Confesso una certa difficoltà a pronunciarmi sul terzismo, magari al fine di stabilire a quale, tra i diversi terzismi possibili, vada attribuita la denominazione d’origine controllata; e a quale, invece, no. Già che ci sono, anzi, confesso anche qualcosa di più: non ho ancora bene inteso, di certo perché strada facendo devo essermi distratto, e aver perso qualche puntata decisiva, che cosa esattamente sia il terzismo su cui tanto ci si affanna in una discussione che, agli albori del Terzo millennio, ha (parzialmente) preso il posto del confronto, altrettanto acceso, tra cerchiobottisti e doppiopesisti, che segnò in modo indelebile, da noi, la fine del secondo. Ma, visto che liberal chiede anche a me di pronunciarmi in materia, per quel poco che so e posso mi proverò ugualmente a farlo. Scusandomi in anticipo se sarò tanto schematico da poter apparire (involontariamente) liquidatorio. O addirittura, Dio non voglia, un po’ irridente. Ho già ammesso di non avere chiaro con esattezza cosa, a questo punto della discussione, si intenda precisamente per terzismo. Posso solo spiegare, o meglio dichiarare, come alla dogana, in che senso, ed entro quali limiti, si può considerare terzista, dopo essere stato a suo tempo, ahimè, anche cerchiobottista, uno come me. Mettiamola così. Mi dichiaro terzista, ma con due precisazioni per me essenziali. La prima: sono un terzista, ma un terzista individualista, nel senso che non mi riconosco in alcun terzismo a qualsiasi titolo organizzato, e non accetto leadership terziste, neanche morali: il terzismo non è né una scuola di pensiero né un partito, e in ogni caso, se lo fosse, non vi militerei e neppure ne sarei simpatizzante. La seconda: capisco che la cosa possa sembrare un po’ troppo generica, ma sono terzista solo se per terzismo si intende un modo di stare politicamente e culturalmente al mondo, fondato sul rifiuto di far propria la legge bronzea dell’«o di qua o di là», di schierarsi sempre e comunque sulla scorta di un principio militante di appartenenza, di negare ogni ragione all’avversario e di condonare preventivamente ogni pecca all’amico. Punto e basta.
È troppo poco? Forse è addirittura pochissimo. È semplicemente il minimo che si richiede, o dovrebbe essere richiesto, a chi svolga e intenda continuare a svolgere anche in futuro un’attività a qualsiasi titolo pubblica (nel mio caso, quella del giornalista politico) in un’ottica non partigiana: che è cosa assai diversa dal non nutrire convinzioni, anche assai radicate, e dal non esprimerle per viltà o per convenienza. Io non credo, però, che questo minimo, o presunto tale, sia una banalità. Penso, al contrario, che riuscire a mettere in pratica un terzismo siffatto sia un’impresa piuttosto difficile, tanto è vero che non sono affatto sicuro, nei limiti delle mie possibilità e delle mie capacità, di riuscirci. Si tratta infatti di un’impresa sempre esposta al rischio di pesanti ricadute e, soprattutto, in genere non troppo apprezzata: quindi non solo difficile, ma anche poco gratificante. Raggiungere un certo livello di notorietà e di peso professionale, e più ancora per fare opinione, e quindi per raccogliere ampi consensi e laute prebende, è più facile, molto più facile, gridando, intimidendo l’interlocutore, emettendo giudizi tanto lapidari quanto immotivati. Pochi, pochissimi diranno a chi così si esercita: attento, ti stai trasformando in un fenomeno da baraccone mediatico, potenzialmente pericoloso, con questi chiari di luna, per sé e per gli altri. Molti si compiaceranno con lui, invece, per la vis polemica, il coraggio ai limiti della temerarietà, l’anticonformismo e, perché no, la capacità di menare impietosamente fendenti a destra e a manca: e ne loderanno (anche giustamente, sia chiaro) la grande resa spettacolare. A quanti, non numerosissimi, fanno professione individuale di terzismo nel senso sopra sommariamente indicato, capita viceversa assai di frequente di essere considerati figure sostanzialmente inessenziali, ma soprattutto anime tiepide, troppo vili per praticare l’evangelico sì sì, no no, troppo attente a sgusciare indenni tra le righe per trovare il coraggio di prendere partito e di pronunciare parole ultime, definitive, persino sull’ultima, banale increspatura della politica nostrana, figurarsi sulla storia d’Italia o sulla natura dell’Islam: attendisti esperti solo nell’arte di sopravvivere indenni ai cambi di regime.
