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Bella strada, ma è sbagliata

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thChi pensava che Ferdinando Adornato fosse soltanto un buon giornalista politico e un efficace imprenditore culturale, si è certamente ingannato. Adornato ha altri talenti, interessi e ambizioni. Dopo avere letto il suo ultimo libro La nuova strada. Occidente e libertà dopo il Novecento e ascoltato alla Rai nelle scorse settimane una lunga intervista sulle sue esperienze politiche dal Sessantotto all’uscita dal Partito comunista, comprendo meglio il suo disegno. Non credo che sia mai stato un comunista fedele e ortodosso. Ma il passaggio attraverso il partito deve averlo convinto che una forza politica è tanto più efficace quanto più riesce a trasmettere e a diffondere nella società quel pot-pourri di concetti, credenze, vulgate, miti storici, assiomi, gusti estetici e tic linguistici che vengono definiti generalmente «cultura» o, più recentemente, «valori». Il Partito comunista lo fatto con successo. Ha modificato frequentemente la sua linea politica e ha adattato i suoi programmi alle circostanze, ma è riuscito a convincere della propria superiorità morale e intellettuale molti milioni di italiani e qualche migliaio di intellettuali europei. Perché abbia avuto tanto successo non è facilmente spiegabile. Antonio Gramsci fu un grande intellettuale, ma i suoi scritti rispecchiano situazioni in buona parte superate. L’ideologia cominciò a incrinarsi nel 1956. Il fallimento del modello sovietico divenne evidente sin dai primi anni dell’era di Brezhnev. Il mito di Togliatti cominciò ad appannarsi dopo la pubblicazione del saggio di Renato Mieli sul suo ruolo nella Terza Internazionale. Il Sessantotto mise il partito in grande difficoltà e le grandi trasformazioni economiche degli anni Ottanta lo colsero del tutto impreparato. Ma questo non gli impedì di continuare a dominare la società italiana con intellettuali, case editrici e istituzioni che avevano per il Pci, quando non erano schiettamente comunisti, un occhio di riguardo.
Provo ad azzardare due interpretazioni possibili. In primo luogo il Pci fu un’ancora di salvezza per tutti coloro, in Italia e all’estero, che avevano investito la loro vita sul comunismo ed erano stati profondamente delusi dalla politica sovietica. A intere legioni di amanti traditi il Partito comunista italiano offriva un barlume di speranza, una luce in fondo al tunnell. Questo atteggiamento, incidentalmente, sopravvive in coloro che attribuiscono all’Occidente il fallimento delle riforme di Gorbaciov e si ostinano a pensare che la perestrojka, se opportunatamente aiutata, avrebbe garantito lunga vita agli ideali marxisti-leninisti. In secondo luogo il Pci ha costruito su un terreno lungamento dissodato negli anni precedenti dal partito fascista. Togliatti fu il primo a comprendere che gli intellettuali fascisti erano già potenzialmente intellettuali comunisti e che il popolo fascista poteva diventare rapidamente «popolo comunista». L’Italia che Mussolini consegnò ai suoi avversari nel 1943 aveva tutti gli ingredienti di cui Togliatti si sarebbe servito per creare il «partito nuovo»: le organizzazioni di massa, il pregiudizio anticapitalista, le adunate oceaniche (c’è davvero una differenza fra Piazza Venezia e San Giovanni?), la militanza politica come missione e professione, l’ideologia come religione civile, la promessa dell’«uomo nuovo». La sconfitta del Paese in guerra e il ruolo del Pci nella Resistenza operarono il miracolo: in due anni, dopo la fine del conflitto, i comunisti sgominarono il loro unico concorrente (il Partito socialista) e raccolsero due milioni e mezzo di membri. Quanti di essi avevano vestito la camicia nera e affollato le piazze durante i discorsi di Mussolini? Negli anni seguenti la «cultura» fu indubbiamente la carta vincente del partito. Anche dopo la chiusura di Politecnico (la rivista diretta da Elio Vittorini che suscitò le ire di Togliatti) e la repressione sovietica dei moti ungheresi, la maggior parte degli intellettuali italiani continuò a considerare il Pci come una casa paterna a cui ogni figliol prodigo, prima o poi, avrebbe fatto ritorno. Fu questa la ragione per cui il Pci poté permettersi un tasso di ambiguità e una percentuale di errori più alti di quelli che vengono generalmente tollerati in un qualsiasi partito politico. Da allora molte cose sono cambiate. Il comunismo è morto, la sua casa madre ha cessato di esistere, i partiti di massa sono stati travolti o drasticamente rimpiccioliti dalla crisi dell’inizio degli anni Novanta, e sono scomparsi o divenuti meno importanti i gruppi sociali in cui il Pci reclutava le sue truppe e i suoi sottufficiali. Non basta. Tangentopoli, la legge elettorale del 1993 e l’arrivo di Berlusconi hanno cambiato le regole del gioco politico