ateromi, artriti, Alzheimer, Parkinson - che possono causare la morte degli individui anziani, per non parlare delle infezioni acute come la polmonite. Perché esiste quest’involuzione del timo nei mammiferi e quindi nell’uomo? Probabilmente perché la rapida scomparsa dei più anziani, in una situazione in cui il cibo e lo spazio sono limitati, aumenta le possibilità dei più giovani in età riproduttiva.
Senza parlare di immortalità, possiamo forse prolungare la vita attiva grazie a queste conoscenze? Non possiamo intervenire per il momento sulla programmazione genetica dell’involuzione del timo. Non è una possibilità da escludere per il futuro, se - ma questo resta da dimostrare - quest’involuzione fosse causata dall’espressione dei geni dei retrovirus endogeni inseriti nei nostri cromosomi nel corso dell’evoluzione. In compenso sarebbe possibile intervenire sugli agenti infettivi, tenendo conto però del cambiamento intervenuto nel mondo dei microbi nel corso del secolo che ci separa da Pasteur, e della capacità sviluppata dalla maggior parte dei microbi di sfuggire agli antibiotici che usiamo in modo massiccio non solo in medicina, ma anche nell’allevamento degli animali di cui ci nutriamo. Più direttamente, possiamo intervenire sulle conseguenze di queste infezioni, ovvero sullo stress ossidante: si tratta di un disequilibrio tra le molecole ossidanti - i radicali liberi - generate da queste infezioni e le capacità antiossidanti dell’organismo; il ripristino di queste capacità - attraverso un nutrimento appropriato e la somministrazione di antiossidanti - permetterebbe di prevenire l’insorgere di queste malattie croniche. Sopprimere i tumori, le malattie cardio-vascolari, le malattie neurodegenerative permetterebbe di guadagnare pressappoco vent’anni di vita attiva e una speranza di vita media di cent’anni. Siamo lontani dall’immortalità, ma guadagnare vent’anni di vita, il che è alla nostra portata, già sconvolgerebbe completamente la nostra società: la pensione a sessanta o a sessantacinque anni apparirebbe completamente ridicola e finanziariamente insopportabile per la società, ognuno potrebbe prendere in considerazione una vita in cui si succederebbero mestieri diversi. La medicina - oggi chiamata a gestire essenzialmente le crisi gravi - diventerebbe sempre più preventiva, implicando check-up regolari e trattamenti preventivi appropriati. Non vedo soluzioni alternative in un futuro prossimo. La soluzione della clonazione riproduttiva è una falsa pista. Un individuo riprodotto da un genoma proveniente da una cellula somatica di un individuo adulto sarebbe biologicamente un vero e proprio gemello di questo individuo, ma non avrebbe né la personalità né il vissuto acquisito nel suo cervello. È la stessa situazione in cui una persona n° 1 riceve attraverso un trapianto tutti gli organi di una persona n° 2 tranne il cervello: resterà la persona n° 1. Inoltre, supponendo che tutti gli ostacoli tecnici siano risolti - e oggi non è così - resterebbe il problema etico fondamentale: intervenire sui meccanismi naturali della nostra eredità vorrebbe dire giocare all’apprendista stregone, intaccare qualcosa che ha richiesto più di tre milioni e mezzo di anni per costituirsi.
Possiamo considerare altre soluzioni? In questo caso bisogna pensare alla Fisica, ma entreremmo nel campo della fantascienza. Forse un giorno potremo riprodurre un corpo vivente in tre dimensioni trasponendo a distanza l’organizzazione dei suoi atomi. Ma in questo caso bisognerà dire addio alla riproduzione sessuale e i cloni umani, tutti geneticamente identici, sarebbero molto sensibili alle nuove epidemie. Quel che fa la forza della nostra specie, la sua quasi-immortalità, è la diversità genetica degli individui che la compongono: ci sarà sempre qualcuno che resisterà a qualsiasi fattore infettivo che potrebbe apparire. Quindi, per fare in modo che la nostra specie e la nostra civiltà sopravvivano, non cerchiamo di diventare immortali! Per concludere, vorrei solennemente oppormi ad alcuni ragionamenti che si sentono spesso negli ambienti della ricerca: «Se un esperimento scientifico è possibile, si farà in ogni caso, quindi dobbiamo essere i primi a farlo»; «Quanto alle conseguenze negative possibili di questi esperimenti, ce ne importa poco. Spetta alla società dirigerli nel giusto verso». Penso al contrario che i ricercatori debbano avere coscienza della propria responsabilità e non intraprendere esperimenti - in particolare sulle manipolazioni genetiche con geni patogeni - che potrebbero portare a nuocere o a uccidere altri esseri umani. Che tutti i biologi prestino il giuramento di Ippocrate: Primum non nocere!!

(Traduzione dal francese di Elisa Loche)




 

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