Il terzismo non esiste. Il «terzismo» non esiste; proprio per questo bisogna tenerne conto, e soprattutto cercare di capire perché se ne parla tanto. Proviamo a darne qualche definizione alla rinfusa: il terzismo non è in realtà che il restyling di una vecchia abitudine italiana, quella di non prendere mai partito, di mantenere il piede in due staffe almeno, di non assumersi alcuna responsabilità, riservandosi di decidere soltanto quando il vincitore è ben delineato, così da potergli correre in soccorso. Oppure, al contrario: il terzismo è una pia illusione, una forzatura, un wishful thinking, il solito esercizio intellettuale di chi vorrebbe il mondo come dovrebbe essere, e non com’è: l’Italia è il Paese dei guelfi e dei ghibellini, di Coppi e di Bartali, della Dc e del Pci, e nessuna terza posizione o terza forza avrà mai spazio e seguito. Oppure: è una forma più o meno colta di trasformismo, niente di più. O magari: il terzismo è un tentativo di approccio alla realtà che intende coglierne la complessità intrinseca, e insomma la non-riducibilità a un’alternativa secca, allo schema ingenuo amico/nemico, e che dunque rifugge lo schematismo, l’approssimazione, la semplificazione. Troppe definizioni, e tra loro contraddittorie, e poca sostanza. Né le cose vanno meglio se pensiamo al passato, e ai tentativi «terzi» che pure ci sono stati, e numerosi, e senza successo. La Terza via di Enrico Berlinguer, che avrebbe dovuto collocare il Pci fra la socialdemocrazia e il comunismo, all’inconsistenza teorica aggiungeva una certa furbizia tattica, che va annoverata fra le cause non secondarie del declino politico di quel partito. Le «terze forze», dal Partito d’Azione all’unificazione socialista nel Psu sul finire degli anni Sessanta fino all’illusione «lib-lab» degli Ottanta, non sono mai state capaci di andare al di là delle buone intenzioni, né mai hanno inciso realmente nella vita politica italiana. Insomma: sembrerebbe proprio che tertium non datur, almeno a giudicare dalla storia recente e meno recente del nostro Paese.
Il bisogno del terzismo. Eppure il terzismo è entrato di peso nel dibattito italiano: e una ragione ci deve pur essere se una cosa che non esiste, che non c’è mai stata e che ragionevolmente non avremo mai diventa improvvisamente così importante. Ecco, potremmo dire così: l’esistenza del «terzismo» è puramente virtuale; è una categoria del pensiero, un’immagine della politica (e non solo), e soprattutto è una necessità intellettuale che a sua volta esprime un disagio. E il disagio sì che è reale. Il crollo della Prima repubblica, comunque lo si voglia giudicare, ha lasciato un paesaggio di macerie. Non penso ci siano dubbi in proposito. Fra queste macerie si aggirano una destra e sinistra che tutto sono, tranne che forze di governo. Il fatto che governino o abbiano governato o si accingano a governare di nuovo non significa di per sé nulla - se non che il nostro Paese è messo piuttosto male. Sebbene ci sia da noi l’abitudine di ricorrere ai complotti (e qualche volta al «destino cinico e baro», per citare un terzista d’antan sempre sconfitto) per spiegare i propri insuccessi, di norma nel tentativo di scaricare da sé ogni dolorosa responsabilità, non v’è dubbio che il primo governo Berlusconi sia caduto perché con la Lega non si può governare, che il governo Prodi sia caduto perché con Rifondazione non si può governare, e che il secondo governo Berlusconi cadrà perché con la Lega non si può governare. Non perché questa forze siano «cattive», ma perché, semplicemente, non hanno né tantomeno desiderano avere ciò che si chiama correntemente «cultura di governo». Il bello - anzi: il brutto - della situazione italiana è che anziché limitare i danni che Lega e Rifondazione rispettivamente arrecano al proprio schieramento di appartenenza, la tendenza nei due schieramenti è ad assecondare, compiacere, rincorrere queste due forze estreme. Il risultato è una radicalizzazione degli schieramenti (almeno a parole) che produce un vuoto assai grande al «centro», cioè fra quell’opinione pubblica moderata che voterebbe indifferentemente a destra o a sinistra, a seconda del momento o delle convenienze o dell’esperienza, e che tuttavia si sente presa in giro, quando non umiliata, dagli schieramenti esistenti. È questo il bacino civile ed elettorale del terzismo. Che poi questa ripulsa per il bipolarismo italiano così com’è si traduca nell’astensione, nel voto «a naso turato» o nell’exploit di Emma Bonino poco importa da questo punto di vista. De Gasperi fece fuori Gedda e i clericali, Togliatti fece fuori Secchia e gli stalinisti: i due padri del vecchio bipolarismo seppero comportarsi assai meglio, e con maggiore lungimiranza, dei bipolaristi di oggi, che invece si mostrano inetti e succubi dei vari Bossi e Bertinotti. Si dirà che è colpa della legge elettorale: ma nessuna legge elettorale ha mai impedito a un leader di essere tale. La subalternità di Berlusconi alla Lega, comunque la si voglia comprendere o giustificare, non produce risultati di sorta - al di là della mera sopravvivenza dell’esecutivo in carica - ma, al contrario, accentua la radicalizzazione dello schieramento di centrodestra, allontana tendenzialmente un’opinione pubblica moderata, indebolisce la struttura stessa della coalizione e, in definitiva, ne prepara il tramonto - o la sua trasformazione radicale. Non diversamente, a sinistra, la subalternità psicologica e politica al radicalismo, al giustizialismo e all’unilateralismo dei «girotondi» e del cosiddetto movimento per la pace perpetuano l’illusione del pas d’ennemi à gauche ma, in questo modo, sconcertano e allontanano quei settori di elettorato moderato cui la proposta politica del centrosinistra è invece naturalmente rivolta.
