Se il sentimento degli italiani verso le Forze armate sta mutando, tanto da risvegliare orgoglio nazionale e amor di patria, lo si deve a una serie di passaggi, tutti egualmente importanti e di cui il terrorismo è l’ultimo e più drammatico dei tasselli. Il primo, e non si può che partire da lì, è l’8 settembre 1943. Quel giorno, lo sbandamento dei nostri militari - più di immagine che di sostanza, visto che tutti, soldati, aviatori e marinai ricominciarono immediatamente a servire lo Stato nel modo migliore possibile, circostanze permettendo - siglò, da un lato l’evidente assenza di un forte sentimento patriottico e dall’altro allontanò l’attenzione della popolazione verso le Forze armate. Non credo potesse essere altrimenti: il concetto di patria, il sentimento di appartenenza a un’entità ideale, si costruisce nei secoli e gli italiani se lo trovarono appiccicato addosso tout court con l’unificazione. Era una crosta, capace di reggere l’impatto della prima guerra mondiale, è vero, ma incapace di sedimentare negli animi ed essere interiorizzata in modo totale. L’8 settembre svelò questa contraddizione, chiarì che i discorsi sulla patria fatti durante il fascismo non avevano alcun ancoraggio solido. Mostrò che eravamo lontani da quella profonda consapevolezza collettiva che permise ai francesi di reggere dopo il crollo della Maginot, costringendoci a ricominciare la nostra ascesa verso un’affezione nazionale da un gradino più in basso. Cosa che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo. Diversa l’analisi sulla percezione delle Forze armate: la divisione in blocchi del mondo dei vincitori non favorì certo la nostra popolarità, trasformandoci piuttosto in gendarmi di una parte o dell’altra. Non solo: anche il tipo di impiego all’interno dell’Alle-anza atlantica - un sistema tutto sommato non interiorizzato dalla gran parte dell’opinione pubblica - ci ha reso invisibili. Tutti questi fattori, protrattisi per quarant’anni, oltre a non renderci molto popolari, hanno fatto smarrire il senso del nostro utilizzo. In questo mondo bipolare l’illusione era che bastasse avere una politica estera in grado di procedere con i suoi strumenti più classici: politici, economici e di penetrazione industriale e che l’elemento militare non fosse una delle variabili dell’equazione. Crollato l’Urss tutto cambia: ci si rende conto - noi stessi ci rendiamo conto - che, se in un sistema bipolare le Forze armate di successo sono quelle che non vengono impiegate perché la loro ragione d’essere è quella di fungere da deterrente, nel mondo multipolare è esattamente il contrario. Caduto il muro, bisogna lavorare. Lavorare al di fuori delle caserme, degli aeroporti e del nostro piccolo cortile. Lo abbiamo fatto e il cittadino italiano si è accorto che in giro per il mondo c’erano i suoi soldati e ci ha messo sotto esame. Finora lo abbiamo superato, perché siamo stati fortunati e bravi e questo ha fatto crescere una consapevolezza: l’istituzione militare italiana è indispensabile per il Paese e i quattrini spesi per questa istituzione garantiscono una buona assicurazione. Questa è l’essenza della nuova psicologica collettiva e grazie a questa essenza oggi si presta maggiore attenzione al mondo militare. Se è stato avviato un revisionismo culturale nei nostri confronti è perché non siamo più percepiti come elemento di parte. Terminata la lotta fra Partito comunista e Democrazia cristiana, la sinistra ha finalmente potuto considerare le Forze armate come uno strumento utile e fedele alle istituzioni, indipendentemente da chi fosse al potere. Certo, non dimentico che, a differenza da quella francese, la sinistra italiana in passato non ha brillato per patriottismo, ma qui torniamo al vecchio nodo culturale: la sinistra francese è, prima di tutto, francese e poi sinistra. Non si tratta di un gioco linguistico ma di uno scoglio culturale che affonda in un «giovane» senso dello Stato. La Francia è così perché ha raggiunto tale consapevolezza in un millennio. La Germania è così, nonostante una