Non contesto affatto, ci mancherebbe, la legittimità di un simile giudizio. Non escludo nemmeno che ci siano terzisti vili, attendisti, e chi più ne ha più ne metta: lo ho già detto in partenza, il terzismo o è, nel bene e nel male, individuale e individualista, o non è. Nego, però, che il rifiuto di mettersi a strepitare, e il tentativo di ragionare rifuggendo da una logica di appartenenza, possano essere considerati, quasi per definizione, come dei sinonimi di viltà e di opportunismo. E non credo nemmeno che si tratti soltanto di una disposizione dell’animo o, se si preferisce, di una questione di carattere. Penso, al contrario, che si tratti di una conquista difficile, e mai scontata, soprattutto nei confronti di se stessi; in specie, insisto, per chi convinzioni profonde ne ha davvero, e tuttavia cerca di fare quello che sa e può per metterle permanentemente in dubbio. Aggiungo solo, per concludere su questo punto, che personalmente fatico anche solo a immaginare un approccio diverso al mio lavoro, e un modo migliore per svolgerlo, sempre che l’obiettivo ultimo non sia di fare propaganda, di suonare il piffero ai potenti e, strada facendo, di épater les bourgeois (o, come più spesso avviene, les proletaires), ma di contribuire, nei propri limiti, alla formazione di un’opinione pubblica civile, moderna e critica: di qualcosa, cioè, di cui in Italia si lamenta da sempre la debolezza, se non proprio la latitanza. Tutto questo non significa, ovviamente, che io non rispetti chi di questo lavoro ha una concezione diversa e anzi opposta. Sono un terzista mite (non buonista, non irenista, non curiale, non pacificatorio) che rispetta, e in alcuni casi stima, anche gli iracondi; ma spera (si tratta ovviamente di una speranza vana) che pure gli iracondi, con uno sforzo di autocontrollo, almeno si provino a fare altrettanto. Vorrei precisare, però, che non sono così ingenuo da non comprendere perché un simile terzismo, ripeto: mite, individuale, e individualista, sia minoritario, e probabilmente sia destinato a diventarlo ancora di più negli anni a venire. Sulla sua scorta è, se non facile, quanto meno possibile cercare di fare dei ragionevoli conti con il passato, ivi compreso il passato prossimo, e forse anche con l’incerto presente politico italiano. Lo spirito di appartenenza (che resta cosa diversa dal tifo) è a dir poco affievolito, non c’è verità consolidata di cui si possa immaginare che resista come una corazza all’arma affilata della critica, quasi nessuno immagina di poter individuare nella propria storia qualche buona ragione per sostenere quel che adesso sostiene. Un terzista individualista, e minoritario solo che lo voglia, e che sia capace di non farsi intimidire dalle urla scomposte di chi vuole farlo tacere, può colpire di fioretto o sorprendere l’avversario con improvvise incursioni laddove le difese sono meno munite o anche illudersi di seminare qualche dubbio nell’uditorio. Questo gli offre il presente, niente di più ma anche niente di meno. Quanto al futuro, sarei parecchio più pessimista. Cosa avrà mai da dire, che ruolo potrà mai esercitare, quale credibilità potrà mai avere un terzista individualista, mite e minoritario se prenderà ulteriormente corpo lo scenario di guerra (di una guerra infinita, inedita, e per la stragrande maggioranza di noi fino a non molto tempo fa del tutto imprevista, se non proprio imprevedibile: e anche per questo ancora più spaventosa) in cui siamo letteralmente immersi a partire dall’11 settembre del 2001? Chi potrebbe, e come, e per dire cosa, sottrarsi alla logica ferocemente binaria, tutta centrata sulla coppia amico-nemico, che la guerra per definizione comporta, e che uno scontro di civiltà amplificherebbe oltre ogni possibile aspettativa? Di tutto questo, negli ultimi due anni, abbiamo vissuto, persino nel tragicomico dibattito pubblico italiano, solo qualche pallida anticipazione: delle allusioni o poco più. Domani, la cosa potrebbe farsi più seria. Infinitamente più seria. Così seria da rendere ridicolo qualsiasi dibattito sulla natura e sulle prospettive del terzismo italiano, e sul futuro dei terzisti. O da farcelo ricordare, ogni tanto, con un po’ di tenerezza, come si conviene ai dibattiti di un tempo di ricreazione.