LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
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Una premessa: ritrovo in queste pagine molti spunti e riflessioni di alcuni anni di lavoro nelle stanze di liberal. Un luogo ideale, dove non si alza mai la voce e che si è formato per rispondere a un’esigenza (certamente comune, anche se non ce lo siamo mai dichiarato esplicitamente) di riempire quel vuoto lasciato da esperienze individuali, diverse ma parallele, che si erano concluse da tempo, se non altro per l’esaurimento di un lungo ciclo della politica e della cultura. Penso, certo, a come eravamo prima del 1989, ma penso in particolare all’ultimo interminabile decennio del Novecento italiano, durante il quale tutti sono stati più volte smentiti e tutto si è azzerato con una straordinaria rapidità. Se dovessi scegliere alcuni simboli di questa stagione, indicherei l’illusione del movimento referendario che, per un eccesso di genericità e di trasversalità, non ha saputo trasformarsi in una stabile forza di rinnovamento e di governo. Poi l’effetto droga avuto da «Mani pulite», che ha trascinato l’opinione pubblica dietro la bandiera della «rivoluzione degli onesti», ma che ha avuto solo l’effetto di sradicare definitivamente i partiti dalla loro funzione di mediazione e di rappresentanza. E ancora il ruolo spropositato svolto dai sindacati, a cui è stata affidata una funzione di supplenza politica che è stata svolta solo in una chiave di resistenza a ogni riforma del welfare, alimentando la frammentazione corporativa della società. Per non parlare dell’affannosa ricerca delle distinzioni tra destra e sinistra - con il famoso libretto di Norberto Bobbio - che ebbe la pesante conseguenza di ostacolare, sul piano culturale, la ricerca sul dopo 1989, cioè su quel passaggio che aveva definitivamente annullato tutti i vecchi punti di riferimento, con la fine del comunismo che trascinò con sé anche la storia delle socialdemocrazie. Infine, la nascita rapida, quasi occasionale, della «nuova destra» - tra il 1993 e il 1994 - che ha avuto come primo grande merito quello di scuotere l’Italia, ma che ha stentato a darsi una forma stabile e un profilo ben definito. Lascio per ultimo - ma forse dovrebbe essere in cima all’elenco per le sue conseguenze più profonde sul piano dei comportamenti e delle convinzioni individuali - l’altro grande simbolo di quel decennio, cioè l’incapacità di noi italiani e di noi europei di reagire con atti concreti a quello scandalo che si consumava in Bosnia, con l’assedio di Sarajevo e con la pulizia etnica. Si può continuare. Ma credo che sia sufficiente per ripensare a quel periodo come all’immagine di un Paese in preda al vagabondaggio, per di più in un labirinto dove la segnaletica è stata cambiata in continuazione. Non mi riferisco - pensando a chi in qualche modo partecipa alla politica - ai partiti e alle loro sigle. Quante ne sono cambiate? Quante, anche delle nuove, sono sopravvissute? Del resto l’appartenenza è diventata quasi una parola senza senso. Mi riferisco piuttosto ai punti di riferimento del Novecento. Qualche esempio. La parola welfare, nel momento in cui cessa di indicare sicurezza e tutela, ma diventa soprattutto difesa di interessi sempre più corporativi e si trasforma in un ostacolo allo sviluppo avrà pure un altro significato rispetto al passato. Così la parola pace, quando indica, come succede ora, uno status quo che ostacola la presa di coscienza del pericolo rappresentato dai fondamentalismi e dai regimi totalitari e viene brandita contro chi vuole esercitare il diritto all’intervento. La stessa idea di Occidente - dopo il vittorioso epilogo del 1989 - non può non essere vista in una prospettiva storica completamente diversa, sottolineata ancor di più dall’11 settembre. Ecco perché mi viene in mente questo termine: il vagabondaggio. Parlo evidentemente per me. Ma c’è qualcuno - non solo tra coloro che si esprimono pubblicamente - che possa dire di essere entrato nel Ventunesimo secolo con gli stessi orizzonti, gli stessi riferimenti, la stessa appartenenza che aveva il 1° gennaio del 1990? Se c’è, si faccia avanti.
