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La via dell’ Islam (e l’islamismo)

LIBERAL BIMESTRALE
di Michael Novak
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thAgli inizi del settembre 2002, fui invitato a tenere cinque conferenze per gli alti ufficiali delle forze di resistenza sudanesi impegnate a combattere il governo islamista, modello talebano, del Sudan. Più della metà di quegli ufficiali erano musulmani, musulmani veri. In particolare mi chiesero di affrontare il tema delle radici religiose di dignità umana, libertà e diritti umani. Furono disposti ad ascoltare le motivazioni laiche di questi concetti (come espresse da Hobbes e Locke), e prestarono molta attenzione al dibattito su come ebrei e cristiani abbiano un obbligo religioso a sviluppare questi concetti e a sostenere esperimenti che mirino alla loro istituzionalizzazione. Ma ciò che veramente volevano sapere, è in che modo i musulmani potevano sviluppare i concetti di dignità umana, libertà e uguaglianza, compresa una dottrina musulmana sui diritti umani. «Siamo veri musulmani», dicevano, «cerchiamo di vivere come musulmani devoti. La preghiamo, ci aiuti a formulare una teoria musulmana che racchiuda il meglio del mondo moderno, come la democrazia e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». «Perché», mi chiesero, «quando Bin Laden si decise a usare i metodi del Ventesimo secolo, perché scelse come modello il peggio di quel secolo, Hitler e Stalin, invece del meglio, come le tradizioni di democrazia e diritti umani?». «Non è possibile», lamentò uno di loro, «che dignità, eguaglianza, libertà e diritti umani valgano solo per ebrei, cristiani e umanisti laici, ma non per i musulmani!» . Questa intensa esperienza ad Asmara mi ha insegnato che in seno all’Islam oggi c’è una grande agitazione. Uno dei comandanti aveva insegnato alla McGill, in Canada, un altro era stato professore alla Sorbona. Anche gli altri, quasi tutti professionisti, si consideravano persone moderne e musulmani devoti. Nonostante ciò, imam più dotti di loro condannavano il loro impegno per i diritti umani e la democrazia come un abbandono dell’Islam. Non capivano come ciò potesse essere, ma non sapevano come controbattere le accuse degli imam. Mi scongiurarono di aiutarli. Non essendo un esperto di Islam non ero in grado di fare quello che mi chiedevano. Mi sentii impotente. Ma in ogni caso mi sembrava, e glielo dissi, che la fede islamica nel Creatore e nella ricompensa o il castigo per le nostre azioni terrene doveva certamente offrire molti spunti per una ricca teoria di dignità umana e libertà. Sia che qualche gruppo di teologi musulmani avesse esposto tutte le importanti implicazioni di queste dottrine oppure no. Ed ero d’accordo con loro che non era possibile che lo sviluppo economico e le benedizioni della democrazia fossero state riservate da Allah solo a cristiani, ebrei e umanisti laici, ma non ai musulmani. Ciò che ho imparato da questi combattenti per la resistenza è che, all’inizio del Ventunesimo secolo, una delle lotte più drammatiche al mondo è scoppiata all’interno delle anime dei fedeli musulmani. Un’altra lotta drammatica infuria tra una minoranza di terroristi islamici e la stragrande maggioranza di musulmani che amano la loro religione, ma che desiderano vivere sotto dei governi che rispettino i loro diritti e le loro libertà. Perché, mi chiedevano con fervore i miei nuovi amici, la stragrande maggioranza dei musulmani vive in povertà, con così scarse opportunità di avanzamento e crescita personale, sotto lo spietato occhio di polizie segrete? Perché i musulmani non possono essere liberi come le altre genti, e trovare opportunità e prosperità come tutte le persone normali?
A questa domanda, ahimè, i terroristi sin dai tempi dei wahhabiti, dal Diciottesimo secolo a oggi danno una risposta spaventosa. La risposta è che Allah punisce i musulmani per aver permesso all’Occidente di superarli in grandezza, usurpando l’onore del posto che spetta di diritto ai musulmani. Il superamento dell’umiliazione araba dipende quindi dall’abbattere il potere occidentale. E i leader dei terroristi incoraggiano risentimento e ostilità e cercano di ottenere da molti il giuramento al martirio per la causa della distruzione. I leader diffondono visioni di una guerra a lungo termine, combattuta in maniera sbilanciata dai deboli e arretrati contro i moderni e potenti. Schierati contro di loro in maniera alquanto incerta, ci sono i musulmani che desiderano vivere la propria vita in pace, libertà e crescente prosperità, e che rifiutano di ammettere che l’Islam sia incompatibile con i diritti umani universali, dignità personale e opportunità. Per loro, l’essenza dell’Islam è amicizia, ospitalità, benvenuto allo straniero, aiuto ai bisognosi e rispetto della libera coscienza. Ritengono che la guerra d’oggi sia una scelta ripugnante per i musulmani: in cosa ha aiutato i musulmani? Vogliono che la coscienza di ogni genere di musulmano sia rispettata, che sia sunnita, sciita, curdo o arabo, asiatico o africano. Vogliono vivere in pace con i loro vicini cristiani, indù, buddisti e laici. La corrente terroristica islamica moderna ha inizio nel 1750, all’interno del clan wahhabita, in Arabia centrale. Il terrorismo si risveglia nuovamente all’inizio del Ventesimo secolo, in forma largamente non religiosa, subendo la magnetica attrazione di esempi di terrore, assassinio e violenza quali Lenin, Hitler e Stalin. Dal 1920 circa in poi, un miscuglio infernale di nazionalismo arabo, pan-arabismo, socialismo arabo e nazionalsocialismo, si diffonde nel pensiero di alcune importanti élites arabe. Una volta che l’avvento del nazismo inizia a toccare l’Egitto, e dopo che la svolta della Francia verso Vichy porta correnti fasciste in Libano, Siria e Iraq, le ideologie pagane del nord Europa iniziano a rimpiazzare l’Islam ortodosso all’orizzonte dell’avanguardia araba istruita. È da questo miscuglio velenoso che sono emersi Bin Laden, i talebani e Saddam Hussein. Quali di queste due direzioni sceglierà l’Islam mondiale: le decorose aspirazioni della maggioranza dei musulmani o l’odio dei terroristi? La posta in gioco per il resto del mondo è immensa, e anche per i musulmani. Per capire quale sia è necessaria una netta distinzione tra Islam islamismo.

