Limitiamoci alla produzione letteraria. Mi sembra incontestabile che qualsiasi prodotto ci giunga dagli States gode di una vistosa rendita di posizione, perfino in tempi di critica diffusa all’american way of life e alla politica estera di quel Paese. Quasi ogni esordiente americano diventa subito un classico della contemporaneità, e il suo romanzo un capolavoro imperdibile che riassume la nostra epoca. Prendiamo due romanzi torrenziali dei giovanissimi talenti David Forster Wallace e Dave Eggers, rispettivamente Infinite jest (Fandango, quasi 1500 pagine!) e Vita struggente di un formidabile genio (Mondadori). Si tratta di esordi per molti aspetti straordinari, ma anche di testi più o meno consapevolmente sperimentali, spesso gratuitamente debordanti, riusciti solo in parte, con squilibri interni e difetti notevoli. Perché invece con queste opere il nostro senso critico, così vigile sulle questioni politiche e civili, viene improvvisamente sospeso e messo in quarantena? Ci saremmo espressi negli stessi termini adoranti, gli avremmo dedicato la stessa esagerata attenzione se si fosse trattato di due esordienti, poniamo, norvegesi o romeni? Agisce qui, evidentemente, un’antica suggestione che risale al mito letterario dell’America di Pavese e Vittorini e più indietro di Soldati e Cecchi (democratica, moderna, genuina, sincera, vitalistica); la quale, trattandosi appunto di una proiezione mitica, è composta di elementi reali e di elementi immaginari. Resta il fatto obiettivo di un Paese in cui sono avvenute le rivoluzioni più importanti del Ventesimo secolo, benché non politiche (mentre la sua rivoluzione politica, fondamentale per la democrazia moderna, l’America l’aveva gà fatta nel 1776): quella di Hollywood (per il nostro immaginario), quella degli elettrodomestici (per la vita quotidiana, come illustrò una bellissima mostra al Beaubourg di due anni fa), e quella di Silicon Valley (per l’informatica). Altro che Rivoluzione d’Ottobre o Lunga Marcia! L’America rappresenta il fattore che ha trasformato nel modo più radicale le nostre esistenze, ed è soprattutto un luogo dove tutto diventa magicamente epico (dalle gesta dei cowboys - in definitiva dei bovari - alla giornata di un tassinaro), la nostra patria sognata e mai del tutto accessibile, benché possa poi convivere «democraticamente» con molte altre patrie. Più di una generazione nel nostro Paese è stata contagiata da una «narrazione» del genere, al di là di appartenenze politiche o fedi ideologiche.
Guardiamo alle singole biografie. Lo choc non è stato da poco, bisogna ammetterlo. Si tratta di uno choc che più o meno esplicitamente hanno provato molti di noi, e che una volta raccontò divertito alla radio Sergio Sollima. Il geniale sceneggiatore e regista di molti western-spaghetti dichiarò infatti che, dopo essere stato cresciuto a dosi massicce di cinema hollywoodiano, un bel giorno i genitori gli rivelarono che, ahinoi, lui «non era americano…». Ma come è possibile? Prima ci fanno identificare in modo totale con gli eroi del western o del giallo o del musical, e anzi con un paesaggio, con una luce, con un modello di società, con una quotidianità (sia essa rassicurante o avventurosa), con una tinta dell’esistenza, e poi si scopre che si tratta di un Paese a cui non apparteniamo… Ora, a partire da quel trauma originario (che ovviamente ha avuto modalità diverse secondo le educazioni famigliari) ciascuno di noi, in una parte segreta della mente, continua ad aspirare a una impossibile e utopistica cittadinanza americana. Eppure gli italiani non riescono a stabilire con l’America (sineddoche fatale per Stati Uniti: il tutto per la parte!) un rapporto ragionevolmente sano o almeno normale. Oscilliamo tra gratitudine (il contributo decisivo alla liberazione dal nazifascismo) e sordo risentimento (da allora siamo un Paese a sovranità limitata), tra ammirata emulazione (da Carosone a Sordi) e supponenza beffarda (Totò che vende la Fontana di Trevi all’americano ricco e idiota…). E anzi, non vorrei indulgere a schematismi psicologici, ma sembra proprio che solo insultandola e sbeffeggiandola - l’America - riusciamo poi a elaborare fino in fondo la nostra vergognosa dipendenza emotiva. Così per molto tempo abbiamo distinto, anche artificiosamente, tra un’America ufficiale (imperialista, volgare, conformista, rozzamente materialista) e l’«altra America» (modernizzatrice e ribelle). Una distinzione di comodo che Sandro Portelli, la cui riflessione