La nuova strada - che sto percorrendo in compagnia di Ferdinando Adornato - è il tentativo di fissare dei punti di riferimento culturali e ideali, in un mondo radicalmente trasformato e in un’Italia ancora alla ricerca di una sua stabilità dopo il decennio più tormentato della sua storia. Indica il possibile percorso di un’impresa politica, dopo l’azzeramento che c’è stato. È un titolo che presuppone l’uscita dal labirinto di questi anni. Attraverso una scelta precisa: quella di contribuire a costruire una forza politica di orientamento popolare e liberale. Si tratta di un processo in corso in molte altre democrazie occidentali simili alla nostra. Penso in primo luogo agli Stati Uniti, alla Spagna, alla Germania, alla Gran Bretagna, dove l’uscita dal Novecento ha segnato delle profonde svolte, che hanno coinvolto anche quella che formalmente dobbiamo continuare a chiamare sinistra. Non indica l’esistenza di un laboratorio, o più laboratori, sempre in funzione il fatto che prima di Bush, della sua visione sociale e del globalismo americano, c’era stata la «terza via» di Clinton? O che Aznar abbia costruito una destra moderna e innovativa liberandosi del retaggio franchista e trovando una sua nuova strada rispetto alla stessa sinistra del suo predecessore Gonzalez, che può essere giudicata anch’essa come una «terza via» ante litteram? O che la Dc tedesca cerchi una sua trasformazione, costringendo Schroeder a rompere con le tradizioni della socialdemocrazia, almeno per quello che riguarda la riforma del welfare? O che Tony Blair - su una società già rimodellata dalla Thatcher - abbia trovato un suo modello sia di politica interna che di ruolo internazionale? O anche che - bisogna tenerne conto - in un Paese come la Polonia sia la stessa sinistra al governo ad ancorarsi a visioni e scelte che per molti aspetti ricordano quelle dei neo-cons americani? Ecco, il pesante prezzo che l’Italia ha pagato ai tormenti dell’ultimo decennio del secolo scorso consiste proprio nell’essere rimasta indietro e nel trovarsi oggi di fronte al grande problema di una cultura di governo che sappia rispondere alle domande della contemporaneità.
L’esortazione a «non essere più né ex né post» è il senso politico della riflessione di Adornato. Cosa significa? Essenzialmente la presa d’atto della fine di una storia e dell’inizio di una nuova, proprio perché è vero che è il passato, cioè le costruzioni culturali del Novecento italiano, a penalizzare quel rinnovamento che è essenziale per affrontare il futuro del Paese. Si tratta di un’esortazione rivolta a tutti. Da un lato tocca la grande questione aperta nel centrodestra: la Casa delle libertà è un soggetto giovane, nato - quando si chiamava Polo - essenzialmente come alleanza elettorale e poi rilanciato, quattro anni fa, con l’ambizione di essere qualcosa di più, di essere cioè una forza capace di fissare degli orizzonti di trasformazione, attraverso un progetto comune. Si tratta di lavori in corso. Le difficoltà, le divisioni, le polemiche interne non sono solo l’espressione di una fisiologia di una coalizione che governa. Sono da un lato il segno di una difficoltà reale di trovare sui grandi dilemmi di questo inizio secolo una coesione di visioni e di risposte e, dall’altro lato, il risultato di quanto resti della storia passata. Ex democristiani, ex socialisti, post fascisti o ex fascisti (come è ormai il caso di parlarne, dopo gli atti simbolici compiuti da Fini) non sono definizioni che riguardano esperienze e vicende personali, che avranno sempre un loro significato. C’è qualcosa di più: resta il peso di appartenenze politiche che l’ultimo quindicennio ha ricollocato in un soggetto completamento nuovo, senza per questo evitare il ripetersi di una contraddizione tra passato e presente. È solo la costruzione lenta, difficile, dai tempi certamente lunghi, di un soggetto nuovo, alla luce dei problemi posti dall’irruzione del Ventunesimo secolo, che potrà dare una risposta