La nascita dell’islamismo
L’Islam è una cosa, l’islamismo è cosa ben diversa. Ma per meglio comprendere questa distinzione, e gli eventi di cui siamo oggi testimoni e quelli che ci si può aspettare di vedere nel corso di questo secolo, è necessario guardare al passato, seppur brevemente, per considerare le passate glorie dei musulmani. In poco meno di cento anni Maometto aveva fondato la battagliera religione islamica, in quella che oggi è l’Arabia Saudita; i suoi eserciti avevano conquistato tutto il Medio Oriente, tutto il Nord Africa, tutta la Spagna e già avanzavano nel Sud della Francia. Lì, nel 732, furono ricacciati indietro. Nel 1095, i cristiani d’Europa andarono al contrattacco, con la prima crociata, e nel 1099 si erano ripresi la Terra santa e gran parte della costa orientale del Mediterraneo, zone che restarono sotto il loro controllo per diverse generazioni. Ma già nel 1200 gli eserciti musulmani costringevano le forze cristiane a ripiegare verso l’Europa, riconfermando così la supremazia musulmana nel Mediterraneo orientale. Poi nel 1571, insidiando il fianco orientale dell’Europa, gli ottomani radunano nei maggiori porti della Grecia una gigantesca flotta musulmana alla volta della costa adriatica dell’Italia. In agosto una più piccola flotta musulmana aveva catturato Famagosta, il porto veneziano sull’isola di Cipro, torturandone brutalmente la popolazione. Quell’ottobre i generali musulmani si aspettavano quindi che il loro prossimo assalto, su tutta la costa italica, sarebbe stato altrettanto facile. Erano sicuri di ottenere una base fondamentale per la conquista totale dell’Europa. Anziché prestare ascolto agli accorati appelli di Pio V, che chiamava alle armi per scongiurare la totale disfatta dell’Europa per mano islamica, i monarchi cristiani d’Europa, divisi dalla Riforma e da molte rivalità interne, tentennarono, si gingillarono e blaterarono. Nella famosa ballata di G. K. Chesterton: The cold queen of England is looking in the glass; / the shadow of the Valois is yawning at the Mass; / from evening isles fantastical rings faint the Spanish gun....
In quel vuoto, il giovane principe Don Juan d’Austria lottò praticamente da solo per mettere insieme una flotta europea decente, composta da squadre navali dei Cavalieri di Malta, del Regno di Genova e della Repubblica veneziana, della Spagna e degli Stati pontifici, più qualche nave spuria francese e inglese. A settembre di quell’anno Don Juan riuscì a mettere in mare la sparuta armata, sferrando un attacco preventivo contro la flotta musulmana prima che quest’ultima raggiungesse l’Italia. Agli inizi di ottobre, Don Juan era riuscito ad attirare la flotta musulmana al di fuori del sicuro rifugio offerto dalle isole greche per far vela nella Baia di Lepanto. E così, il 7 di ottobre, la flotta saracena apparve in vista all’orizzonte in tutta la sua sicura magnificenza. Il Sultano era così certo della vittoria che si era fatto seguire dappresso dalle sue navi cariche di tesori, intendendo fare a pezzi la piccola flotta cristiana e proseguire senza ostacoli alla conquista dell’Italia. Ma quando le due flotte si scontrarono frontalmente in quella chiara giornata di ottobre, le cose non andarono come aveva previsto. La flotta europea godeva del sorprendente vantaggio di nuove tattiche, di una splendida inedita tecnologia e del potente aiuto derivato da una provvidenziale ribellione degli schiavi cristiani tenuti sottocoperta nelle navi musulmane. Liberata l’estremità delle catene che li legavano ai remi, uscirono nella vivida luce del giorno roteandole sopra la testa, attaccando alle spalle i marinai musulmani. Forte di questo vantaggio, il corpo centrale della flotta cristiana, guidata dall’ammiraglia di Don Juan, spezzò la linea nemica. La flotta veneziana, sul fianco sinistro dei cristiani, combattendo con una furia alimentata dalle atrocità subite a Cipro nell’agosto precedente, sbaragliò il fianco destro dei musulmani. I cristiani distrussero la parte fondamentale della flotta del Califfo per i decenni a venire. Molti scrittori danno spiegazioni militari di questa vittoria. Naturalmente, quella sconfitta non fece abbandonare ai musulmani il loro sogno - la loro missione autoimposta di conquistare l’Europa. Nell’arco della generazione successiva marciavano via terra dalle loro basi in Grecia e nei Balcani e, passando per Budapest, ammassavano un gigantesco esercito nelle pianure viennesi. L’obiettivo era isolare l’Italia dal Nord; dividere l’Europa e sconfiggerla un pezzo alla volta. E lì, il 12 settembre 1683, un esercito polacco guidato dalla cavalleria di Jan Sobieski si lanciò alla carica, al sibilo strano e spaventoso dei loro copricapo piumati, gettando nel panico lo schieramento centrale musulmano. La coraggiosa cavalleria di Sobieski attraversò le linee musulmane arrivando a catturare il quartier generale, e persino la tenda verde che ospitava l’harem del grande Sultano (quella stessa tenda, sbiadita dai suoi tempi gloriosi, è oggi esposta insieme al resto del bottino conquistato quel giorno nel museo Czartoryski di Cracovia). Da quel momento culminante in poi, il mondo musulmano ha subito un declino durato oltre trecento anni ed è caduto in una cupa impotenza. In tempi recenti, cercando di far fronte al collasso delle versioni laiche del potere islamico del Ventesimo secolo, quali il panarabismo di Nasser, le repressioni baathiste in Iraq e Siria, la secolarizzazione dello Scià di Persia e i resti secolari delle glorie del califfato ottomano in Turchia, il mondo dell’Islam si è praticamente spaccato in due. Per comprendere questa spaccatura dobbiamo distinguere tra la religione dell’Islam e la setta politica dell’islamismo. Dei due gruppi, quello di gran lunga più numeroso è formato da coloro che desiderano prosperità e dignità personale, considerando la religione una fonte di particolarmente pura e intensa di trascendenza nelle loro vite. Un gruppo significativamente più piccolo ma molto energico formato principalmente da giovani uomini ostili del mondo musulmano, meglio conosciuti come islamisti, ha sviluppato un nuovo pensiero politico-religioso. Gli islamisti sono una minoranza all’interno dell’Islam e il loro ardore è assai più politico che religioso, anche se sono ben pronti a utilizzare una propria versione distorta, antintellettuale e ristretta della religione per raggiungere i propri obiettivi politici. I loro leader hanno studiato a fondo i metodi organizzativi e l’uso politico del terrore perfezionati dai movimenti politici del Ventesimo secolo, come quelli capeggiati da Lenin, Mussolini, Hitler e Stalin, fondendoli in una snaturata versione laica di Islam primitivo.

