LIBERAL BIMESTRALE dialogo tra don Antonello Solla e Renzo Foa Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
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Caro Foa, sono un sacerdote della diocesi di Vercelli e ho partecipato alla Perugia-Assisi di domenica 12 ottobre. Mi è capitato di leggere un suo articolo, che ha destato in me perplessità e delusione (sul Giornale del 13 ottobre). Dall’analisi che lei compie emerge, a mio avviso, quanto segue: la descrizione del popolo della pace come sbandato, senza idee, il quale «senza l’esibizione dell’unilateralismo anti-americano» e «il grande collante del nemico», ha ridotto la marcia a un appuntamento rituale. Credo che tutto ciò non corrisponda al vero e sia anche abbastanza ingeneroso e cercherò di spiegarle (a parer mio) il motivo. Come lei, credo, sappia, ogni edizione della Perugia-Assisi è preceduta da dibattiti, incontri, testimonianze. Quest’anno ha avuto luogo l’assemblea dell’Onu dei popoli; il programma e le idee le trova comodamente su Internet. Inoltre, come ogni anno, a fare da «cornice» all’iniziativa c’è un tema ben preciso, un appello, una sorta di manifesto: l’appello del 12 ottobre 2003 è questo: «L’Europa che vogliamo». Anche questo lo trova comodamente su Internet. Un appello ricco di stimoli, di idee, di proposte… altro che festival delle banalità. Un testo dove in maniera chiara e coraggiosa, gran parte della società civile desidera e chiede che coloro che stanno preparando la Carta costituzionale dell’Unione europea si attivino affinché l’Europa ripudi la guerra, lavori per costruire la pace, attraverso strumenti che educhino alla tolleranza, alla non-violenza. L’Europa che vogliamo è l’Europa della convivialità e dell’interculturalità: ...che è accoglienza di popoli, di lingue, di culture, di identità e di storie diverse… Sono parole tratte dall’appello… altro che declino! L’Onu dei popoli non lo si può banalmente ridurre a «sessantottismo all’ennesima potenza», ma è un movimento di popolo, appunto, che dalla base trova forza per incontrarsi, discutere, proporre… con un desiderio forte di costruire un mondo più giusto e fraterno! Forse può apparire demagogico questo discorso, ma soltanto se inizieremo a coltivare dialogo e tolleranza, giustizia e legalità, potremmo mettere fine alla violenza e al terrorismo. Il Papa ce lo ha ricordato anche nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace del corrente anno: «Gli incontri politici a livello nazionale e internazionale servono la causa della pace solo se l’assunzione comune degli impegni è poi rispettata da ogni parte. In caso contrario, questi incontri rischiano di diventare irrilevanti e inutili, e il risultato è che la gente è tentata di credere sempre meno all’utilità del dialogo e di confidare invece nell’uso della forza come via per risolvere le controversie. Le ripercussioni negative, che sul processo di pace hanno gli impegni presi e poi non rispettati, devono indurre i capi di Stato e di governo a ponderare con grande senso di responsabilità ogni loro decisione». Per quanto riguarda la sua analisi di un presunto unilateralismo anti-americano del pacifismo italiano, sono costretto a smentirla di nuovo: tra le grandi componenti che arricchiscono l’opera per la costruzione della pace, le ricordo semplicemente il grande sforzo che da anni conduce con tenacia e coerenza il movimento cattolico Pax Christi (che figura tra i promotori). La testimonianza di essa ci ricorda un grande impegno per denunciare e condannare tutti i conflitti della terra e non solo quelli perpretati dagli Usa: insieme a Nigrizia (rivista dei padri comboniani) costantemente ci aggiornano e promuovono campagne di conoscenza sulle guerre tristemente disseminate nel globo. Non mi dilungo ora a citarle le numerose associazioni e movimenti che vivono queste dimensioni. Il fatto poi che la guerra contro il popolo iracheno abbia avuto