è indispensabile per chiunque voglia accostare un argomento del genere, ci ha aiutato a superare (vedi soprattutto «La controcultura americana nella geremiade transatlantica» in Immaginari a confronto, Marsilio1992). Ora, sappiamo che l’altra America è in buona parte frutto dell’immaginazione, che le nostre amate figure controculturali vengono spesso quasi ignorate oltreoceano (da Frank Zappa e Patty Smith a Woody Allen e Easton Ellis), che le due Americhe risultano molto più vicine tra loro (a festeggiare Frank Sinatra, di simpatie democratico-kennedyane ma uomo di potere legato alla mafia, accorsero Bob Dylan e Springsteen…). E anzi ciò che lega le due Americhe è il senso di una patria fondamentalmente adottiva (cui si resta leali), il primato dell’identità consensuale, frutto di libera scelta (diventare cittadini americani), su quella etnica, un certo ottimismo dell’energia e il continuo inseguimento di una «frontiera», benché diversamente connotata. Oltre al mito tipicamente marxista-operaista, come ha sottolineato lo stesso Portelli, del punto più avanzato della Storia, di una identità accettata senza alcun dubbio tra progresso tecnologico e progresso sociale. Tanto che siamo pronti ad accogliere del filone cyberpunk tutta l’euforia tecnologica sull’espansione del corpo attraverso protesi, ma non l’angoscia da ciò derivata. Così oggi non vediamo l’ora di sorridere con esibito senso di superiorità sulla «stupidità» di Bush, sulle esibizioni muscolari, sulla spavalda retorica dei marines, mentre dall’altro lato consumiamo nel modo più acritico e ingenuo tutta la produzione culturale che proviene dagli States, sia quella alta che la peggior spazzatura di serie B e C….
Sul piano culturale l’attacco più violento alla «civiltà» americana viene da una pagina di George Steiner in Nessuna passione spenta (Garzanti) nella quale leggiamo che l’esplicita «devozione americana a un sistema valutativo economico esistenziale» rappresenta un taglio radicale senza precedenti con la stessa tradizione dell’Occidente, «con la tipologia pericleo-fiorentina del significato sociale». Un conto infatti è per Steiner l’imperativo mercantile secondo cui fare i soldi è la cosa più utile (già presente nell’ethos precapitalistico) e un conto l’idea aberrante «che fare i soldi sia anche la cosa più interessante che l’uomo possa fare». Negli Usa l’insegnante o l’artista meno pagato non è tanto disprezzato quanto considerato dagli altri «meno interessante»; oltre al fatto che si tratta dell’unica cultura umana in cui il mendicante non possiede alcuna aura di santità o profezia. E così conclude Steiner: «È la franchezza assoluta della buzzurraggine americana a lasciar tramortita la sensibilità europea…». Probabilmente Steiner non ama per niente la migliore cultura di massa di quel Paese, il blues, il jazz, il rock, il fumetto, il cinema di genere. Come invece Sandro Portelli, che, ospite di una famiglia della classe media suburbana a Los Angeles, confesserà una simpatia per quel modo di vita (così lontano dal suo), fondato su un benessere non spettacolare, accompagnato da una eccellente colonna sonora e non particolarmente esasperato da problemi di status o di competizione (vedi Taccuini americani, Manifestolibri 1981). Ma andiamo alla radice del ragionamento steineriano. Forse è vero che l’essere umano è un animale fatto di banalità e avidità, che aspira agli agi materiali e non ai «frutti spinosi dello spirito» e che l’intera civiltà è una «menzogna vitale» imposta dall’alto e da ristrette minoranze. Il punto essenziale mi sembra però quello sfiorato da Steiner nell’ultimo passo citato. Oggi l’Europa, l’Italia condividono nei fatti quel sistema di valori fondato su denaro e successo, non hanno saputo reagirvi sufficientemente (tutta la propria tradizione culturale non gli è servita a nulla!), ma non dispongono di quella brutale e assoluta franchezza nel riconoscerlo. Si travestono, si immaginano più sofisticati e più «spirituali». Proiettano sull’altro, sull’americano (quando non sull’ebreo americano!) quelle pulsioni basse e impresentabili, al fine di esorcizzarle. E proprio questo automascheramento nobilitante e ipocrita rende impossibile qualsiasi resistenza o reazione. Certo, la cultura americana appare confinata nel ghetto dei campus e priva di quella aura mediatica che continua ad avere nei nostri talk show, ma è anche più legata in modo viscerale alle tensioni che attraversano la società e gli individui.
