Tra gli interventi sul terzismo pubblicati nello scorso numero di liberal, quello che Paolo Mieli ha più apprezzato è stato quello di Biagio de Giovanni. Perché è il solo che in un certo senso «ha reso giustizia» al padre fondatore di questa corrente culturale e politica - Milei appunto - di cui da un anno a questa parte si fa un gran parlare. Tutto iniziò con l’uscita dell’ultimo libro di Mieli, La goccia cinese (Rizzoli, 2002), e con la «fortunata» definizione coniata da una giornalista che lo recensiva e applicata al libro, nata da un’analogia con un illustre terzista ante-litteram, quel Salvador de Madariaga che, durante la guerra civile spagnola, schierato col fronte repubblicano aveva però cercato una via percorribile di riappacificazione tra i due fronti, interlocutoria tra le parti migliori di essi. Tutt’altro che franchista ma non allineato con i comunisti, Salvador de Madariaga non fu però capito, e come tutti gli antifascisti visse quarant’anni in esilio. Quella stessa incomprensione sembra ora incombere su Paolo Mieli, bersaglio diretto o indiretto di quella che lui definisce una «campagna antiterzista», addolorato testimone di una polemica non fatta «direttamente sul terzismo in sé, ovviamente discutibile come tutte le cose di questo mondo, ma con lo scopo principale di camuffarne i connotati. Una tecnica odiosa che mi ripugna e che non userò mai nei confronti del mio avversario. Mentre ancora oggi viene usata contro di me o contro quelli che la pensano come me». Facciamo dunque chiarezza sul terzismo. Come lo definisce Paolo Mieli?
«Non è un modo di tenersi in mezzo tra le due correnti politiche ma è una maniera di stare all’interno di uno schieramento - nel mio caso il centrosinistra, per altri il centrodestra - prestando un’attenzione particolare ai torti della propria parte e alle ragioni della parte opposta. La parola «terzismo» viene invece usata come sinonimo di cerchiobottismo, preferendo così ignorare ciò che invece produce questo tipo di atteggiamento: la costruzione di una famiglia tra persone del centrodestra e persone del centrosinistra - sia in termini politici che in termini culturali - le quali dedicano la stessa attenzione ai torti della propria parte e alle ragioni della parte opposta. Persone, o settori politici e culturali del centrodestra e del centrosinistra che familiarizzano, pur rimanendo radicate nello schieramento al quale appartengono. Questa formula ha avuto una certa diffusione e ha coinvolto più persone di quanto avrei creduto all’inizio: certo perché è un termine fortunato (il fatto stesso che liberal gli abbia dedicato una sezione intera e che torni ora a occuparsene lo dimostra), ma soprattutto a causa della quantità di aggressioni che questa parola ha ricevuto: sempre o quasi sempre - lo ripeto - senza cimentarsi con il vero senso di questo termine (per questo sono grato a Biagio de Giovanni che lo ha ulteriormente chiarito), anzi interpretandolo come un’identità terza per sfuggire al bipolarismo politico-culturale. Il terzismo è efficace proprio perché non è cerchiobottista: ogni forma di terzismo cerchiobottista, cioè lo stare in una posizione che non è né di destra né di sinistra, è una formula che non mi interessa e che è destinata a essere la patria dei furbacchioni, di quelli che non si vogliono schierare o che vogliono tenere un piede di qua e uno di là. Non è questa la nostra partita e questo deve essere chiaro in modo inequivocabile.
Ma l’atteggiamento del riconoscere i propri torti e le ragioni dell’altro non dovrebbe essere il normale atteggiamento di uno schieramento politico rispetto a un altro? Una normale regola della democrazia? Perché dunque ricorrere a vie alternative?