Il terzista opportunista. La verità è che al cospetto di questa radicalizzazione, e sfruttandone con abilità l’oggettiva instabilità, proliferano nel nostro Paese i «terzisti opportunisti», vale a dire coloro che s’accreditano come figure al di sopra dello scontro in corso, disinteressate e neutrali, e dunque automaticamente «di garanzia». Costoro costruiscono la propria carriera proprio sulla presunta neutralità, esattamente come in altri tempi (ma anche in questi) le carriere si costruivano sull’appartenenza a questo o quel partito, a questa o quella corrente. In un sistema democratico maturo e funzionante non esistono personalità «di garanzia», perché il sistema è garante di se stesso e sa trovare al proprio interno l’equilibrio necessario fra il diritto di rispondere al consenso elettorale ricevuto e il dovere di non travalicare i limiti della dialettica democratica. In altre e più crude parole, la maggioranza ha il diritto-dovere di sistemare i propri uomini nei posti di responsabilità, ma ha anche la sensibilità e la saggezza di indicare per quei posti donne e uomini di qualità. Le figure «di garanzia» non hanno cittadinanza in una democrazia matura (un discorso analogo, sebbene non identico, andrebbe fatto per la stucchevole moda del «bipartisan»: anche qui il terzista opportunista prolifera, traducendo a modo proprio un concetto importato dagli Stati Uniti e laggiù impiegato in tutt’altro modo).
Il buon terzista. Un buon terzista, se non vuol passare per nostalgico e reclamare un impossibile ritorno al sistema proporzionale-tolemaico della Prima repubblica, e se non intende avvalersi del suo terzismo per far carriera, dovrebbe battersi all’interno della destra e della sinistra perché queste diventino davvero un centrodestra e un centrosinistra. Un buon terzista non teme di criticare, anche radicalmente, lo schieramento cui si sente più vicino, o cui appartiene, nel timore di apparire come un «traditore», una quinta colonna del nemico, un opportunista che sta cambiando casacca. Al contrario, il solo modo di portare con dignità la casacca dell’Ulivo o del Polo, oggi, è di non risparmiare le critiche e le polemiche. Infine, un buon terzista dovrebbe praticare in politica una forma nuova (per l’Italia) di trasversalismo: non attraversando gli schieramenti secondo il proprio comodo, ma mescolando le singole issues e le singole proposte senza il timore di apparire, di nuovo, un «traditore». I confini fra destra e sinistra non sono cancellati (al contrario, come si è detto), ma non per forza devono essere quelli di un tempo. La ridefinizione delle ideologie e delle politiche non cancella le identità, ma le ridefinisce e le irrobuistisce. Il terzista lo sa, e si comporta di conseguenza: non per questo tradisce o stempera o cancella la propria identità di parte. Da questo punto di vista, terzista è Tony Blair: che non a caso viene additato di volta in volta come un modello da seguire o un pericolo da evitare. Blair è terzista perché assume dalla destra ciò che può servire (anche) alla sinistra, consapevole della complessità della situazione contemporanea e della naturale obsolescenza delle ricette tradizionali, e privo di quel misto di ipocrisia e conservatorismo che da noi impedisce rinnovamento e modernizzazione. Blair non ha paura di essere considerato un «traditore», e per questa via è stato il primo, se non il solo, a non «tradire» la sinistra. Ma terzisti, in questo senso, lo sono anche i neoconservatives americani, che sanno prendere e scegliere dalla tradizione liberal e democratica ciò che più serve e più è utile a fare della destra americana una destra di governo all’altezza della situazione. E terzista, a suo modo, è anche Arnold Schwartzenegger, icona pop salita al soglio del governatorato del più ricco Stato americano mescolando proposte ultraprogressiste in materia, per esempio, di diritti civili, e tradizionali ricette repubblicane in materia di economia. È davvero impossibile trovare in Italia qualcuno disposto a seguire questa linea, a fare questo lavoro, a diventare un buon «terzista»?