un impatto più forte, è anche determinato dalla teorizzazione (per la prima volta) della «guerra preventiva»; d’altra parte anche il Papa ha levato forte la sua condanna contro questo intervento e non mi pare che il Santo Padre, possa essere accusato di anti-americanismo. Per quanto concerne la presenza di bandiere di partito, convengo con lei che avvenimenti di questo tipo andrebbero vissuti proprio all’insegna della neutralità politica, ma come ogni cosa deve maturare… non per questo, però, possiamo dipingerla come una scampagnata di nostalgici disorientati e incapaci di essere propositivi nella storia di questo Paese sempre più in corsa verso le armi e spesso fermo sul fronte della pace. Infatti non si può da una parte predicare di stare dalla parte della pace e dall’altra vendere armi ai popoli del Terzo mondo; non è possibile da una parte dire di volere creare giustizia e dall’altra non porre minimamente in discussione il nostro sistema economico e lo stile di vita: cause di squilibri e di ingiustizie. Per quanto mi riguarda continuerò a credere nella bontà e nella utilità di queste iniziative «rituali»; ben contento di celebrare ogni anno un «rito» bellissimo, stimolante, conviviale, capace di suscitare la voglia di essere migliori e impegnarsi in prima linea a favore della pace, della giustizia; per me cristiano e prete è un «rito» che diventa stile di vita… forma mentis; Gesù nel Vangelo chiama beati gli operatori di pace e non chiama beati coloro che la intralciano; Gesù chiama beati coloro che cercano la giustizia e non chiama beati coloro che usurpano e derubano ciò che Dio ha creato per tutti; Gesù nel Vangelo ci richiama a rimettere la spada nel fodero e non a usare la nostra intelligenza per inventare altri strumenti di offesa. La violenza non la si sconfigge con altri omicidi legalizzati da risoluzioni o da presunte investiture divine! Le ricordo le parole del Papa riguardo la Perugia-Assisi: «Mi rallegro con gli organizzatori e i protagonisti, che in questa benemerita iniziativa hanno voluto unire le due dimensioni: l’Europa e la pace… Con tali sentimenti invio la mia benedizione a tutti coloro che prendono parte a così sentita iniziativa» e non ritrovo di burocrati demotivati e banali, ma officina per la «fabbricazione di armi di costruzione di massa», di speranza, di fiducia nell’uomo, affinché possa riconvertire la sua follia di onnipotenza, in ragionevolezza, in accoglienza. Dopo i morti di Nassirya mi vengono in mente le parole forti e autorevoli che si levavano da parte di Giovanni Paolo II alla vigilia dello scoppio del conflitto in Iraq: no al terrorismo, no alla guerra, no alla violenza! Utilizzo il verbo al passato, non per indicare un contenuto che non è più vero, ma per sottolineare un fatto sconcertante che abbiamo vissuto in questi giorni. Mi riferisco alla questione di un Papa «dimenticato»; delle sue parole cancellate dalla retorica e dalla parate, dal potere religioso e politico. Intanto colgo l’occasione per unirmi anch’io al lutto, al dolore che ha sconvolto il nostro Paese nel vile attentato nei confronti dei soldati italiani. Sono vittime del terrorismo, ma anche vittime di una guerra ingiusta, sbagliata e inefficace, creata e inventata per difendere interessi di poteri forti. Sono vittime di un sistema che non è interessato alla pace o, meglio, «è interessato alla pace dei propri interessi». Questa è una guerra contro i poveri e contro i loro diritti e ogni mezzo è lecito per fermarli, per far sì che non arrivino a minare il nostro benessere. Però - citando le parole di monsignor Nogaro - «bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste». Non sono d’accordo a definire la missione dei soldati italiani come missione di pace: in Iraq c’è una guerra in corso e lo dimostrano gli orribili attentati di questo periodo; più di quattrocento soldati americani uccisi, diciannove italiani, inglesi, ma anche