Effettivamente nessun Paese ha bisogno di una cultura terzista per il semplice motivo che negli altri Paesi, per le ragioni più diverse, è da tempo in uso che le parti si contendano rispettandosi e legittimandosi a vicenda. L’unico Paese del mondo civile dove, non per colpe specifiche ma per cause storiche, ciò non è accaduto è l’Italia. Abituati fin dal tardo Medioevo allo spirito di fazione, alla lotta tra le parti, siamo completamente disabituati ad avere due parti ambedue legittimate a governare sia in politica che nelle istituzioni economiche e culturali. Non a caso siamo l’ultimo Paese al mondo ad aver conosciuto l’alternanza per via elettorale: quella per cui una volta ogni cinque anni si vota, con esiti di volta in volta favorevoli o al centrodestra o al centrosinistra. Che andasse al governo una maggioranza composta dall’ex opposizione e all’opposizione l’ex maggioranza, da noi è accaduto per la prima volta nel 2001, cioè esattamente centoquarant’anni dopo la nascita del nostro Stato unitario. Prima non era mai - dicasi mai - accaduto che maggioranza e opposizione si dessero il cambio per via elettorale. Essendo dunque arrivati ultimi abbiamo una naturale difficoltà a concepire l’altro come una cosa diversa da un attentatore alle nostre libertà, un demone mandato dagli inferi a turbare il nostro equilibrio. Al di là delle frequenti dichiarazioni di legittimazione reciproca, abbiamo bisogno di un di più di legittimazione che ci faccia sentire parte della lotta del Bene contro il Male scritti con la maiuscola. Siccome io penso che non sia possibile che ci si trovi sempre impegnati in questa disputa manichea, decido per principio, anche a dispetto di evidenze che mi rendono non simpatica la parte politica a me avversa, di fare uno sforzo e di domandarmi: «E se dall’altra parte ci fosse qualcosa di bene? E se dalla mia parte ci fosse qualcosa di male?». In altre parole, scelgo questo atteggiamento come metodo. Per fortuna di persone di questo tipo ce ne sono sia a destra che a sinistra... Descriverci come gente che si mette sulla riva e aspetta di vedere chi vince per poi seguirlo è - lo ripeto - un espediente polemico. Non ho nessun problema a dichiararmi, come ho già fatto infinite volte, un elettore del centrosinistra...
Tuttavia il terzismo non sembra servire a stemperare gli animi, i toni della politica sono sempre eccessivi, demonizzatori. La sua utilità non è evidente...
Stemperare il clima politico è un miraggio, non basta premere un interruttore per farlo. Il modo a mio avviso utile per riuscirci è che nei due poli - politici e culturali - ci si debba sempre più spesso misurare con una minoranza di persone come i terzisti. Nel mio campo politico, il centrosinistra, la presenza di persone come me è stata uno stimolo che ha indotto molti a guardare le cose in modo più temperato, più attento a non usare due pesi e due misure. Certo nel centrosinistra rimane una parte notevole che fa finta (insisto su questo concetto) di non capire. Quelli che insinuano che dietro a questo atteggiamento si nasconda qualche macchinazione, che cercano di far passare il messaggio subliminale che i terzisti lavorano per il fronte opposto... Usano gli stereotipi in voga dalla stagione giacobina a quella leninista. Uno stile di polemica presente anche in alcuni degli interventi pubblicati su liberal, ma devo comunque riconoscere che il fronte antiterzista da un anno a questa parte ha perso colpi, non ne ha guadagnati.
Ma il forte ostracismo di una parte contro l’altra, la volontà di demonizzare non appartiene più alla sinistra che alla destra?