Islam e islamismo
L’Islam ha dovuto sopportare l’umiliazione di debolezza e inferiorità, dicono questi nuovi islamisti, per due ragioni principali. Primo, la gente che segue il Corano non è stata fedele alle leggi e alle abitudini del Settimo e del Tredicesimo secolo, quando l’Islam era in ascesa e il potere islamico cresceva pressoché incontrastato e senza rivali. Secondo, i suoi quadri di comando hanno finora mancato di disciplina organizzativa. Non sono riusciti ad appropriarsi delle tecniche dell’organizzazione clandestina, dell’azione precisa e concentrata di piccole cellule e del rigoroso addestramento nelle oscure arti del terrore. Sono queste capacità - hanno concluso gli islamisti - che potrebbero rendere l’attuale sproporzionata debolezza in una futura sproporzionata forza. Si propongono di diventare maestri del terrore. I capi islamisti ammettono che «le potenze crociate» occidentali hanno forze militari ed economiche travolgenti. Ma la complessità dell’organizzazione tecnica occidentale rende vulnerabile l’Occidente, hanno osservato. Ai loro occhi, la mancanza occidentale di un credo trascendente, indebolisce la forza di volontà occidentale; e la sua riluttanza allo spargimento di sangue rivela un vuoto spirituale. Esercitando una pressione adeguata - hanno concluso - l’Occidente di solito si arrende. La pacificazione è diventata il suo modus operandi. Mutatis mutandis, questo breve riassunto distilla l’essenza della dottrina dei wahhabiti, i discendenti spirituali del fondatore dell’islamismo militante, Muhammad ibn Abdul Wahhab (1699-1792), che sono stati mentori spirituali ufficiali del regno saudita sin dal 1750 (dato che la dottrina wahhabita risale a prima che gli Stati Uniti o Israele esistessero, né Israele né gli Stati Uniti posso dirsi al centro dell’ostilità wahhabita nei confronti dell’Occidente). Le passioni sanguinose che ci troviamo ad affrontare oggi scaturiscono da un risentimento profondo e persistente nei confronti di secoli di debolezza, di gran lunga antecedenti la storia del Ventesimo secolo. È una fortuna allora che la guerra in cui siamo attualmente impegnati, e probabilmente in cui saremo ancora impegnati per vent’anni o più, non sia una guerra contro la religione dell’Islam e nemmeno contro la stragrande maggioranza dei musulmani. È contro una ristretta setta politica interna all’Islam, che ha distorto la religione tradizionale a vantaggio delle proprie dottrine politiche. Questa dottrina politica dell’islamismo è spesso ferocemente laica, di certo molto più politica che religiosa, e decisamente intenzionata ad abbandonare l’Islam teologico ed etico ogni qualvolta i suoi obiettivi politici lo richiedano. La sua fonte non è uno studio più profondo e vigoroso delle origini spirituali dell’Islam, e nemmeno una più profonda riappropriazione delle sue magnifiche risorse intellettuali, dai quei secoli passati in cui i manoscritti perduti di Platone e Aristotele erano conosciuti al mondo musulmano, ma quasi inaccessibili nell’Europa cristiana. La fonte dell’islamismo non è affatto la religione trascendente, ma il risentimento. Inoltre, anche in politica l’islamismo non promette ai suoi aderenti la salvaguardia dei diritti umani, il superamento della povertà, la speranza, la crescita e le opportunità. I suoi obiettivi negativi sono stati molto bene espressi nel 2001 dalla distruzione delle antiche sculture buddiste in Afghanistan e da una lunga catena di azioni puramente distruttive in ogni parte del mondo fin dal 1983. Come abbiamo visto alla fine di agosto 2003, il movimento islamista non ha esitato a piazzare gigantesche auto-bombe davanti al più sacro santuario sciita, Najah, per uccidere il loro Imam più importante appena finita una solenne preghiera con più di altri cento musulmani che pregavano con lui. A settembre e a ottobre, hanno colpito il palazzo delle Nazioni Unite, quello della Croce Rossa e mezza dozzina di stazioni di polizia irachene. I loro obiettivi sono la distruzione e il disordine. Gli islamisti hanno imposto un’interpretazione da Undicesimo secolo della sharia agli sfortunati Paesi che governano, più come strumento di terrore che per motivi religiosi. Chiunque critichi questa legge viene accusato di «blasfemia», un crimine per cui è prevista la pena capitale. Il plateale abuso laico dell’Islam da parte degli islamisti è così vasto che molti fedeli musulmani in tutto il mondo sono pronti a dare la propria vita, piuttosto che accettarli come governanti. Quel che i veri ribelli musulmani videro in Afghanistan sotto i talebani, in Iran sotto i mullah e in Sudan li ha disgustati. Per questo molti di loro in Afghanistan hanno combattuto contro i talebani e così tanti musulmani in Sudan combattono spalla a spalla con cristiani contro il governo islamista. È fondamentale quindi separare l’ideologia politica distruttiva dell’islamismo dall’Islam come religione.