situazione storica simile alla nostra, perché al suo interno hanno agito diversi meccanismi, mentre noi eravamo in balia della continua rivalità fra le varie componenti del quadro politico nazionale. Detto questo, come militari noi abbiamo ampiamente dimostrato durante i vari governi che si sono succeduti di non aver oscillato in nessuna direzione, e questo oggi ci viene riconosciuto. Altri due punti sono da considerare prima di approdare alla difficile pagina del terrorismo: la professionalizzazione del militare e il nostro rapporto con i media. La professionalizzazione ci ha affrancato da una componente di antipatia che covava nel dover - obbligatoriamente - dedicare un anno o più della propria vita lontano da casa, dagli affetti, dal lavoro. Aver sollevato le famiglie italiane da questo «dazio» ci ha trasformato nella squadra per cui fare il tifo. Un nuovo rapporto con il mondo dell’informazione ci ha invece permesso di «comunicare» con il cittadino in maniera affatto diversa. Perché se era facile, una volta, trovare elementi di involontaria comicità nel mondo militare, c’era anche una considerevole ingenuità da parte nostra nel relazionarci con i media. I filmini propagandistici delle Forze Armate degli anni Sessanta e Settanta fanno morir dal ridere; il primo film romanzato sulle frecce tricolori è inguardabile. Ne abbiamo preso atto e abbiamo scelto di affrontare l’esterno con altri strumenti, affidandoci a professionisti. Non saprei dire quanto abbia contato - in questo - il nostro impiego nel mondo multipolare, ma certamente la gestione della nostra immagine non è più lasciata al caso come una volta. A ciò, si deve aggiungere la maggiore attenzione che la stampa ci dedica da quando è in atto la costruzione europea, perché il grande dibattito sugli esiti della Convenzione e sugli sviluppi di una politica di difesa comune ha permesso approfondimenti su di noi impensabili prima. Tutti questi elementi hanno profondamente mutato la percezione del cittadino comune per le Forze armate. Ed è in questo nuovo scenario che siamo stati messi davanti al momento più difficile della nostra storia recente: il terrorismo. Che questo sia un formidabile collante nazionale è inutile nasconderselo: la percezione di un rischio non fa altro che ricompattare il tessuto sociale e culturale di una nazione. Induce la ricerca spasmodica di protezione. Amplifica e sorregge il sentimento patriottico nel suo assioma fondamentale: io sono disposto a morire per la patria ma questa deve essere in grado di difendermi. Ciononostante questo non significa che abbiamo a tutti i costi bisogno di un nemico comune per essere uniti. La patria, per me, è un’entità, è la complessa architettura culturale di un Paese, è quello che i tuoi antenati hanno costruito e che tu hai ereditato, è quel qualcosa che definisce il singolo individuo e che fa sì che tu voglia migliorarlo, difenderlo fino a fare cose tutto sommato irrazionali. E questo genera il senso dell’onore e del dovere, qualche volta anche fino a rischiare la propria vita. Noi italiani, fino a oggi, siamo stati bravi. E sarà così ancora se continueremo ad agire professionalmente, senza sbavature, gigionismi e rambismi, come ci viene unanimente riconosciuto. Perché la difesa è innazitutto rispetto per la memoria storica e l’identità culturale di un Paese. Ecco perché dobbiamo stare attenti a non cedere alla facile commozione. La reazione affettuosa per i nostri caduti a Nassiriya ci ha messo in contatto diretto con i cittadini, ci ha fornito quel fondamentale supporto della popolazione civile utile a evitare la frustrazione inconscia del non sapere per chi si sta lavorando. Ma questo evento tragico è avvenuto all’interno di un conflitto - non ad alta intensità ma sempre tale - che stiamo combattendo e che potrebbe riproporsi. In tutto questo ci vuole professionalità, preparazione, capacità tattica e strategica, ma sono consapevole che ci vuole anche un po’ di fortuna. Napoleone diceva: «Datemi generali fortunati, non bravi». Io suggerisco: dateceli entrambi.