Il terzismo è nato da una contrapposizione di manifesti della sinistra alla vigilia dell’ultima campagna elettorale. Ce ne fu uno, ispirato da Paolo Sylos Labini, che descriveva Berlusconi come il demonio e ce ne fu un altro, firmato da me, da Luciano Cafagna, Michele Salvati, Augusto Barbera e Franco Debenedetti, cioè da cinque persone tra loro diverse - alcuni deputati altri semplici intellettuali di sinistra - che si contrappose dicendo «no alla demonizzazione». Il manifesto di Paolo Sylos Labini ebbe un successo clamoroso, raccolse migliaia di firme, il nostro pochissime. Dò molta importanza a questo episodio grazie al quale, nonostante la sconfitta subita ma prevista, abbiamo potuto piantare il seme di un albero che poi è cresciuto e che oggi, benché i demonizzatori siano ancora la maggioranza nel centrosinistra, ha cambiato il rapporto di forza - lo ha cambiato culturalmente - rispetto a quella vigilia di campagna elettorale in cui l’unanimità si schierava contro pochi. Certo Berlusconi non ha aiutato, nel senso che la prova di questo governo non è stata tale da placare gli animi. Noto che dall’11 maggio 2001, data delle elezioni vinte in modo strepitoso con cento parlamentari in più alla Camera e cinquanta al Senato, a oggi, non conosco nessuno che si sia spostato dal centrosinistra al centrodestra, benché si dica che l’Italia sia la patria di quelli che salgono sul carro del vincitore. Ma ugualmente, per principio, continuo a tenere il punto - altrettanto fanno le persone come me - e a dire che se e quando ci sarà bisogno sarà il corpo elettorale a esprimere il giudizio definitivo. Non sono ammesse scorciatoie, né altre furbate.
Tipo i girotondi?
Nonostante le condizioni proibitive cui ho accennato, ho l’impressione che la cultura del terzismo sia cresciuta mentre quella che ha dato luogo alla sfebbrata girotondina si sia invece ridimensionata. Ma non voglio essere equivocato: so bene che nel centrosinistra è ancora iperprevalente l’altra tendenza, però, torno a dire, quella del «non basta dire no» è cresciuta. Lo stesso vale per il centrodestra: prima tutto radicalizzato con una parte silente, oggi mi sembra che vi prevalga una cultura della differenziazione che vuole esprimere più identità contrapposte, con uno spirito interlocutorio nei confronti dell’avversario che cessa quindi di essere un nemico. So bene che ancora per anni, forse per una o due generazioni i terzisti sono destinati a essere sconfitti, ma mi compiaccio del fatto minimo che questa cultura cresca. Ed è il sale per l’Italia, un valore da difendere. Io voglio vivere in un Paese dove posso scegliere tra due vere opzioni, tra loro alternative. Non come ai tempi in cui sono cresciuto, dove opzioni diverse si mettevano insieme facendo il governo dei buoni da cui lasciar fuori i cattivi. Io voglio scegliere tra due schieramenti nella consapevolezza che i buoni e cattivi esistono nell’una e nell’altra parte, e nella certezza che dietro il sogno in cui i buoni si uniscono emarginando i cattivi, c’è sempre il trucco. Eppoi quest’ultima sarebbe una condizione che elimina il mio potere di scelta: quindi meglio un mix di buoni e cattivi, che la sintesi dei buoni foriera d’inganno.
Ciò smentirebbe il fatto che la cultura terzista appoggia il «governo dei migliori»...
Un altro espediente polemico per descrivere il terzismo alla luce di un pregiudizio. Coloro che vogliono tenere alta la temperatura evitano di misurarsi con il fronte della ragionevolezza, altrimenti si rivelerebbero per quello che sono: esagitati, persone incapaci di razionalità, soprattutto - ed è la cosa più evidente qui da noi - malate di doppiopesismo, cioè portate a usare un criterio di autoindulgenza per sé e di grande severità nei confronti dell’avversario. Quest’ultimo tratto nel mondo anglosassone - che proprio per questo non ha bisogno di terzismo - è proibito. Il double standard - come viene definito - è un reato e chi lo commette nello scrivere un articolo o nel fare politica paga un prezzo. Non adottare il fair play, quello stile che non ti fa soprassedere a un atto di civiltà come la telefonata del candidato perdente al candidato vincente, questa e altre migliaia di cose simili, nel mondo anglosassone sono l’Abc dello stare al mondo, dell’educazione. Una persona che si comportasse all’italiana, striderebbe e verrebbe espulsa da ogni comunità. Ecco, io sono una persona che cerca di far prevalere questo punto di vista. E la partita dei terzisti - sia del centrodestra che del centrosinistra - è una partita per la vita o per la morte. Siamo una minoranza, ma se anche in una piccola parte della società si comincia ad adottare il punto di vista che per stare a tavola bisogna respingere la tentazione di lavarsi le mani nel piatto dell’insalata... be’ per coloro che si lavano le mani nel piatto dell’insalata è la fine. Se in Italia attecchisce il criterio del fair play, io credo che una serie di politici e intellettuali che vivono invece dell’appello rimbombante, della retorica, del «noi buoni e voi cattivi», impostando tutto su questo, camperanno meno bene anche se dovessero rimanere forti e rappresentativi di una maggioranza.