La maggioranza fiduciosa
Quale forza ha quindi l’islamismo nel mondo islamico? Alcuni esperti hanno stabilito che i musulmani che approvano la politicizzazione islamista sono il 10-15%, ma ci sono indicazioni che il numero reale di sostenitori si aggiri attorno a una percentuale minore di questa stima, o ancora inferiore. Queste stime tengono conto della diffusa ribellione di molti al regime dei talebani in Afghanistan degli scioperi e delle proteste di milioni di giovani in Iran contro i Mullah politicizzati e della mancanza di fedeltà a Saddam in Iraq. Altre indicazioni vengono dalla capacità di molti leader musulmani, come il presidente Musharaf in Pakistan, di agire in opposizione ai militanti islamisti, le cui schiere si sono molto infoltite negli anni. Certo, il 10% di un miliardo di musulmani del mondo significa cento milioni di sostenitori e fanatici della jihad politica. Ma è bene anche vedere il rovescio della medaglia, e cioè che nove musulmani su dieci preferiscono un mondo fatto di dignità personale e prosperità, in cui i loro diritti siano tutelati e abbondino per loro le opportunità di crescita e sviluppo. Nell’attuale conflitto iracheno, la Coalizione dei volenterosi combatte non solo per la nostra salvaguardia, ma anche per la loro. In aggiunta, abbiamo buoni motivi di grande ammirazione per lo straordinario senso della grandezza, dell’immensità e della trascendenza di Dio nell’Islam. Sforzandosi un poco è facile immaginare quanta affettuosa presa possa avere Dio sull’animo di centinaia di milioni di fedeli islamici. Sotto la vastità del cielo stellato nelle notti del deserto, i musulmani arabi sono forse riusciti a percepire più di altri la grandezza del potere e del mistero di Dio. Sotto l’implacabile e infuocato sole del giorno, sono stati testimoni anche della fragilità di ogni vita umana. L’Islam è veramente una delle grandi religioni del mondo. E giustamente gode della fedeltà di milioni di persone e del rispetto di milioni di altre persone che non vi aderiscono. L’esplicita devozione dei musulmani alla grandezza di Allah stupisce molti cristiani. E a volte si dice che gli ebrei si sentono più vicini all’Islam, in virtù del suo rigido monoteismo, che non alla cristianità, con il suo culto ambiguo della Trinità. Lasciatemi definire chiaramente la mia tesi: mentre l’islamismo è ferocemente antidemocratico, e ha dichiarato una guerra totale all’Occidente (e alle Nazioni Unite), altre risorse, che ardono profondamente in seno all’Islam, potrebbero ancora levarsi in difesa delle idee basilari per la democrazia come la dignità dell’individuo, governi rappresentativi sintonizzati sul bene comune, la libertà di fede e la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Ci sono però, alcuni aspetti sinistri che dobbiamo affrontare prima di poterci dedicare a quelli più positivi. Non è facile per un occidentale, ebreo, cristiano o umanista laico che sia, entrare nel modo di pensare degli arabi o degli islamici. L’arabo stesso è una lingua molto più metaforica, passionale, allusiva e allegorica rispetto al latino o al greco, per non parlare poi delle lingue contemporanee. E la visione del mondo che hanno i musulmani non è la stessa che ha l’Occidente. Ad esempio, noi pensiamo a molte nazioni divise da alcune religioni; ma i musulmani pensano a un’unica vera religione condivisa da molte nazioni, oltre la quale ci sono popoli che brancolano nel buio e che un giorno dovranno sottomettersi al volere di Allah. L’Islam non è strutturato né come le Chiese cristiane, né come il popolo d’Israele e neanche le moschee hanno la stessa struttura delle chiese o delle sinagoghe. Possiamo considerare ebraismo, cristianità e islam (in quest’ordine storico) come le tre grandi religioni monoteistiche che, con modalità diverse, venerano lo stesso Dio. I musulmani non la pensano esattamente così: fanno risalire la propria fondazione ad Abramo, considerano l’ebraismo come una deplorevole ed errata deviazione, seguita dagli errori ancor meno piacevoli della cristianità, che alcuni musulmani considerano una sorta di politeismo, così come l’unità di Cristo in Dio un’enorme bestemmia.

