LIBERAL BIMESTRALE di Ferdinando Adornato Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
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Caro generale, ti mando questo pensiero, sono molto dispiaciuto per quello che è successo e se lo penso mi viene quasi da piangere. E grazie per aver difeso l’Italia e anche per aggiustare gli acquedotti, pali di elettricità e altre cose e grazie ancora! Con il cuore ciao». È solo uno dei piccoli messaggi ai carabinieri che accompagnano i disegni che pubblichiamo in queste pagine. Parole e disegni di bambini di sette, otto anni come il piccolo Richy Zerboni che abbiamo qui riportato. Alunni di terza elementare della scuola Santa Chiara di Como. Sono ovviamente disegni e parole incerti: ma la loro semplicità è la medesima che ha unito l’intera nazione italiana intorno ai caduti di Nassyria. L’esplosione di un sentimento collettivo nel quale il pungente dolore della morte si intrecciava indissolubilmente a un’intensa condivisione dei concetti di patria, di libertà, di pace.
Per molti si è trattato di un sentimento imprevisto. Una vera e propria «scoperta dell’Italia». Nazione vile e voltagabbana. Paese inguaribilmente esposto alle malattie del cinismo e dell’opportunismo. Le più viete vulgate storiche e antropologiche si sono di colpo infrante davanti alle semplicissime e fortissime parole dei familiari dei 19 caduti in Iraq, davanti a quelle dei loro colleghi feriti e dei loro compagni d’Arma rimasti a casa. «Sono morti per il loro Paese. Sono morti facendo il loro dovere. Sono morti per portare pace e ricostruzione a una popolo sofferente. Torneremo in Iraq anche per loro». La serenità del dolore, la dignità della reazione civile, l’orgoglio dell’identità militare e nazionale ci hanno fatto davvero diventare «americani». Attraverso i gesti e le frasi di una comunità colpita a morte abbiamo vissuto quel senso di irriducibile appartenenza al demos, quella sorta di religiosità civile, insieme laica e cristiana, che eravamo soliti riconoscere in altri popoli, in specie quello d’oltreoceano, lamentandone invece l’assenza nella nostra Italia, più facilmente descritta come uno Stato senza nazione. Invece no. «Una d’arme, di lingua d’altar», così recitava il Manzoni sognando l’Unità. Mai quel suo appello è suonato così vivo come dopo la strage di Nassyria. E le parole di Ciampi, di Berlusconi, del cardinal Ruini, per una volta, sono arrivate a certificare un sentimento forte, già nato dal popolo e con il popolo, non più a surrogare una reazione altrimenti debole. Non fuggiremo dall’Iraq. Come di fronte al terrorismo «interno» degli anni Settanta del secolo scorso, anche davanti a quello «esterno» di questo drammatico inizio del Ventunesimo, gli italiani fanno sapere ai signori della morte che non si lasceranno intimidire. Che la loro follia potrà causare lutti e disperazione, ma parte già sconfitta: perché contro di essa l’intera umanità saprà reagire con intelligenza e determinazione.
La storia sa essere terribile. Altre facce e altri nomi si sono così aggiunti al già alto numero di italiani che hanno perduto la vita per garantire sicurezza a noi tutti e per difendere libertà e democrazia. Molti di essi erano carabinieri, da sempre protagonisti di una grande dedizione alla nostra patria. I soldati caduti a Nassiriya non ci tenevano per niente a diventare eroi e l’Italia non aveva e non ha alcun bisogno di eroi. Loro malgrado, nostro malgrado, quei ragazzi sono diventati oggi, per tutti noi, il simbolo di una nazione colpita nei suoi sentimenti più profondi. La memoria del loro sacrificio accompagnerà per sempre la nostra storia futura.
