Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12, 24). È alle parole del Vangelo scritto dall’apostolo Giovanni che Guido Bellini, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, affida il compito di spiegare il «sacrificio» dei ragazzi di Nassiryia. Militari «caduti e capaci di far germogliare un sentimento di unità nazionale». I cassetti della sua scrivania sono ancora colmi di biglietti e disegni giunti da ogni parte d’Italia - «a molti cerco di rispondere personalmente, ma non è facile» -, i suoi pensieri rivolti a fronteggiare soprattutto il presente affinché, né il mondo politico né quello civile mistifichino la tragedia con la necessità di fare un passo indietro: «L’intervento in Iraq è necessario - dice - perché in quest’epoca globalizzata bisogna diffondere pace e sviluppo, altrimenti nessuno sarà più tranquillo dentro i propri confini nazionali».
Comandante Bellini, 19 vittime per piantare un seme, quello dell’Unità nazionale. Occorreva la tragedia per riscoprire un valore?
Gli italiani in questi ultimi anni si sono scoperti patrioti soltanto davanti alle partite di calcio, oggi davanti a un evento tragico che ha colpito l’Arma dei Carabinieri e il mondo militare. Ho visto centinaia di persone ferme in raccoglimento ai piedi della bandiera italiana, tutti abbiamo assistito al tributo del nostro popolo alle salme dei caduti. Questo intendo quando parlo di chicco di grano: la spiga è germogliata forte e sincera. La mia consolazione, il mio auspicio, è che non resti isolata ma continui a crescere.
Quanto conta l’emotività in questo tributo?
Moltissimo. Ma questo non significa che i nostri cittadini non conoscano affetto verso la patria. Io mi sento vicino al presidente Ciampi quando dice che l’8 settembre del ’43 non abbia significato la morte di un valore quanto piuttosto la sua trasformazione. Tutti i passaggi importanti sono traumatici ma vanno riletti in chiave storica. L’amore per il nostro Paese non è mai morto, ha piuttosto conosciuto dei momenti di ombra.
Si riferisce agli anni del terrorismo italiano?
Sì. Per circa un ventennio la gente ha avuto difficoltà ad affermare il proprio attaccamento all’unità nazionale, una negazione che affiorava nell’atteggiamento di tanti giovani, di tanti cattivi maestri e pessimi consiglieri che hanno tragicamente condizionato la nostra storia nazionale. Il terrorismo ha reso muta la maggioranza degli italiani, l’ha privata degli strumenti di resistenza necessari a contrastarlo. C’è voluto l’omicidio di Moro - ovvero l’apice della tragedia - per rientrare da quel grande sbandamento culturale che aveva paralizzato gli italiani.
Nel 2003 c’è voluta una strage in Iraq, anche per riavvicinare il Paese all’Arma e alle Forze armate?
Davanti a un terrorismo così estremo non si può che reagire uniti. In merito all’affezione verso i militari bisogna fare una distinzione. Le Forze armate hanno pagato lo scotto degli anni della guerra fredda e della contrapposizione fra i blocchi. Senza contare la grande antipatia dei cittadini nei confronti del servizio di leva obbligatorio. Non solo: un esercito di massa - tranne qualche ovvia eccezione - non esprimeva uno strumento militare di alta qualità anche per colpa di risorse finanziarie inadeguate. Ma certo, se pensiamo che dopo la seconda guerra mondiale siamo ripartiti vestendo le uniformi lasciateci dagli inglesi, siamo stati fin troppo bravi. Con il crollo del patto di Varsavia cambia tutto, l’esercito dal gennaio 2005 diventerà esclusivamente un corpo di volontari in grado di interagire con gli eserciti degli altri Paesi e destinato sempre più spesso a operazioni di national rebuilding. Per i carabinieri è diverso. Intanto siamo praticamente sempre stati un corpo volontario, visto che solo il 10% del totale era ausiliare. Eppoi noi viviamo a stretto contatto con la realtà locale dall’anno della nostra nascita, il 1814. In molte comunità, specie quelle montane, siamo l’unica presenza tangibile dello Stato. L’affetto dimostratoci in queste giornate è anche figlio di questa vicinanza costante.
Un fondo di Repubblica di qualche giorno fa faceva di voi un quadro decisamente diverso...
Il pezzo di Francesco Merlo, tracciato per paradossi, si concludeva bene, definendo i carabinieri morti migliori di tutti noi. Ma tutto il resto del pezzo era solo un rimestare negli stereotipi più negativi, dal carabiniere minchione a quello che crede di portare la pace e si ritrova in guerra. Un calderone esagerato e davvero sgradevole, non riferibile all’immaginario collettivo ma solo alla sua interpretazione personale.
La costruzione dell’Europa e l’esplodere del terrorismo: quanto influiscono nella riscoperta del valore dell’italianità?
Il terrorismo l’aiuta solo a livello inconscio e involontario. La costruzione dell’Europa molto di più, perché quando si allarga il contesto di riferimento socio economico - molti, e io fra questi - riscopriamo forte il sentimento di appartenenza a una comunità più piccola. L’approccio verso una comunità sovranazionale non è di tipo verticistico e capace di annullare diverse identità in nome di una nuova, ma piuttosto è di tipo orizzontale o concentrico, per cui all’interno dei singoli Paesi diventa più forte il senso di appartenenza. Noi carabinieri viviamo questa novità quotidianamente, cercando di integrare il nostro bagalio di esperienza - unico nel suo genere - con i sistemi di difesa europei.
Generale Bellini, quali difficoltà incontra l’Arma a fronteggiare la minaccia del terrorismo?
Ognuno di noi sta dando il massimo ma abbiamo bisogno di un maggiore sforzo finanziario. Siamo chiamati a fronteggiare nuove difficoltà sul territorio nazionale, con oltre ottomila punti sensibili da presidiare costantemente. Uno sforzo che deve essere retribuito e non lasciato alla buona volontà. Urge poi un ammodernamento degli approvvigionamenti, dei materiali, delle caserme.