Le pratiche della dhimmi e della shari’a
L’antica pratica musulmana della dhimmi è tuttora in vigore in luoghi come il Libano ex-cristiano e tra i cristiani e gli ebrei dell’odierna Arabia Saudita. Essere dhimmi significa essere cittadini di seconda classe, ma questa analogia non rende l’idea fino in fondo. Una delle descrizioni più vivide di ciò che significa per un cristiano o per un ebreo vivere sotto un regime islamico che pratichi sia la shari’a che la dhimmi, appare in un saggio del giovane e brillante filosofo libanese Habib Malik, figlio del principale artefice della Dichiarazione Universale dei Diritti. Malik scrive che «la ragione principale delle “sanguinose frontiere” [tra mondi islamici e non] è innata»; è il collegamento organico che da sempre esiste tra Islam politico e violenza. In altre parole, l’incapacità dell’Islam di considerare il diverso se non in termini antagonistici». Il sistema della dhimmi ha come effetto, se non come esplicito obiettivo, quello di sradicare le popolazioni non islamiche: «Intere comunità oppresse dalla dhimmi sono state ridimensionate o attraverso la conversione in massa all’Islam per sfuggire alle costrizioni del sistema, oppure attraverso l’emigrazione da Dar al-Islam. … La presunta prosperità economica di alcune minoranze non musulmane che vivevano in aree urbane a maggioranza islamica, nei rari casi in cui si verificava, era dovuta a due fattori principali non riconducibili ad alcuna ipotetica benevolenza da parte delle autorità: lo Stato aveva bisogno delle specializzazioni di quegli infedeli ed essi non costituivano una minaccia politica dato che, nelle circostanze in questione, non potevano aspirare in alcun modo al califfato». Un recente numero di Civiltà cattolica mostra come la prolungata influenza della cultura della dhimmi si ripercuota sulla nostra situazione attuale: «La stima del numero di arabi cristiani emigrati da Egitto, Iraq, Giordania, Siria, Libano, Palestina e Israele nell’ultimo decennio si aggira sui tre milioni, cioè tra il 26,5 e il 34.1% dei cristiani che si ritiene attualmente vivano nel Medio Oriente». In coloro che restano la dhimmi infonde «un condizionamento psicologico» che si protrae per generazioni, anche quando le regole della dhimmi vengono eliminate dai codici legali del Paese: «La condizione di dhimmi può essere definita come la totalità delle caratteristiche sviluppate nel lungo termine dalle collettività sottoposte, nei loro territori di origine, alle leggi e all’ideologia importate tramite la jihad. La dhimmi rappresenta una situazione collettiva e viene espressa da una specifica mentalità. Colpisce l’ambito politico, economico, culturale, sociologico e psicologico - essendo tutti questi aspetti interdipendenti e interattivi». In aggiunta alla dhimmi, l’effettiva imposizione in molte aree della shari’a dimostra che il libero esercizio di una coscienza religiosa nelle nazioni musulmane non ha minimamente lo stesso peso che viene dato alla libertà di credo negli Stati Uniti o in Europa. Nell’agosto 2003, un comunicato del Gulf News Report riportava la sentenza di un tribunale degli Emirati Arabi Uniti (avvallata dalla Suprema corte federale del Paese), che stabiliva che la condanna a novanta frustate, promulgata da un tribunale religioso della shari’a nei confronti di una quindicenne accusata di adulterio, doveva essere eseguita, a prescindere dalla giovane età della ragazza, e anche se la punizione poteva rivelarsi per lei fatale. In Afghanistan, anche solo criticare la shari’a può portare a una condanna per blasfemia, punibile con la morte. C’è una strana ironia nel fatto che proprio i tribunali islamici religiosi tendano a essere meno propensi all’autocritica, e più spietatamente assetati di sangue, mentre i tribunali laici spesso risultano più «religiosi» nel proprio senso di giustizia e compassione, fedeli agli ideali islamici.

Islam: la svolta verso la democrazia
Consideriamo ora gli aspetti positivi. Oggigiorno, gli studiosi musulmani scoprono nell’Islam un numero sempre maggiore di risorse per indirizzare le attuali nazioni arabe verso la libertà di religione, la democrazia e gli standard internazionali per i diritti umani. Una delle ragioni di ciò è che nei secoli passati i Paesi arabi hanno sopportato più della loro quota parte di assolutismi e dittature. In molti Paesi arabi la successione al governo non seguiva alcuna procedura legale, semplicemente un governante veniva assassinato e rimpiazzato da un altro. Negli Stati produttori di greggio, l’abbondanza dei profitti derivanti dal petrolio ha liberato i governi dal bisogno di imporre una pesante tassazione. Tasse ridotte hanno portato a una bassa rappresentatività, governi autoritari contrapposti a popolazioni relativamente svogliate e passive. Aggiungiamo il fatto che, nel corso del Ventesimo secolo, molti di questi governi sono diventati decisamente laici. Seguendo l’esempio di Ataturk, hanno giudicato la religione causa dell’arretratezza islamica e in sua vece hanno perseguito un pensiero laico sul modello anticlericale francese. Governi molto diversi, come Turchia, Iran, Iraq, Siria e persino l’Egitto, si sono dimostrati ostili nei confronti della religione e della molteplicità dei simboli su cui si regge. Alcuni di questi governi hanno bandito la scrittura con caratteri arabi sostituendoli con i caratteri romani, e hanno abolito fez e turbanti a favore dei cappelli di foggia occidentale. Hanno strappato il burka dal viso delle donne a forza di decreti. Hanno tentato assiduamente di «europeizzare» la cultura popolare in tutti i modi loro possibili, aiutati da una generazione di studiosi musulmani istruiti in Occidente. Nel frattempo, una nuova generazione di studiosi musulmani, anch’essi istruiti in Occidente, è arrivata a considerare ingenui, persino crudeli e comunque errati, i pregiudizi laici dei loro predecessori. Lo slogan laico, «non esiste un’altra civiltà. Civiltà significa civiltà europea, e va abbracciata con tutte le sue rose e tutte le sue spine», ha demoralizzato, sminuito e disorientato i musulmani. L’aspetto peggiore, per altro, fu l’autoritarismo con cui venne imposto. Ma ha dato vita a una nuova divisione di classe tra gli «emancipati» e «gl’impuri». Tutto ciò non poteva che portare a una rivoluzione della base e così fu: una massiccia rivolta contro il laicismo coercitivo. Eppure, questa nuova rivoluzione, capeggiata da Khomeini e da altri come lui (in Sudan, per esempio), è servita solo a recare alla gente comune altre imposizioni e abusi dal fronte opposto. Di conseguenza, l’esperienza vissuta con queste due rivoluzioni, prima quella laica e poi quella antilaica, ha portato molti studiosi della nuova generazione a invocare maggiore umiltà e buonsenso, sia da parte dei leader laici che di quelli religiosi. Né i leader laici, né gli imam dovrebbero usare metodi coercitivi, pretendere che tutto venga fatto a modo loro o tentare di dominare tutti gli aspetti della vita.