Se però i più forti rimangono quelli che urlano di più, difficile per l’elettore dare una preferenza a queste minoranze all’interno del loro schieramento.
Il terzismo non ha come scopo la conquista dell’elettorato ma è fatto per vivere meglio in un Paese che si vuole rendere migliore. Lo scopo per cui sono terzista è che preferisco vivere in un Paese dove posso camminare dall’ufficio a casa senza essere pestato a ogni angolo di strada. (Tra l’altro, che mi pesti la mia parte politica o la parte avversa, sono sempre botte). Il terzismo serve a incivilire il dibattito, dopodiché ciascuno tifa per la propria parte sperando che vinca. Dal punto di vista elettorale il terzismo non sposta niente. Ma più che agli elaborati terzisti, io starei molto attento alla campagna antiterzista. «Terzismo» è una parola che subisce le sorti del «revisionismo» nel dibattito storiografico. Anche del revisionismo - non una teoria ma semplicemente un modo di vedere la storia senza pregiudizi anche quando il risultato della revisione può essere scomodo - la cosa che mi incuriosiva di più erano le argomentazioni del fronte antirevisionista, perché da questo fronte composito e ricco si capivano i tic della malattia italiana. Lo stesso vale per il terzismo. Per avere delucidazioni sul terzismo basta adattarsi a studiare la pamphlettistica, gli articoli di giornale, i libri o i discorsi antiterzisti: il terzismo, l’ho già detto, non è come viene descritto; non è un’area terza che si mette in mezzo fra le parti, né un ponte fra le parti. Come per la rilettura del passato, io sono una persona capace di guardare ai torti dei vincitori e ai torti dei vinti. È un principio basilare che ho imparato dal mio maestro, Renzo De Felice, che applico con ostinazione a tutto. Ma poniamo il caso estremo che invece fosse un’altra cosa. Che fastidio darebbe? Perché tutto questo livore? Che cosa genera tanto rabbioso interesse? Mettiamo che i terzisti fossero tali per mantenere il piede in due staffe, per stare un po’ col Polo e un po’ con l’Ulivo, per ambire, grazie a queste tecniche, magari a qualche posto importante... Basterebbe a far loro meritare tanti vituperi?
Sembra che lei conosca la risposta a tutte queste domande...
Le risposte stanno tutte in quel motivo ricorrente a cui accennavo prima, presente sia a destra che a sinistra, per cui gli ultras dicono di battersi sempre per un «momento eccezionale». Fin da quando ero bambino si è sempre miracolosamente prodotto un momento talmente particolare che non lasciava spazio ai dubbi. Il momento della battaglia, in cui chiunque non si impegna sugli spalti è un disertore. E ci si deve occupare subito di fucilare i disertori. Ma non è pazzesco? Possibile che sia sempre l’ora decisiva? Questa cosa non è accettabile. Non credo che sia possibile che da quando avevo 15 anni a oggi che ne ho quasi cinquantacinque, cioè da quarant’anni a questa parte sia sempre il momento dell’ora decisiva, del confronto tra il Bene e il Male. Io studio la storia: non si dà un secolo in cui ogni giorno per quarant’anni sia stata sempre l’ora X. Dunque voglio essere io a riconoscere il momento in cui in campo ci sono davvero il Bene e il Male. Fino ad allora, consentitemi di scegliere pensando che uno schieramento sia migliore dell’altro, magari leggermente migliore o nettamente migliore o solo meno peggio, senza che questo rappresenti la lotta del Bene contro il Male. Nel mondo che ci siamo lasciati alle spalle di ore X ne ravviso una sola: quella della lotta al nazismo. Ciò vale se osservo l’intero Novecento da questa parte dell’Europa, perché se l’osservassi da altre parti ne vedrei anche altre di ore X. E per il rispetto che ho di quell’ora X, a quell’ora X mi rifiuto di apparentarne altre.