Quando leggiamo un libro come quello di Michael Moore (White stupid men, Mondadori) si può restare inorriditi di fronte a certe tendenze involutive della società americana (che, tra l’altro, produce da sempre il virus e gli anticorpi necessari, e oggi ad esempio l’egoismo amorale dei brocker di Wall Street e la filantropia giocherellona e trasgressiva degli hacker …). Personalmente però eviterei di esprimere giudizi troppo duri o perentori sull’America, e non tanto per un legame sentimentale che viene dalla mia «formazione» adolescente, quanto perché credo comportino da parte nostra un eccesso di autoindulgenza.
Quando Saul Bellow descrive gli States - «un enorme Paese dei Balocchi abitato da bambini viziati che si illudono di poter giocare per sempre» - sembra stia parlando di noi italiani. Possiamo giocare indifferentemente alla pace o alla guerra, tanto non ne subiremo alcuna conseguenza! Al contrario gli Stati Uniti fanno sempre, nel bene e nel male, qualcosa di «reale» (sia esso ispirato da un ritrovato contatto con i principi della propria Costituzione o da una ispirazione fondamentalista puritana…), e la loro cultura è solcata perciò da conflitti reali, sempre limpidamente rappresentati. Mentre noi siamo come immersi in una irrealtà nebbiosa, paralizzante, cementata da una retorica fittissima, incapaci di descriverci e perfino di «nominare» i nostri veri conflitti. E in particolare la sinistra italiana (con la quale continuo a identificarmi), carente di immaginazione politica, orfana di qualsiasi tradizione (e proprio perciò capace di indossarle tutte in un una specie di virtuosimo mimetico), così pensosa e apparentemente turbata da eventi che sono sempre un po’ virtuali, assomiglia molto a quell’Ismaele di Moby Dick evocato sulla bella rivista Acoma dall’americanista Giorgio Mariani: «Bravo con le parole e con il cuore dalla parte giusta ma incapace di agire». Dove l’agire non coincide, come pensa la destra, con un virile decisionismo o magari con una distruttività altamente spettacolare, ma con scelte chiare e responsabili, dalle conseguenze reali, misurabili. Il filosofo americano Richard Rorty, in una discussione pubblicata su Micromega, osservava che gli intellettuali europei sono più bravi a evidenziare gli errori americani che a immaginare loro stessi una politica per questa o quell’area mondiale. Ora, noi che siamo bravissimi a manipolare le parole e che abbiamo sempre il cuore inesorabilmente dalla parte giusta sapremo dargli torto? Ma dalla politica torniamo a quella «rendita di posizione» di cui godono da noi i prodotti culturali americani. Non basta a spiegarla la colonizzazione dell’inconscio di cui parlava un film di Wenders o il presunto imperialismo economico yankee. No, nei libri che provengono d’oltreoceano, pur di valore diseguale, sentiamo che la letteratura intrattiene ancora un rapporto con la realtà, con qualcosa che non si può eludere del tutto, con scelte irreversibili, con responsabilità precise e individuali, con la possibilità dell’errore, con il conflitto bene-male che attraversa la realtà(benché ogni volta vada reinterpretato). Mentre alla lunga una cultura come la nostra, autoriferita ed estetizzante, refrattaria all’esperienza personale, indifferente a qualsiasi sforzo di interpretare le cose e di descrivere se stessi, assomiglia al parco tematico di una Disneyland dove ci si illude di poter giocare per sempre.