la «grande quantità» di civili iracheni uccisi dai bombardamenti intelligenti delle truppe dell’alleanza. Siamo un esercito invasore alla stessa stregua degli americani e degli inglesi. Ma quello che mi sconcerta di più sono le parole pronunciate dal cardinal Ruini durante l’omelia dei funerali di Stato dei soldati italiani. Una chiamata alle armi, un rinnovato impegno a continuare a risolvere i problemi con la guerra! Mi meraviglia e mi scandalizza come Ruini non abbia assolutamente ricordato una sola parola del Papa; di come condannava l’ipotesi del conflitto; ma soprattutto come indicava sbagliato il ricorso alle armi come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell’umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore. Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace - la quale, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, non si riduce a una «semplice assenza della guerra»(Gaudium et spes, 78) - traduce questa convinzione di uomini di ogni continente e di ogni cultura (discorso ai cappellani militari italiani il 25 marzo 2003). Che fare ora? Sarebbe ingenuo e astratto parlare di idilliaca serenità senza offrire sentieri concreti attraverso i quali tentare una risoluzione dei problemi. Innanzitutto c’è bisogno di restituire all’Onu la funzione che gli compete; affidare a essa il controllo della situazione; trasferire rapidamente il potere alle autorità locali, ma non con dei «presidenti» fantoccio, come è accaduto in Cecenia con elezioni farsa, con buona pace di Silvio Berlusconi. Interessanti le parole di Luigi Bettazzi a questo proposito: «È tardi, ma non troppo tardi, per ridare all’Onu non una funzione di servile copertura, ma un’autentica autorità per aiutare il popolo iracheno a realizzare la democrazia e lo sviluppo, con un governo non sospetto e una ricostruzione non interessata. Lo chiede la volontà di pace della maggioranza dell’umanità, lo esige il sangue di questi nostri giovani morti nell’illusione di poter diventare operatori di pace». Desidero concludere con parole di speranza, di fiducia, nell’uomo, nella Chiesa, nei politici; perché la speranza non deve e non può morire; è Cristo risorto che ce lo chiede. Una speranza che ci fa pensare che la Chiesa, dalla base fino ai vertici, torni a «impossessarsi» della Parola, a incarnarla nella storia; a smetterla con gli accomodamenti e le gimcane diplomatiche. Lascio a tutti noi un pensiero di don Tonino Bello: «C’è un passo di Isaia che dice: sentinella, quanto resta alla notte? (Is 21,11) È l’interrogativo che mi pongo spesso anch’io. Per quanto tempo ancora, cioè, dobbiamo continuare a batterci? In questa lotta contro le forze perverse che opprimono l’uomo, c’è un traguardo che si avvicina, o siamo destinati a giocare interminabili tempi supplementari che si aggiungono l’uno all’altro senza fine? Ci sarà un fischio finale che chiuderà la partita? Gli orizzonti della Terra Promessa tarderanno ancora a delinearsi? E noi li varcheremo? O ci tocca indicarli soltanto, come accadde a Mosè?». don Antonello Solla
Caro don Antonello, grazie della sua lunga e argomentata lettera. È il segno che in questo nostro mondo è rimasto uno spazio per discutere. Come ha fatto lei, cercherò anche io di allargare questo spazio, scavando proprio nella diversità delle nostre visioni. Preciso subito che non dubito affatto che lei si senta utile, anche quando marcia da Perugia ad Assisi. Del resto, io non ho criticato coloro che si sono dati appuntamento quella domenica mattina ai giardini del Frontone, ho discusso l’impostazione dell’iniziativa. Dico di più, da persona che ha girato un po’ per il mondo, che si è imbattuta in guerre e disastri, che ha ascoltato e letto le opinioni degli altri, non posso non ammirare gente come lei, che si preoccupa e si fa carico di grandi questioni che turbano i singoli individui e l’intera umanità. In primo luogo la pace. La pace