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Così si danno la mano fede e ragione

LIBERAL BIMESTRALE
di Rino Fisichella
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thIl libro di Ferdinando Adornato è un bel libro. Si fa leggere con molto piacere. Prima di addentrarmi nel giudizio, è d’obbligo una premessa che non discende soltanto dall’abito che indosso: sono pienamente convinto che in questi duemila anni di storia i cattolici abbiano fatto cultura e abbiano creato un vero progresso, però devo constatare, purtroppo, che della cultura cristiana non c’è una conoscenza adeguata. Ritengo, comunque, che solo riferendosi alla cultura cristiana ci potrà essere un autentico sviluppo e progresso per l’umanità. Prescindendo, infatti, dai principi fondamentali portati dal cristianesimo, il progresso culturale viene inevitabilmente ritardato. Fatta questa premessa di orgoglio culturale, dirò perché il libro di Adornato mi è piaciuto, e mi è piaciuto molto. Anzitutto, l’autore parla con parresìa. Parresìa è un termine di origine greca, significa «parlare con chiarezza». Adornato dice quello che pensa e facendolo è come se si confessasse. Racconta la sua storia passata, spiega perché ha compreso essere un limite la sua esperienza culturale precedente e individua davanti a sé un cammino ulteriore: una Nuova strada, che può essere percorsa. Questo libro mi piace, infine, perché donne à penser; fa pensare, provoca il pensiero… Ritengo che già per questo fatto sia un grande risultato. Oggi è estremamente difficile trovare un libro che induce a pensare. Non sarò certamente io a teorizzare il pensiero debole; già altri vi hanno pensato. Da buon cattolico preferisco seguire la strada che Giovanni Paolo II ha descritto in Fides et ratio, la sua enciclica del 1998, a cui anche Adornato fa più volte riferimento nel suo libro. Un documento importante per la Chiesa, ma oserei dire più in generale per la cultura, nonostante il giudizio diverso di alcuni. Paradossalmente proprio il Vescovo di Roma si trova a dover difendere la forza della ragione davanti a quelli che ne teorizzano la debolezza. Il Papa apre il Terzo millennio della nostra storia con l’annuncio del rapporto tra fede e ragione e chi nel passato aveva accusato la Chiesa di oscurantismo, si ritrova a dover verificare il contrario.
Questa premessa era necessaria per sgomberare il campo da eventuali equivoci: nel parlare di questo libro non mi addentrerò in un’analisi politica. Sono un teologo e un Vescovo. Non posso, quindi, entrare nell’ambito dell’analisi politica, non è di mia competenza. È mia competenza, però, addentrarmi nell’ambito dell’analisi culturale. Il primo punto importante, a mio avviso, è che Adornato non si limita alle sole analisi che, in effetti, sono ormai patrimonio generale; egli compie un passo ulteriore: propone un percorso. Dall’analisi passa a un aspetto altamente propositivo. Ed è su questa dimensione della propositività che è necessario confrontarsi. Io credo che questo libro venga a porsi in un momento particolare della storia del pensiero.Tutti noi sappiamo che si sta concludendo un’epoca. Non sono di quelli che parlano con indifferenza di modernità e post-modernità; sono questi due concetti filosoficamente molto ambigui. Sappiamo sicuramente molto della modernità, anche se permangono tante ambiguità sulla sua stessa concezione e su ciò che realmente ha rappresentato. Mi viene, perciò, da sorridere quando si parla con così grande facilità di post-modernità... I movimenti culturali durano secoli, non decenni. Quando si fa cultura, allora bisogna sapere che un criterio fondamentale è la pazienza dell’attesa. Noi ci troviamo, piuttosto, in una situazione di confine, di passaggio. Già cinquant’anni fa, un grande pensatore italiano, Romano Guardini, scriveva un piccolo volumetto: La fine dell’epoca moderna; era l’anno 1950! Oggi, per alcuni versi, siamo ancora alla stessa analisi che Guardini faceva più di cinquant’anni fa. Ecco perché dico che i movimenti culturali hanno bisogno di tempo. Forse, si potrà incominciare a parlare di post-modernità fra cinquanta, cento anni; allora si inizierà a poter dire che siamo nella post-modernità. Per il momento, non lo siamo ancora. Una cosa è certa: siamo tutti, più o meno, figli della modernità, indipendentemente dalle etichettature che ci diamo; sicuramente saremo considerati i padri della post-modernità. Se siamo tutti figli della modernità, culturalmente portiamo dentro di noi i germi del nichilismo. Perché allora avere timore di pronunciare il fatidico nome di Nietzsche? È con lui che dobbiamo necessariamente fare i conti, perché il nichilismo ruota tutto intorno a lui. Quello che noi seminiamo in questo periodo, comunque, ciò che diverse generazioni stanno seminando è quello che troverà forma successivamente. Ecco perché ho affermato che il libro di Adornato mi piace, perché donne à penser; fa pensare all’orientamento che possiamo intraprendere.