Il narratore sudanese Tayeb Salih, per esempio, racconta di un nuovo governo laico a Khartoum, che ha deciso di costruire un molo d’attracco sul Nilo, nel preciso luogo in cui è sepolto un santo musulmano. Il governo mira ad alleviare la povertà e invece gli abitanti del villaggio s’infuriano e si ribellano. Quando arriva il funzionario socialista per dare inizio alla demolizione del sepolcro e viene accolto con evidente ostilità, un vecchio si avvicina per mediare: «Senta, può esserci un posto per il vostro progetto di sviluppo e può esserci un posto per il sepolcro. Non succederà niente di male se lasciate stare il sepolcro e spostate il vostro molo un po’ più a valle». L’Ayatollah Khomeini e Salman Rushdie non sono le uniche opzioni aperte all’Islam moderno, scrive Ahmad. E nemmeno la blasfemia da una parte e la sistematica assenza di libertà religiosa (e di pluralismo) dall’altra. Ci deve essere una via intermedia tra la teocrazia militante e la laicità militante. L’umiltà e il buonsenso devono essere all’ordine del giorno. Si dà il caso, che la teologia e la tradizione islamica offrano molte risorse per recuperare quella via intermedia, in particolare se vista nella luce dei moderni studi compiuti da così tanti musulmani d’oggi e alla luce delle tristi esperienze degli ultimi venti e più anni. Ahmad è uno di questi studiosi e afferma giustamente di rappresentare il pensiero di molti altri. Ciò detto, c’è una profonda differenza tra l’implicita cosmologia dell’Occidente laico e liberale e la visione della realtà sia da parte islamica che cristiana. Per i liberali laici, l’unità fondamentale di analisi è il singolo essere umano e, più precisamente, la totale libertà di scelta dell’individuo. Un triste esempio ne è il principio laico enunciato un po’ più di dieci anni fa dalla Corte suprema americana: «Al cuore della libertà c’è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, di significato, dell’universo e del mistero della vita umana». L’individuo laico non risponde a nessun altro nel cosmo. La società esiste solamente grazie alla sua adesione a un contratto sociale, e anche lo Stato. I minuscoli atomi che volteggiano nello spazio del suo universo sono, quindi, i singoli esseri umani, coscienti e dotati di volontà, che «definiscono i propri concetti». Le società sono composte di questi atomi. Per i musulmani (e per i cristiani) la realtà è molto diversa. L’oggetto di attenzione più importante è trascendente, e ogni altra cosa fluisce da esso e deve rispondere a questo Altro Completo, il Creatore, il cui Nome è assolutamente diverso da qualsiasi altro, e di cui la nostra conoscenza è come oscurità. «Allah è grande, e non c’è altro come Lui». Seguendo il proprio disegno, questo Creatore ha fatto il cielo, la terra e tutte le cose che stanno tra i due. Gli esseri umani sono ben lungi dall’essere immersi nella loro solitudine, il Creatore li ha fatti tutti insieme per essere uniti con Lui come una famiglia. Ha fatto esistere gl’individui attraverso la società, innanzitutto attraverso le famiglie e ha dato loro l’istinto naturale a formare città (Stati). Gli esseri umani sono per natura animali politici, per citare Aristotele per conto di cristiani e musulmani. Per contro, cristiani e musulmani non possono sorprendersi che le società laiche generino una vasta landa desolata interiore, il vuoto spirituale, il disorientamento. Senza Dio, la ragione non è solo fredda e vuota, ma incapace persino di giustificare se stessa; perché in un mondo senza scopo, nato dalla casualità, gli esseri umani dovrebbero seguire la ragione? A cosa serve la ragione in un mondo senza ragione? Evitate la domanda, se vi pare. Evitarla non convicerà gli altri che la vostra sia una scelta ragionevole.
In questo panorama, il poeta e filosofo indiano Mohammed Iqbal, considerava il laicismo liberale una forza di disintegrazione sociale. Apre anche la porta al razzismo, ha scrito, perché svincolato dai grandi temi universali di cui le religioni del Creatore sono pregne. Iqbal è famoso per l’aforisma: «Separa la politica dalla religione e quel che ti resta è Gengis Khan». Un’ideologia laica non soddisfa il cuore umano. Come nutrimento per lo spirito offre polvere. «L’umanità - ha scritto - ha bisogno di tre cose oggi: un’interpretazione spirituale dell’universo, l’emancipazione spirituale dell’individuo e di principi basilari di portata universale che governino l’evoluzione della società umana su una base spirituale». Questi tre bisogni comprendono espressamente l’emancipazione dell’individuo - ma non su una base qualsiasi, e non al di fuori di un contesto universale. «Credetemi», ha aggiunto in seguito, «l’Europa oggi è il più grande ostacolo sulla strada del progresso etico dell’uomo». Il percorso dell’Islam verso la democrazia, secondo Abdulaziz Sachedina, dell’università della Virginia, e membro direttivo del Centro per gli studi sull’Islam e la democrazia, dipende da due istituzioni chiave nella vita musulmana, i seminari e le università. I seminari rappresentano quel che l’Islam insegna di se stesso nell’interpretazione dell’ulama. Le università rappresentano ciò che i moderni insegnano su qualsiasi soggetto gli esseri umani vogliano o necessitino d’imparare. Quindi, sia le università che i seminari diventano centri di potere come depositari della conoscenza umana, in costante competizione tra loro e con lo Stato, per controllare la mente delle persone in modo tale da far sì che concordino con ciò che loro ritengono essere di valore epistemico. E anche se c’è differenza nei loro approcci al sapere, si complementano a vicenda, per dare soluzioni ai pressanti problemi di etica sociale della gente d’oggi. Come risultato non possono permettersi di lavorare isolati. Sachedina afferma che «il mondo musulmano sta ancora cercando il modo di rendere gli studi islamici una disciplina accademica che possa essere studiata criticamente». La chiave, aggiunge, «è lavorare verso un’epistemologia globale, senza pretese di assolutismo sull’eredità del passato». In altre parole, la democrazia islamica deve prendere il volo - per prendere a prestito una metafora che ho precedentemente usato per la democrazia americana - su due ali, una fede umile non impositiva, e una forma di pensiero più vicino al buonsenso che al razionalismo europeo. La fede deve essere umile inchinandosi davanti all’esistenza di profonde differenze religiose e prendendo con rinnovata serietà l’antica dichiarazione che la vera fede deve essere libera e spontanea. La ragione non deve essere concepita come astratta, totalitaria e presuntuosa, ma come umile, pratica e di buonsenso.