minacciata, la pace cancellata, la pace vilipesa, la pace svuotata di ogni significato. Ma - le chiedo - possiamo davvero considerare la pace come un bene «neutrale»? Una «variabile indipendente» dal benessere degli uomini, dai livelli di libertà di cui godono, dalla qualità dei diritti che vengono loro riconosciuti? Sia io che lei sappiamo cos’è la nostra pace, quella che conosciamo: l’Europa ha vissuto la più lunga stagione di tranquillità della sua storia proprio perché, dal 1945 in poi, in questo spazio sono stati raggiunti i più alti livelli di benessere, di sicurezza, di tolleranza, di rispetto del diritto dell’intero corso dell’umanità. Non so quanti anni lei abbia, don Antonello, ma io ricordo l’Italia con i poveri. Vidi le ruspe abbattere delle baracche, davanti a casa mia, a Roma, perché lungo quella strada sarebbe passato il «grande traffico» della festa olimpica del 1960. La ciriola, piena di mollica per riempire la pancia, con una sottile fettina di mortadella, era la merenda dei miei compagni di scuola. E poi gli abiti lisi. I soldi che mancavano anche per andare a vedere un flm nella sala parrocchiale, dove il biglietto costava poco. Per non parlare della vita nei quartieri popolari delle città o in campagna o in montagna, dove il pane veniva fatto con la segale. Capitava spesso di entrare in mondi dove la miseria aveva un suo odore e un suo colore. Oggi, credo per merito di tutti, i colori e gli odori dominanti sono quelli del benessere. E penso che sia un bene, che non dobbiamo vergognarcene né avere un senso di colpa di fronte alla povertà degli altri... Non mi dovrebbe piacere questa Europa? So che c’è ancora molto da fare, ma non la scambierei con nulla. Quando mi è capitato, ho visto con gioia crescere la quantità di pacchi di riso, di bottiglie d’olio, di barattoli di conserva o di marmellata davanti ai supermercati dove si chiedeva solidarietà e ho provato un senso di soddisfazione a guardare, nel caldo o nel freddo di grandi stanzoni, gli scatoloni riempiti di capi di abbigliamento indossabili, selezionati tra gli immensi resti degli armadi e dei cassetti svuotati in tante case. Per lei è probabilmente quotidianità, ma accorgersi che c’è chi si preoccupa degli altri e chi dà qualcosa - magari anche solo un po’ del proprio tempo - è un fatto incoraggiante, è il segno di una società sana. So, anche io, che non basta. Non basta dare cinquanta centesimi o un euro all’immigrante appena arrivato e finito ai semafori. Non è sufficiente, perché in fondo un piccolo gesto di solidarietà - lei che è un pastore direbbe di amore - riguarda soprattutto la nostra coscienza. È la nostra pace, è la pace con noi stessi. Ecco non basta per questa ragione: è un gesto che cambia poco il mondo, anche se moltiplicato per mille o per un milione. Noi europei - perché ormai dobbiamo chiamarci così - siamo talmente presi da questa visione solidale del nostro rapporto con gli altri da considerare il nostro atteggiamento un vero e proprio modello morale. Dico noi, parlo al plurale, perché non penso che chi non è d’accordo con me, con quello che scrivo o con le iniziative che organizzo, sia il mio opposto: se io sono solidale sia un egoista, se io mi preoccupo lui sia distratto e così via. Penso invece che esistano modi differenti con cui ci si nutre degli stessi valori. In altri termini, anche chi non è andato a marciare da Perugia ad Assisi può voler la pace: la pace non è monopolio culturale, morale e politico dei pacifisti. Ma per riprendere il filo del discorso, volevo dirle, don Antonello, che questa grande ricchezza di noi europei - la nostra capacità di accoglienza, la nostra apertura al mondo, il nostro ripudio della guerra - è anche un grande limite. Lei ricorda come restammo impietriti di fronte all’assedio di Sarajevo? Non riuscivamo a capire. Ed eravamo talmente presi dalle nostre immagini di pace che all’inizio pensammo che non fosse