Per quello che riguarda strettamente il nostro Paese, non ritiene che con il comunismo non si siano fatti gli stessi conti che con il fascismo, e che questo pesi ancora molto sulla qualità dello scontro politico?
È ovvio che questo Paese ha dovuto fare i conti in modo diverso con il fascismo rispetto al comunismo, non fosse altro perché il fascismo l’ha conosciuto e il comunismo no. Con qualche eccezione alla frontiera orientale (subito dopo la caduta del fascismo, quando i comunisti con l’aiuto degli slavi presero il potere nella zona di Trieste e in poche settimane ne fecero di cotte e di crude), il fascismo l’abbiamo conosciuto e il comunismo no, ma di qui a negare l’apparentamento che c’è stato per una lunga parte del secolo fra i comunisti italiani con le mostruosità dell’Est, magari con le più generose intenzioni, sempre nella convinzione di lottare per gli oppressi, per il Bene contro il Male.... Eppure questi apparentamenti ci furono e devo riconoscere che i conti si è cominciati a farli davvero solo a metà degli anni Novanta. Ma è ancora un confronto molto difficile, perché ogni volta che qualcuno nel modo più diverso si accinge a farli questi conti - e adesso ci sono molte persone anche di sinistra che li fanno - viene sottoposto a una tale doccia di scoraggiamento che poi lascia passare un buon numero di anni prima di riprovarci. Ciò impedisce che i conti vengano fatti fino in fondo e con una adeguata celerità. Il Novecento ha conosciuto vari crimini, tra questi la Shoah ha una sua unicità; ma ce ne sono stati anche altri dei quali bisogna sapere tutto. Farla franca con i conti della storia, vuol dire lasciar correre le peggiori atrocità, in virtù di quel lasciapassare fornito dall’autocertificazione di aver lottato per il Bene contro il Male, conduce alla conculcazione dei diritti. È per scongiurare questo pericolo che bisogna fare i conti con la storia, per impedire che la conculcazione dei diritti torni sotto qualsiasi spoglia. Non è tanto perché certe ideologie possano riproporsi, sarebbe sciocco credere che il comunismo rappresenti ancora un incubo per l’umanità. Quello che si può riproporre non mira né alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione né alla sovietizzazione, non ha assolutamente nulla in comune con l’esperienza comunista o nazista, tranne il dettaglio di rinchiudere, metaforicamente parlando, gli oppositori in spazi circondati da filo spinato dove entrano vivi ed escono morti. I conti con la storia occorre farli fino in fondo per cancellare l’illusione di essere assolti in base al principio che si è lottato dalla parte del Bene contro il Male.
Non crede che l’11 settembre del 2001 abbia rappresentato un’ora X e che da quel momento la lotta del Bene contro il Male si sia riaperta?