Mumtaz Ahmad cita a questo proposito il testo del Corano che maggiormente sostiene il pluralismo: «Se Dio avesse voluto, vi avrebbe sicuramente creato come un solo popolo, che professa una sola fede, ma non lo ha fatto. Egli desiderava mettervi alla prova. Quindi cercate di competere gli uni con gli altri in buone azioni. Davanti a Dio ritornerete tutti insieme. Ed Egli vi dirà la verità sulla natura della vostra disputa». Aggiunge che «il Corano esclude chiaramente e categoricamente la coercizione su questioni di religione, e dichiara che “non c’è obbligo nella religione”». Ahmad non esita ad aggiungere che i governi islamici odierni, che si comportano altrimenti «violano palesemente questo comandamento coranico». Il Profeta permetteva ai cristiani di pregare nella sua moschea, aggiunge, e accordava piena libertà religiosa agli ebrei nella costituzione di Medina. «Non c’è nessuna giustificazione islamica per imporre restrizioni ai non musulmani» da parte di governi musulmani, sia che siano spinti da considerazioni religiose o politiche. Oggigiorno, Ahmad continua (in sintonia con Sachedina), così tanti musulmani vivono all’estero e così tanti studiosi musulmani sono impegnati nel dialogo interreligioso, che è in atto un processo completamente nuovo per sviluppare una rinnovata comprensione della tradizione islamica, dando risalto ai brani che incoraggiano il pluralismo e il rispetto della coscienza individuale, insieme a quelli che mostrano come tutto ciò sia la volontà di Dio e promuova gli sforzi umani più nobili. Sachedina non s’illude sul divario che ancora permane tra gli studiosi e «i maggiori elementi del cambiamento nelle società musulmane, l’esercito e gli ulama (i mullah)». A peggiorare le cose, fa notare, tuttora questi studiosi non vengono né letti né ascoltati dalla gente comune - o dai suoi leader - nelle comunità musulmane di Stati Uniti ed Europa. Alludendo alla prolungata, e pesantemente finanziata, diffusione della violenta tradizione wahhabita dell’Arabia Sudita, Sachedina lamenta «l’influenza di una tradizione islamica ottusa e di vedute ristrette finanziata dai petrodollari per oltre venticinque anni». Sachedina e Ahmad, ognuno a modo suo, si appellano agli studiosi in favore del pluralismo, della libertà religiosa e della democrazia, perché essi portino il loro lavoro all’interno delle comunità della gente musulmana comune. Questi studiosi hanno buone probabilità di risultare influenti, specialmente in quelle comunità che hanno patito duramente sotto i talebani, Khomeini, gli autocrati sudanesi e altre controrivoluzioni iper-islamizzanti. Non importa quale sarà la loro influenza immediata, il mondo, alla fine, viene mosso dalle idee, e una nuova corrente di pensiero tra gli studiosi musulmani è un segno di grande speranza per il futuro.

Alcune fonti del nuovo pensiero musulmano
Come abbiamo visto, dato che ogni essere umano, dopo la morte, deve affrontare il proprio Giudice per ricevere il premio o la punizione in base alle proprie azioni da vivo, l’Islam insegna in modo assai chiaro che ogni essere umano è libero e, fondamentalmente, dotato di autodeterminazione e libero arbitrio. Qundi, da qualche parte, l’Islam deve contenere una profonda teoria della libertà dell’uomo. Nel corso dei secoli i filosofi islamici hanno sviluppato molte delle implicazioni filosofiche di questa teoria, come anche molte delle implicazioni riguardanti la legge e l’etica islamica. Sembra, però, che non abbiano approfondito altrettanto le implicazioni istituzionali relative alla vita politica nelle società pluraliste, o per le istituzioni e le pratiche della libertà di credo. «Lampante è la mancanza», scrive Hamid Enayat, «... di un adattamento dei precetti legali ed etici dell’Islam, o degli atteggiamenti e delle istituzioni tradizionali, alla democrazia. Si tratta evidentemente di un compito assai più complesso della mera riformulazione di principi democratici in termini islamici. È proprio a causa di questa negligenza che le speranze di elaborare una teoria democratica coerente, adeguata al contesto islamico, sono rimaste largamente disattese ». Dato che anche alle popolazioni cristiane sono occorsi alcuni secoli per sviluppare tali implicazioni istituzionali, e i cattolici vi hanno impiegato più tempo dei protestanti, questo ritardo non dovrebbe sorprendere. Anzi, motivo di rinnovata speranza è il fatto che molti studiosi musulmani d’indubbio talento e conoscenza si stiano dedicando a questo preciso obiettivo, in un modo che non ha precedenti nella storia. Inoltre, oggi, alcuni aspetti storici e geografici dell’Islam volgono a loro favore. Ormai l’Islam è da tempo praticato sotto molti e diversi regimi politici, e in molte culture e regioni diverse. Di conseguenza, è opinione diffusa anche tra gli studiosi musulmani tradizionali che la trascendenza di Allah ne preclude l’identificazione con un particolare regime politico. Nessuno ha il diritto di dichiarare che un qualunque regime rappresenti la pienezza della Sua volontà. Inoltre, studiando la storia dell’Islam risulta assolutamente chiaro come l’Islam sia coesistito con molti regimi diversi, e come tutti, senza eccezione, abbiano avuto le proprie mancanze e gravi colpe. Non c’è regime che realizzi pienamente la volontà di Allah. I leader politici devono quindi mostrarsi umili. E così anche i leader religiosi che aspirino al potere politico. In aggiunta, nonostante il fatto che l’Islam originario, contrariamente al papato cristiano, non abbia operato quella distinzione tra «i due regni» o «le due spade», separando cioè il potere politico da quello spirituale, molti musulmani oggi riconoscono che si tratta di due poteri distinti. Il nipote dell’Ayatollah Khomeini, ad esempio, in un recente intervento presso l’American Enterprise Institute, ha detto che quei musulmani che affermano di detenere ambedue i poteri sono degli «usurpatori». Anche altri studiosi si sono espressi in modo analogo.