possibile, che non fosse vero. Credo che sia un fenomeno naturale: c’è incredulità quando si crea una frattura fra l’impianto dei nostri valori e la realtà. Alla domanda che tutti ci ponevamo - come è possibile? - cercammo di rispondere che la colpa era di tutti, che c’era un vuoto nella cultura della convivenza e della pace. Scattò, con grandi sacrifici, un’immensa solidarietà, il soccorso per le popolazioni colpite, da società civile a società civile. Arrivarono l’Onu e «l’Onu dei popoli», se per «Onu dei popoli» intendiamo quel mondo organizzato che fa del «preoccuparsi» una ragione di vita. Ma lei, onestamente, pensa che l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica, i massacri in massa - su cui ormai c’è una letteratura sconfinata - siano finiti perché si mossero «caschi blu» e società civile o perché, a un certo punto, si misero in volo gli aerei della Nato e ricordarono a chi aveva organizzato e attuato quell’aggressione, cioè i nazionalisti serbi, quali fossero i rapporti di forza? Se ci fosse stata allora una «guerra preventiva» - uso la parola dello scandalo - quante vite umane e quante distruzioni sarebbero state risparmiate? Lei ricorda che non credemmo neanche al genocidio in Rwanda. Non immaginavamo che potesse accadere che un vicino ammazzasse il vicino solo perché di un’altra etnia. Non potevamo pensare che «una società civile» - perché questo era l’estremismo hutu, con le sue radio, le sue associazioni e anche le sue parrocchie, visto che poi il Papa stesso andò laggiù a chiedere scusa per le colpe della Chiesa - si armasse di machete contro il resto della società. Eppure accadde. E sa benissimo che lì iniziò quella tragedia che non finisce più e che sta distruggendo il cuore dell’Africa. Noi possiamo, anzi dobbiamo «ripudiare la guerra», ma quando una guerra c’è cosa dobbiamo fare? Coloro che scrissero nella nostra Costituzione quella bella frase - appunto «l’Italia ripudia la guerra…» - avevano appena finito di combattere, armi in pugno. Non erano pacifisti, non erano neutralisti, non erano nonviolenti. Avevano difeso la nostra terra e restaurato la nostra libertà. Sapevano, perché lo avevano vissuto direttamente, che tanta parte di Europa si era arresa a Hitler anche perché, dopo l’olocausto della prima guerra mondiale, pensava che fosse meglio qualunque pace rispetto al pericolo di una devastazione generale. Insomma, ebbe ragione il maresciallo Pétain o ebbe ragione Charles de Gaulle? Lei mi dirà che parliamo di un’altra storia, di un passato lontano. Sento la sua obiezione: in questi sessant’anni la cultura della pace è cresciuta, è diventata capillare, si è trasformata in azione concreta. E allora lavoriamo sempre più su quella strada. Condivido la sua speranza. Ma se domani - con una Carta che dice che l’Europa ripudia la guerra - ci trovassimo di fronte a un nuovo assedio di Sarajevo o a un nuovo genocidio in Rwanda che dovremmo fare? Come risolvere questa contraddizione? Lei - da come ne parla, scrive di «guerra contro il popolo iracheno» - era ed è contrario all’intervento in Iraq. Io, invece, penso che sia stato giusto, che sia stato - detto in estrema sintesi - non contro un popolo ma contro uno dei peggiori regimi esistenti sulla faccia della terra. Lei vede un mondo - non credo di interpretare arbitrariamente la sua lettera - in cui è l’ingiustizia, è la nostra ricchezza, è il nostro modo di vivere l’origine dei disastri. Ma dietro al terrorismo, contro i civili inermi, non vede anche il fanatismo politico e, in alcuni casi, un integralismo religioso? E al terrorismo non bisogna reagire? Bisogna restare indifferenti alla negazione della libertà che c’è in tante parti del pianeta? Ripudiare la guerra non significa anche ripudiare le offese alla vita e alla libertà, ripudiare l’intolleranza e la persecuzione su base etnica o religiosa? Vede, io credo che la nostra ricchezza, con tutti i suoi limiti, sia