In un certo senso sì. Per me l’11 settembre è una data molto significativa. Sono tra quelli per cui quel giorno è cambiato tutto. Per me l’11 settembre significa un’assunzione di impegno per far sì che la democrazia trionfi in tutto il mondo, per il definitivo abbandono di ogni criterio relativista secondo il quale si tollera che alcuni Paesi «si arrangino da soli, si acconcino al loro modo di essere». Il mio impegno, e quello delle persone come me, è che nel mondo - anche a dispetto di una stagione difficile che prevedo molto lunga - trionfi la democrazia. Vale a dire che in ogni Paese si possa vivere secondo quei principi di libertà validi per tutti: la libertà di scegliere i giornali da leggere, le scuole da frequentare, il culto da professare, i partiti da votare. Alla guerra in Iraq io ho mosso obiezioni: di tempi, di modalità... Sono obiezioni serie che mantengo, senza tuttavia farmi sfuggire la constatazione che nel mondo che si contrappone a Bush non esiste nessuna ricetta alternativa per far trionfare la democrazia dove non c’è. Solo chiacchiere, nient’altro. Anche in questo, il mio atteggiamento è di ribadire in che campo mi schiero, di esprimere la mia contrarietà motivata alla guerra se c’è, anzi ritenendo doveroso farla risaltare al momento opportuno. Ma di far risaltare che nel mio schieramento politico non si vedono proposte che indichino come dare una mano alla Siria, all’Iran, alla Corea, al Laos, al Vietnam agli infiniti Paesi che non conoscono lo Stato di diritto. Qual è il modo alternativo a quello concepito dai neo conservatori americani? È una domanda che esige una risposta. Chi obietta alla guerra ma ritiene come me che l’11 settembre sia uno spartiacque, deve far valere questo punto nella propria parte politica.
Forse le polemiche antiterziste si sono anche accese a causa del marcato bisogno di schierarsi emerso dopo l’11 settembre. Tanto più di fronte al riproporsi dei vecchi cliché antiamericani.
Come ho detto il terzismo non è nemico dello schierarsi ma è l’atteggiamento con il quale ci si muove all’interno del proprio schieramento. Anzi, del terzismo è presupposto lo schierarsi. Prima cosa: «tu da che parte stai?». Questo serve a chiarirsi le idee, a renderle verificabili, a non dire mezze verità. Scommettere su quello che uno pensa, dichiararlo e poi operare alla luce di quello che si è detto. È per questo che ritengo sleale e tipico della cultura che combatto contraffare questo dato. A me ripugna fare dichiarazioni di voto ma firmo manifesti nei momenti delle elezioni proprio per essere poi libero di poter dire quello che penso. A volte mi pronuncio quando non sarei tenuto, magari su cose che non conosco abbastanza, a volte con convinzione relativa, ma lo faccio per principio, perché so che dà valore a quello che dirò in seguito. Penso che una critica allo schieramento ostile alle politiche di George W. Bush rivolta da una persona che ne fa parte sia la critica più efficace. C’è una guerra civile che ci perseguita? La verità è che questo è un Paese che finge di non volere più la guerra civile. Tutti a parole sono contrari, non se ne troverà uno che si dichiari favorevole alla guerra civile... In realtà, va detto, la lunga e prolungata guerra civile italiana ha prodotto, e ancora produce, rendite di posizione, ruoli di primo piano. C’è gente che campa di guerra civile, soprattutto nel mondo intellettuale, molta più gente di quanta noi pensiamo: scrittori che non avrebbero avuto le stesse fortune che hanno, storici, registi cinematografici e teatrali. La guerra civile è un’ottima occasione. Con la scusa della mobilitazione delle coscienze, anche intellettuali mediocri possono conoscere il loro quarto d’ora di notorietà, e molti, sia a destra che a sinistra, hanno timore di perdere questa rendita di posizione ma soprattutto di vedersi messi a nudo. Nel momento in cui la guerra civile italiana finisse, tutto un mondo pagherebbe pegno, avrebbe minori occasioni per prosperare. E in quel momento sarebbe anche possibile fare i conti con le dissennatezze, le previsioni sbagliate, le aggressioni fatte sempre in nome della lotta del Bene contro il Male. Crede davvero che in un Paese come il nostro siano in molti ad auspicare che giunga quell’ora?