In questa prospettiva, bisogna andare alla parte propositiva, quella che ritengo essere il cuore di questo volume; vale a dire il recupero dell’umanesimo cristiano. Più precisamente, Adornato recupera l’antropologia cristiana nel suo contenuto fondativo. Il tema della persona come imago Dei, immagine di Dio. Questa è l’antropologia cristiana e intorno a questo tema convergono tutti i contenuti che troviamo nella Sacra Scrittura. Qui si ritrova appunto la propositività. Nel volume di Adornato, infatti, si intravede, nel rapporto con l’antropologia cristiana, la centralità della persona e con essa il tema della sua libertà e creatività. C’è un passaggio nel libro che mi piace molto: «La centralità della persona può divenire effettiva solo se si riconosce teoricamente e praticamente il nesso tra verità e libertà». Questo è - a mio avviso - il grande vero problema che oggi sta sul tavolo della cultura; anche della politica probabilmente, ma specialmente della cultura: il rapporto tra verità e libertà. E questo assume oggi un importante spessore anche nel rapporto tra lo specifico dell’Europa e degli Stati Uniti. Non è, infatti, solo una questione di strumenti diversi, ma di gerarchia di valori. È su questo che dobbiamo riflettere, come Adornato invita a fare. I valori in quanto tali sono uguali per tutti; in questo Nietzsche aveva ragione. Il vero problema però, è un altro. È importante valutare la gerarchia dei valori; bisogna cercare di comprendere nelle diverse epoche, come ci si è rapportati a un valore privilegiandolo a un altro. In un determinato periodo può essere il valore della differenza, in un altro quello della guerra. Fino al IV secolo, ad esempio, i cristiani non dovevano andare a prestare servizio militare. Il valore più importante per loro all’epoca era quello dell’evangelizzazione, non la difesa dell’Impero. A partire dal IV secolo, invece, troviamo specificato in alcuni testi le sanzioni per chi non presta il servizio militare. Perché? Per il semplice motivo che incomincia a cambiare il rapporto con lo Stato che difende la religione! Come si nota, non siamo sempre gli stessi; dipende da come ci si rapporta con la verità. Adornato si riferisce spesso nel suo libro a Papa Giovanni Paolo II; c’è una sua espressione proprio in Fides et ratio, che esplicitamente dice: «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono». Ecco il nesso reale. Per noi credenti, l’esercizio autentico della libertà si ha solo come conseguenza della conoscenza della verità; non c’è possibilità alcuna di modificare il ruolo o l’ordine di questi due termini. La verità è prima fonte autentica di libertà. Adornato lancia un’altra grande sfida quando parla della dimensione del mistero, quando afferma che la centralità della persona è nel mistero che essa rappresenta. Io sono convinto che in un periodo di cambiamento come il nostro, dominato da un razionalismo che vuole comprendere e dire tutto, il recupero di questa dimensione sia estremamente importante. Certo non immagino che si possa arrivare a legiferare sul mistero; ritengo, però, che si possa ulteriormente sviluppare la capacità di rispettare il mistero dell’esistenza. Se non fossimo capaci di questo, distruggeremmo l’identità personale. L’identità di ognuno, infatti, si raccoglie nel mistero. Nella misura in cui si salvaguarda il mistero, si salvaguarda l’identità stessa della persona. Se non c’è la capacità di salvaguardare l’intimo della persona nel suo mistero, difficilmente si può costruire una nazione, uno Stato o federazioni di Stati; rimarrebbe irrisolto un punto