un bene, per noi e per chi viene da lontano ad attingervi e a contribuirvi. Credo che se fossimo meno ricchi tutto il mondo starebbe peggio. E che se una parte dell’Africa, tanto per citare l’esempio della devastazione maggiore del globo, o se i palestinesi, per citare un altro esempio, vivono una tragedia, non possiamo dimenticare le colpe e le responsabilità delle stesse classi dirigenti politiche e culturali africane o palestinesi che, sì, comprano armi da noi, ma che sono le prime a non tentennare davanti al ricorso alla forza, all’arbitrio e alla guerra. Mi scusi, ma perché dovremmo essere noi a tentennare di fronte a chi ci colpisce? A me, dell’omelia pronunciata dal cardinal Ruini in occasione dei funerali delle vittime di Nassirya, è piaciuto proprio quel richiamo a non arretrare e a fronteggiare le sfide del terrorismo. Mi è piaciuto non per un generico sentimento di orgoglio, ma perché vi ho visto un richiamo alla responsabilità che una comunità democratica deve avere verso il resto del mondo. E, se pensiamo ai compiti della missione militare italiana in Iraq, credo che sia meglio uscire dalla discussione attorno alle due parole che vengono polemicamente usate da chi accusa che siamo in guerra senza dirlo e da chi invece difende il senso pacifico di questa nostra presenza. Nessuna delle due parole - guerra e pace - riesce a dare pienamente il senso di quel che accade. E allora io preferirei proporle come tema quello della sovranità. Cosa è oggi? Chi la esercita? In nome di che? Come la si rispetta? Certo, lei ha ragione, è un problema che riguarda l’Iraq come la Cecenia e potrei aggiungere la Siria o la Liberia. Io non so come poter parlare oggi della sovranità. Mi rendo però conto - e lo avverto in modo particolare ogni volta che si parla di «eserciti invasori» - che le visioni che ci trasciniamo non reggono più. Non penso solo agli Stati, del resto qualche anno fa i dubbi furono espressi dallo stesso Kofi Annan, penso a tutti quei confini che sono stati tracciati dalle divisioni etniche, religiose, ideologiche o sociali, cioè di livello di vita. Mi spiego: se l’immigrazione dal Sud del mondo non si scontra con la nostra sovranità nazionale, nella stessa misura la nostra responsabilità planetaria di fronte agli arbitri e agli interessi di regimi tirannici, autoritari, violenti non può avere dei limiti, soprattutto quando lo scopo di un’intervento militare è quello di aiutare la ricostruzione di un Paese e la sua democratizzazione. Non era questo, del resto, lo spirito ormai smarrito dei padri fondatori dell’Onu? E chi ha compiuto la strage di Nassirya non è andato contro questi stessi principi? Mi fermo qui, anche perché i suoi argomenti e la sua visione sono quelle di un uomo di Chiesa, mentre io guardo al mondo che ci circonda con altri occhi. Ho solo da aggiungere che per me - che non sono religioso - il messaggio cristiano è in primo luogo un messaggio di libertà, che il crocifisso non è solo un simbolo universale di dolore, di passione e di fede, ma appunto un promemoria di libertà dell’individuo. Non so se sia una lettura arbitraria. Ma penso che dove i diritti dell’uomo, non solo quelli sociali, ma anche quelli politici, sono calpestati lì non c’è pace. E che il nostro primo interesse è preoccuparcene, anche perché viviamo nella parte più ricca del pianeta e perché il benessere di chi è rimasto indietro dipenderà anche da come affronteremo la minaccia che abbiamo di fronte, che non è espressa da popoli affamati o oppressi ma da élites fanatiche, intolleranti e distruttrici dello sviluppo. Buon lavoro, don Antonello. E grazie ancora per la sua lettera che ha dato il là a questo nostro scambio di idee. È un buon segno in un Paese dove si sta smarrendo il rispetto per chi la pensa diversamente e dove si tende a non riconoscere dignità agli argomenti degli altri. Renzo Foa
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