italiano. Esistono ancora i vecchi partiti, ma la gara, in ultima analisi, è fra due coalizioni egualmente eterogenee che si affrontano, apparentemente, con programmi radicalmente diversi, ma fanno, non appena giungono al potere, politiche sostanzialmente simili. Le differenze, esasperate durante la campagna elettorale, diventano, dopo le elezioni, modeste. Non è un fenomeno passeggero. In una Europa integrata e in un mondo interdipendente, i margini di libertà delle potenze regionali di media grandezza si sono fortemente rimpiccioliti. Le ideologie sono morte perché offrono ricette inapplicabili e rappresentano, per i governi, un’ingombrante palla al piede. È ancora necessario, per conquistare e conservare il potere, avere una «cultura»? Molti sembrano pensarlo. Lo pensa ad esempio Marcello dell’Utri che ha creato la Biblioteca di via Senato e una rete di «Circoli» sparsi su tutto il territorio italiano. Lo pensano le Fondazioni politico-culturali nate in questi ultimi anni. Lo pensa, a giudicare dal suo ultimo libro, Ferdinando Adornato. La nuova strada non è saggio sull’attualità. È un saggio politico-filosofico sull’Occidente, sulle sue radici culturali, sui suoi nuovi nemici e, incidentalmente anche se non esplicitamente, sulle ragioni per cui il centrodestra è depositario dei suoi valori. Per dimostrare la sua tesi Adornato ripercorre la storia culturale dell’Occidente dal cristianesimo al liberalismo, dall’umanesimo all’illuminismo. Anche se sono d’accordo con molte delle sue riflessioni, non sono la persona più adatta per giudicare il percorso. Ma debbo fare due osservazioni. Prima osservazione. Non credo che da una identità storico-culturale discendano necessariamente le stesse conclusioni politiche. Personalmente penso, ad esempio, che la rivoluzione americana sia uno dei momenti più alti della storia europea. Ma questa posizione è perfettamento compatibile, a mio avviso, con la convinzione che gli Stati Uniti stiano facendo da un paio d’anni una politica estera catastrofica e gravida di rischi. Penso che la particolare forma di monoteismo praticata in Europa possa definirsi, con qualche semplificazione, «giudeo-cristiana». Ma questo non mi impedisce di pensare che la politica del governo israeliano sia un errore politico e che le accuse di antisemitismo, mosse da alcune comunità ebraiche alla società europea, siano infondate e strumentali. Non credo, a differenza dei neoconservatori americani, che l’Occidente sia minacciato da un nuovo nemico. Ma non ho mai pensato che Donald Rumslefled e Richard Perle debbano considerarsi fascisti. Sbaglio? Forse. Ma spero che questo non impedisca ai miei critici di continuare a considerarmi occidentale e liberale. Rovescio il ragionamento. Credo nell’integrazione europea e constato che molti esponenti del centrodestra hanno, sui temi europei, posizioni ispirate a diffidenza e scetticismo. Ma non li considero per questo meno occidentali e liberali. Seconda osservazione. Quando proclamano la propria cultura, un partito o una coalizione di partiti rivendicano implicitamente la propria superiorità. So che questa non è l’intenzione di Adornato. Ma gli scontri politici sono battaglie per i voti, mentre quelli culturali sono kulturkampf e hanno per posta, inevitabilmente, l’egemonia. È questo di cui l’Italia ha bisogno? A me sembra che il maggiore problema italiano oggi non sia quello di creare una cultura per la destra liberale, destinata a contrapporsi inevitabilmente a una cultura di sinistra. Il problema è quello di evitare le contrapposizioni radicali per creare fra i due blocchi alcune zone d’interesse comune dove è possibile collaborare per la ricerca di buone riforme. Il nostro bipolarismo è doppiamente imperfetto. In primo luogo perché ha creato due coalizioni assai eterogenee; in secondo luogo perché questi due blocchi non riescono a fare insieme neppure le cose di cui ambedue riconoscono la necessità: la rifoma della Costituzione, del mercato del lavoro, dell’ordine giudiziario, del sistema previdenziale. Un libro di Victor Pérez-Díaz, curato da Michele Salvati e pubblicato recentemente dal Mulino (La lezione spagnola) dimostra che l’efficienza della nuova Spagna democratica dopo la fine del franchismo è dovuta in buona parte a una decisione collettiva tacitamente presa in quegli anni: chiudere senza recriminazioni il capitolo della guerra civile, evitare che lo spettro del passato continuasse a pesare sul presente e sul futuro del Paese. È questa la ragione per cui i dibattiti storici di questi anni e più generalmente quelli culturali mi sembrano, anche quando hanno molti pregi, poco utili al futuro dell’Italia. Spero che l’autore di questo libro vorrà perdonarmi e ricordare che è questo per l’appunto il merito dei buoni libri: invitare alla riflessione e attirare contestazioni.

 

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