Lo stesso Bernard Lewis fa riferimento a diversi «elementi della legge e della tradizione islamica che potrebbero aiutare nello sviluppo di una qualche forma di democrazia». Tra questi, ne cita cinque in particolare: «La tradizione islamica disapprova duramente i governi arbitrari». E aggiunge che nella tradizione islamica l’esercizio del potere politico è considerato come «un contratto, che stabilisce un legame di reciproca responsabilità tra chi governa e chi è governato». In proposito, altri scrittori sottolineano i grandi sforzi a cui sono tenuti i leader musulmani nel tentativo di ottenere il consenso di tutte le componenti della società. La seconda risorsa a cui fa riferimento Lewis è il bisogno di un consenso duraturo: «Il contratto può essere rescisso qualora il leader non adempiesse, o non fosse più in grado d’adempiere, ai suoi doveri». La terza risorsa riguarda il principio islamico di obbedienza civile, e cioè che «se un ordine del sovrano implica il commettere un peccato, l’obbligo d’obbedienza decade». Un hadith dice: «Non obbedire a una creatura contro il volere del suo Creatore». Un altro aggiunge: «Nel peccato non c’è obbligo d’obbedienza». Quarta risorsa è il principio di accettazione della diversità. Come dice il Profeta, «le differenze d’opinione all’interno della mia comunità sono un segno della compassione di Dio». La quinta risorsa riguarda la tradizionale importanza che viene data alla dignità e l’umiltà di ogni cittadino. Dignità significa che ognuno ha il suo posto e deve essere preso sul serio. L’umiltà deve essere praticata dai grandi e potenti come dalle persone comuni. La trascendenza dell’Altissimo Creatore è un efficace equalizzatore. Similmente, in un saggio intitolato Rivitalizzare il liberalismo mediorientale, Saad Eddin Ibrahim fa riferimento a un periodo di cento anni, tra il 1850 e il 1952, quando in Egitto, in seguito al colpo di Stato che portò al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser, si sviluppò un’età liberale, faro del mondo musulmano moderno. Durante quel periodo la società civile veniva definita come «uno spazio libero in cui le persone possono riunirsi, lavorare insieme, esprimersi, organizzarsi e perseguire interessi comuni in modo aperto e pacifico». Infine, uno dei più importanti giovani studiosi musulmani statunitensi, Dr. Khaled Abou El Fadl, attualmente docente alla Yale University e membro della Commissione presidenziale per la libertà di religione, ha riassunto gran parte dei suoi scritti sugli sviluppi riguardanti libertà di credo, democrazia e diritti umani tra i musulmani, in un breve paragrafo che merita d’essere citato per intero: «La mia tesi a favore della democrazia si basa su sei principi: 1) Gli esseri umani sono i vicegerenti di Dio in terra; 2) questa vicegerenza è la base della responsabilità individuale; 3) la responsabilità individuale e la vicegerenza costituiscono la base dei diritti umani e dell’uguaglianza; 4) gli esseri umani in generale, e i musulmani in particolare, hanno il dovere fondamentale di assicurare la giustizia (e più in generale d’incoraggiare tutto ciò che è giusto e avversare le ingiustizie), e di preservare e promuovere la legge di Dio; 5) la legge divina deve essere distinta dalle fallibili interpretazioni degli uomini; 6) lo Stato non dovrebbe sostenere d’essere l’incarnazione della sovranità e maestà di Dio». Ognuno di questi punti, io credo, solleva importanti quesiti su come noi, nel più laico mondo occidentale, consideriamo la democrazia. Forse che le nostre idee sono troppo limitate? Troppo ideologicamente secolari? In questo modo, questo nuovo dialogo interculturale arricchisce quella che è stata la nostra cognizione occidentale di democrazia. Ciò che gli studiosi musulmani stanno facendo, lo fanno anche per noi.

Conclusioni
Per concludere, se qualcuno mi chiedesse che probabilità di successo potrebbe avere la democrazia in Iraq o in altri Paesi arabi, risponderei citando un recente sondaggio condotto in Iraq che dimostra come il 50% degli intervistati sia convinto che la democrazia, in quanto di provenienza occidentale, sia automaticamente destinata a fallire, mentre il 40% ritiene che avrebbe successo. Le esperienze democratiche dei prossimi due anni nei villaggi, nelle cittadine e nelle città irachene, potranno forse modificare queste percentuali. Già ora c’è più ottimismo nelle zone con maggiore libertà, quella curda a Nord e quella sciita a Sud, che non in quella sunnita del centro, che fu fedele a Saddam e per questo privilegiata. Infine, dato che in Asia molti Stati musulmani hanno sperimentato con successo forme di democrazia, e sono riuscite a conseguire almeno due avvicendamenti di leadership attraverso meccanismi democratici, appare chiaro che il problema riguarda molto meno l’Islam che non le tendenze politiche degli Stati arabi. Una probabilità di riuscita del 40% nella costituzione di governi democratici in alcune nazioni arabe nel corso dei prossimi vent’anni credo costituisca un’opportunità senza precedenti e una possibilità che non possiamo lasciarci sfuggire. In quale altro modo potranno i popoli arabi prosperare, vivere in pace e sfruttare l’occasione di sviluppare i propri molteplici talenti? Come altro, se non con la democrazia, potranno liberarsi da tortura e tirannia, dalle polizie segrete e il potere arbitrario, da povertà e orizzonti sbarrati? E se, cambiando la domanda, mi fosse chiesto «ritiene che abbiamo il dovere d’impiegare tutte le energie di cui disponiamo per aiutare quei pensatori politici e operatori musulmani che coraggiosamente tentano di costruire la democrazia?», risponderei con le parole di Abdulaziz Sachedina: «Cosa succederà? Questo dipende da tutti noi, uomini e donne, musulmani e non musulmani, che insieme dobbiamo lavorare per trasformare l’ideale in realtà». Il professor Sachedina c’invita a prestare il nostro aiuto. E come cristiani, ebrei e umanisti è nostro dovere farlo. Attraverso questo sforzo la nostra stessa comprensione della democrazia sarà rafforzata.

(Traduzione dall’inglese di Richard Mead)

 

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