nodale: quello del rapporto che l’uomo ha con se stesso. Questo non è sinonimo di individualismo, al contrario; i teologi sono quanto mai attenti nel conservare la distinzione tra «individuo» e «persona», giudicando l’individuo sempre rinchiuso in se stesso, mentre la persona è aperta agli altri. Ed eccoci a un ulteriore punto del libro di Adornato politicamente molto importante: la centralità della persona esprime la possibilità di un’autentica azione politica. La persona ritrovando la verità su se stessa, infatti, si offre per il bene comune. Questo è uno dei punti fondamentali della dottrina sociale cristiana: il centro è la persona e la persona vive nella prospettiva del bene di tutti. Persona e comunità - pensiero che ritorna spesso nel libro di Adornato - vivono in una simbiosi tale che non può crearsi dicotomia alcuna all’interno di essa.
Resta tuttavia una perplessità sul lavoro di Ferdinando Adornato (cosa che mi consente di non parlar solo bene del suo libro!). È il rapporto che lui traccia tra liberalismo e cristianesimo. In parte questa perplessità risale al fatto che ci furono già grandi problemi quando nel passato si volle tentare di coniugare nazismo e cristianesimo o cristianesimo e socialismo. Il cristianesimo non è un sistema, è una fede; ecco perché i cristiani, chiunque essi siano, dovunque essi militino, qualunque forma o strumento vogliano dare al loro impegno, sanno che in primo luogo ciò che determina il loro agire è la fede. Ma questa fede pone come uno dei contenuti centrali il fatto che la persona, ogni persona sia sempre chiamata alla libertà. Sul tema della libertà sta o cade il cristianesimo. A questo proposito, Adornato scrive: «La sottomissione o se si preferisce l’abbandono a Dio per un cristiano è una scelta privata, per il musulmano è un dovere pubblico». Su questo punto sarebbero necessarie delle precisazioni. Il concetto di sottomissione come è pensato dall’Islam non è condiviso dal cristiano; quindi, non si può parlare indifferentemente di «sottomissione» e «abbandono a Dio». La sottomissione non è per l’Islam soltanto un dovere, ma è l’identità stessa della religione. L’abbandono del cristiano a Dio, invece, è una scelta libera e in questo senso il cristianesimo è l’unica religione che accetta e sottoscrive che Dio crea la persona a tal punto libera da metterla in condizione di fare una scelta anche a Lui contraria. Tornando al binomio liberalismo-cristianesimo, essendo il cristianesimo una fede può essere solo capace di ispirare cultura e ispirare comportamenti che i credenti sono chiamati a vivere in culture diverse e in nazioni differenti; ciò non crea problemi, perché la fede cristiana unisce, non divide. La libertà di cui è paladina non permette identificazione con una cultura, ma provoca a tenere lo sguardo sulla verità come perenne ricerca e dono. Per tradizione il nostro è stato un Paese di grande progettualità. Basti pensare alle conquiste del pensiero greco-romano e a come il cristianesimo ne abbia permesso il mantenimento vivo creando sviluppo e progresso della cultura. Data questa dimensione e la capacità progettuale che la nostra cultura ha da sempre avuto nei suoi duemila anni di storia diffusa nel mondo, assistere oggi al recupero di questa progettualità da parte di un autore che si è dedicato alla politica e che vuole provocare a pensare è, a mio avviso, un momento prezioso non trascurabile. La nuova strada di Adornato ha più di una ragione per imprimere fiducia su ciò che potrà essere il nostro futuro.

 

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