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Cardinali e presidenti

LIBERAL BIMESTRALE
di Giulio Andreotti
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thIl mio primo viaggio negli Stati Uniti fu nell’agosto 1954 per una breve vacanza (andata sulla Colombo e ritorno sull’Andrea Doria). Fui ospite del cardinal Spellman ed ebbi molte cortesie dal sindaco Wagner. Nulla di politico. Anzi, un invito dell’ambasciatore ad andare a Washington lo lasciai cadere. Non volevo interferire nei problemi trattati dal governo (Scelba) del quale - dopo sette anni di sottosegretario alla Presidenza con De Gasperi e con Pella - non facevo parte. Preferii una gita alle cascate del Niagara. Da allora vi sono stato oltre cento volte per riunioni, visite bilaterali, il tour annuale dei ministri della Difesa, che mi fece conoscere tanti luoghi: l’Arizona, il Texas, il Colorado. In questi giri ero accompagnato da Vernon Walters, allora addetto militare a Roma. Iniziai con lui un’amicizia fortissima; venne da me al Circeo pochi mesi prima della morte.
Con cinque presidenti ho avuto colloqui alla Casa Bianca; ma Nixon andai a trovarlo in California quando nessuno più lo sentiva. Più tardi riprese quota e mi invitò a colazione al circolo insieme al generale Haig a New York. Bush padre fu molto gentile quattro anni fa. Ero a New York per l’Interparlamentare e mi invitò nel Texas; lo apprezzai molto, anche perché ero... sotto scacco. Devo però dire al riguardo che al mio processo di Palermo tre americani sono venuti a contestare le tesi della Procura: Rabb, Peter Secchia e Walters.
A parte i contatti politici, ho vissuto laggiù momenti molto gratificanti: da parecchie lauree ad honorem a dibattiti molto costruttivi, con la Lega antidiffamazione e con molti ambienti israeliti. Spesso citiamo sinteticamente gli Stati Uniti come se fosse una realtà omogenea e semplice. Non è così! Qui e laggiù a ogni contatto annoto diversità e talvolta sfumature illuminanti. Nella cronaca si dà spesso rilievo eccessivo a episodi. Così avviene per le memorie di Sigonella: momento difficile, ma rapidamente superato. La lettera al «Caro Bettino» rimosse ogni incomprensione e andammo a New York dove Reagan parlò, cuore in mano, del primo incontro con Gorbaciov che si apprestava ad avere. Reagan-Gorbaciov: la stupenda iniziativa che portò a dimezzare gli arsenali nucleari.
Vi è anche un’America per così dire minore che mi ha affascinato: dal mondo del cinema (un invito di James Stewart per i suoi quindici anni di matrimonio, accompagnato a Los Angeles da Audrey Hepburn, mi accrebbe prestigio presso i miei figli), mentre a seguito di piacevoli serate agli ippodromi continuo a ricevere puntualmente i cataloghi sulle aste laggiù.
Lascio per ultimo quel che più mi ha attratto: il rapporto con i parlamentari americani: al Congresso, qui o in altre riunioni internazionali. Specie con alcune figure storiche ho potuto capire e far capire risvolti politici essenziali. Scrissi anche un libro sugli Usa visti da vicino. Forse dovrei continuare e aggiornare il racconto. Recentemente ho curato e scritto la prefazione di uno studio dell’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Nicholson sui rapporti Usa-Vaticano a partire da George Washington. Quando venne a Roma Kennedy gli chiesi, alla colazione di Palazzo Taverna, come mai non normalizzassero queste relazioni. Mi rispose che lo avrebbe fatto appena rieletto. Purtroppo una sua seconda elezione non ci fu. Ma i rapporti diplomatici sono stati da tempo elevati al giusto livello, dopo gli anni - lunghi - delle «relazioni personali» Presidenti-Pontefici.

 

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