Come è stato osservato il 12 novembre del 2003 è stato un po’ il nostro 11 settembre. Il terrorismo internazionale che lo scorso 18 ottobre, dagli ormai tristemente famosi schermi di Al-Jazeera, aveva minacciato numerose nazioni democratiche, tra le quali la nostra, ha mantenuto le sue deliranti promesse di morte. Ha attaccato i nostri militari che lavoravano, finalmente sotto l’egida dell’Onu, per rendere meno difficile la situazione di una popolazione che, dopo decenni di persecuzioni di Saddam, non vede l’ora di riappropriarsi della sua vita e della sua terra. Ebbene, è proprio questo il traguardo che il terrorismo vuole impedire: nella tragica allucinazione che l’Iraq possa tornare in mano ai fanatici e ai carnefici. In nome di tale allucinazione i loro attentati, ormai quotidiani, stanno sfidando il mondo intero. Hanno fatto e fanno strage di sciiti, di americani, di inglesi, di polacchi. Hanno colpito l’Onu e l’indimenticato Sergio Vieira de Mello, hanno attaccato la Croce rossa, hanno straziato anche Ryad per intimidire l’islam moderato che cerca di sottrarsi al ricatto dell’islamismo terrorista. Hanno colpito l’Italia. Hanno infine devastato Istanbul, lanciando le loro bombe ancora contro gli inglesi e gli ebrei. Il portavoce dell’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati, Laura Boldrini, ha dichiarato: «Chi sta dietro a questi attentati non ha a cuore le sorti del popolo iracheno. Ha un solo obiettivo chiaro: destabilizzare il Paese per mantenere il caos». È proprio questa la guerra che oggi è in atto in Iraq. Forse l’intera comunità internazionale e noi stessi ci siamo un po’ illusi che la guerra potesse finire con la liberazione di Bagdad. La delicatezza della transizione irachena ci ha mostrato invece come in quel Paese la costruzione della pace e le missioni umanitarie siano permanentemente sottoposte alla costante guerra del terrorismo. Dobbiamo liberarci di quell’illusione se, dopo aver vinto la guerra, vogliamo anche vincere la pace.
L’intera comunità internazionale deve assumere con maggiore unità, con maggiore impegno e con maggiore dispiegamento di mezzi la questione irachena come la prima e decisiva questione dell’agenda politica del pianeta. Forse è giunto il momento che Francia e Germania abbandonino il loro «Aventino» per far capire al terrorismo di Al Quaeda che davanti alla loro guerra l’intero mondo democratico sa tornare unito e che Europa e Stati Uniti collaboreranno alla positiva chiusura della transizione irachena. L’ultima risoluzione Onu incoraggia questo orizzonte. Le posizioni, del resto, sono chiare: da una parte, c’è il mondo libero, che vuole accelerare in tutti i modi il completo ritorno dell’Iraq a una democrazia pienamente e legittimamente governata dal suo popolo; dall’altra, c’è il terrorismo che, al contrario, intende rendere permanenti caos, violenza e anarchia, per impedire che una nuova democrazia irachena diventi esempio per l’intera area mediorientale. Perciò, sconfiggere il terrorismo e restituire la parola al popolo iracheno sono obiettivi contestuali e irrinunciabili.
Ma non vogliamo, in questa sede, insistere nell’analisi politica. Le pagine di liberal da molto tempo propongono riflessioni su questo come su altri aspetti dell’inedito scenario planetario che si è aperto dopo l’89 e dopo l’11 settembre. E anche nelle pagine che seguono i testi di Michael Novak, di George W. Bush, il dialogo tra don Antonello Solla e Renzo Foa approfondiscono i principali argomenti geopolitici e politici, culturali ed etici di questa delicata fase della vita del mondo. Qui volevamo e vogliamo solo rendere omaggio, con l’aiuto del generale Camporini e del comandante Bellini, a quell’Italia «nuova» della quale conoscevamo l’esistenza ma che solo dopo la strage di Nassyria ha imposto la sua dolorosa e orgogliosa immagine di fronte ai popoli di tutto il mondo. Non è un’Italia di destra o di sinistra. È semplicemente Italia: di fronte alla quale ogni ideologia e ogni partigianeria devono finalmente cedere il passo. Così com’è successo anche alla richiesta di ritirare il nostro contingente in Iraq, rimasta strozzata in gola ai suoi alfieri, riducendosi infine al proclama di marginali settori della sinistra. Del resto, come detto, era proprio questo l’obiettivo dichiarato dei terroristi. Omar Bakri, il principale sostenitore di Bin Laden in Europa, il 18 ottobre diceva: «Se fossi il governo italiano, richiamerei immediatamente i miei cittadini da tutta l’area del Golfo perché sono in pericolo di morte».
Ma l’Italia non ha mai ceduto ai ricatti dei terroristi. Che cosa sarebbe successo se nei nostri terribili anni Settanta avessimo suonato la ritirata per lo Stato e per le forze dell’ordine? La nostra, oggi, non sarebbe forse neanche più una democrazia. Lo stesso impegno di unità e di determinazione ci viene chiesto dalla sfida del terrorismo internazionale.
Siamo stati colpiti. Il Paese ha pianto e ancora piange i suoi morti. Ma oggi il popolo italiano conosce ancora meglio le proprie risorse di serenità, di generosità e di coraggio. Le stesse che ispiravano la vita dei nostri militari assassinati: «Siete andati in Iraq non per fare la guerra, ma per aiutare quelli che non hanno molta fortuna e siete stati solidali con loro». Così scrive la piccola Sofia, così pensa la nuova Italia.
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