a questo problema ancora irrisolto e che potrà tradurre sul terreno politico quel rinnovamento culturale che oggi è più visibile e anche più pesante proprio in quell’area che non coincide più con la sinistra. Non è un caso che come in Italia, anche negli Stati Uniti e in Francia, la rilettura del mondo e delle risposte da dare ai suoi problemi sia stata proposta e continuamente stimolata proprio dalla crisi della sinistra e dal suo esaurimento. E non è un caso che questa rilettura non abbia più una traduzione politica in una sinistra che è rimasta culturalmente ferma, ma altrove, cioè in quelle zone del nuovo liberalismo che danno forma a soggetti politici inediti e nuovi. Credo che, qui in Italia, anche questa strana opposizione, sempre incerta sulle forme da darsi e sugli orizzonti a cui guardare, dovrebbe interrogarsi sulle questioni poste dalla Nuova strada. È lì che resta il peso più negativo del passato, è lì che le categorie degli «ex» e dei «post» sono più forti e irrisolte. Basti un esempio. Il post comunismo serve oggi a indicare quell’area che coincide grosso modo con i Ds e definisce più un’appartenza che una cultura: se possiamo far risalire la crisi del Pci a ben prima del 1989, la contaminazione subita dagli eredi di una delle due grandi scuole politiche dell’Italia repubblicana - l’altra è la democristiana - ha creato un mix di sessantottismo di ritorno, di moralismo berlingueriano, di antagonismo sociale, di giustizialismo, di giacobinismo e di timido riformismo che è tenuto insieme essenzialmente da una sigla e dall’ossessione di una rivincita. Al punto che, in questo fortilizio del Novecento, il rifiuto della discussione non è neanche mascherato. Anzi è esibito il pregiudizio. Adornato forse si può consolare guardando l’aggressione che ha subito Pansa, ma certo le reazioni al suo libro sono state segnate - con una sola eccezione, Biagio de Giovanni sul Riformista - da un atteggiamento che segnala la fuga dal confronto delle idee. Non è una novità. Ma resta e si approfondisce un problema in più: il bipolarismo italiano non è solo politico, è anche culturale. Da una parte una cultura che ormai si affida sempre più alla satira, dall’altra uno sforzo - che coinvolge non solo liberal, ma molte altre energie - di interpretare il mondo. Con in più due diverse interpretazioni del bipolarismo: da una parte una visione militarizzata, dall’altra aperta. Resta nella sinistra una paura diffusa anche solo a discutere: è la paura di scendere sul terreno di un libero confronto delle idee.
Un’ultima annotazione. Perché mi ritrovo in queste tre parole - la nuova strada? Essenzialmente perché - dopo il 1989 e dopo l’11 settembre, i due passaggi chiave che ci hanno portato in questo secolo - non ha più molto senso parlare di destra e di sinistra. Dov’è il conservatorismo? Dov’è la difesa della libertà? Dove è più forte l’idea dello sviluppo? È vero che pesa ancora il passato - gli «ex» e i «post» - ed è vero che a testimoniare la divisione restano le appartenenze. Ma anche le appartenenze non risolvono il problema. Basti pensare a Blair. Il bipolarismo italiano, se ha prodotto un’utile discontinuità politica, ha creato un eccesso di semplificazione. Ha ruotato e ruota, in larga misura, attorno alla figura di Silvio Berlusconi, che è soprattutto un alibi per la sinistra che c’è e che per la Casa della libertà è non solo una leadership, cioè il titolare del pacchetto di maggioranza dei voti, ma in primo luogo il punto di avvio di una nuova storia politica. Un’aggregazione più forte? Un partito unico, nel quadro del Partito popolare europeo e nel solco del nuovo liberalismo? Sono le domande di oggi. Le risposte però non dipenderanno da operazioni di ingegneria partitica, ma soprattutto dalla capacità di darsi un’identità culturale e, quindi, una cornice di valori stabili. La fine di una stagione di vagabondaggi e l’uscita dal labirinto italiano.
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