
Piace. Piace molto. Per la verità è sempre piaciuto e a dispetto di pochi detrattori un po’ snob continuerà a piacere. Anche se alcuni bollano le più recenti trasformazioni tecnologiche e gli effetti speciali come mancanza di qualità e di inventiva e altri, specie qui in Europa, sfruttano la spettacolarità che ne deriva per riproporre in alternativa il cosiddetto cinema d’autore, il cinema americano nelle sue infinite sfumature e forme prospera e continuerà a spopolare e ad appassionare. Forma di intrattenimento assai raffinata e allo stesso tempo espressione della cultura popolare e di massa, il cinema in America ha occhi giovani e vecchi abituati alla libertà della visione, capaci di decodificare e leggere in maniera scaltra e attrezzata le immagini che vengono proposte. Gli americani si riconoscono in gran parte del loro cinema; si appassionano di fronte a quegli effetti speciali che li divertono e apprezzano in maniera, anche se minore, perché più elitaria, ma non meno entusiasta il cinema indipendente. Certo i grandi successi non sono quelli di questo cinema, ma quelli degli effetti speciali che stupiscono, spaventano e non fanno tanto pensare secondo quel noto e riduttivo principio che tende a identificare in assoluto l’intrattenimento con la semplificazione. Ma non è sempre e solo così. La divisione non è mai così netta. Così ci sono film diretti da registi del cinema indipendente come The Hours o Far From Heaven che entrano in lizza per gli Oscar, (Nicole Kidman ha vinto quest’anno l’ambita statuetta come miglior attrice protagonista nel primo e Julianne Moore era in lizza con il secondo) e che hanno un grande successo di pubblico. E d’altra parte i grandi figli del cinema indipendente arrivano a produzioni epiche in cui gli effetti speciali trovano una loro collocazione e significato come nel caso dell’ultimo film di Scorsese Gangs of New York, ma continuano ad aiutare i film dei giovani registi all’inizio della carriera. Altri, miti ormai del cinema hollywoodiano come Spielberg, dirigono favole tenere e profonde come Artificial Intelligence in cui gli effetti speciali sono messi al servizio dei sogni; oppure sono talmente estremizzati come in Matrix Reloaded dei fratelli Waychowzski da raggiungere la raffinatezza dei film di Ang Lee entro una narrativa in cui i corpi sono ormai rarefatti e dove i temi della science fiction divengono di attualità e costringono a pensare e riflettere su un futuro ormai non così lontano.
A differenza dei budget miliardari delle grandi produzioni può tuttavia accadere che quando nel cinema indipendente non si hanno i soldi per produrre i film, attori, cantanti o star hollywoodiane di solito strapagate lavorino per paghe sindacali pur di apparire nei film di scrittori e registi raffinati come Paul Auster e Wayne Wang come è accaduto per i film come Smoke o Blue in the Face dove da Harvey Keitel a Lily Tomlin a Michael J. Fox hanno fatto a gara per recitare. O come nel caso di Madonna e Lou Reed, icone del mondo musicale o del regista Jim Jarmush che in quei due film hanno accettato di recitare come semplici comparse o come personaggi minori. Nel pubblico americano e negli autori allo stesso modo non c’è assolutamente nessun atteggiamento aristocratico e snobistico di distacco dall’un genere all’altro. Lo spettatore che va a vedere la serie di film di Star Wars è spesso lo stesso che apprezza l’ultimo gioiello del cinema indipendente come nel caso di Adaptation di Spike Jonzie. Io stessa mi sono trovata a Los Angeles alcuni mesi fa in un piccolo cinema di periferia, dove poco prima della cerimonia degli Oscar si proiettava quest’ultimo film, seduta davanti a un gruppo di ragazzi e ragazze molto giovani che discutevano appassionatamente dell’ultimo episodio della serie dei film di Lucas. Esiste nel mondo dello show business un rispetto reciproco di professionisti che hanno mantenuto la capacità di osservare e di osservarsi senza quel moralismo di sorta che, come spesso accade in Europa, isola e picchetta i rispettivi back yard e blocca lo sviluppo e l’evoluzione dei generi e del cinema in generale. In America può accadere che un caratterista comico di grande talento, ma fino ad allora scelto per ruoli di commedie leggere come James Carrey finisca come protagonista di un film epocale e complesso come Truman Show che pone interrogativi inquietanti o che Richard Gere, protagonista di film drammatici o politicamente impegnati reciti, canti e balli in un musical di grande successo come Chicago. Insomma sia nel pubblico che nel mondo del cinema non si conoscono atteggiamenti elitari e di disprezzo, così frequenti nel nostro cinema europeo, che non solo dilaniano le carni del cinema americano inteso come «totale», ma anche quelle domestiche.
Però del cinema americano non si può fare a meno. Se ne parla, lo si ama e lo si odia allo stesso tempo. La domanda che nasce di fronte a tanto pervicace attaccamento e affetto e ad altrettanto pervicace disprezzo da parte europea e italiana in particolare è: perché questo cinema piace così tanto, se poi si sente il bisogno di prenderne sempre aristocraticamente le distanze? Quale è quella molla che scatta ogniqualvolta si senta parlare di un film americano che sempre alla fine conduce l’interlocutore/trice a porre un avversativo ma nella proposizione conclusiva, quasi si dovesse giustificare del perché gli/le piace? A questa domanda certo non nuova sono state sempre date autorevoli risposte, che mi hanno lasciato e mi lasciano tuttavia perplessa proprio sulle spiegazioni che attengono alla seconda parte della domanda. Come se il cinema americano fosse un tutt’uno e non ci fossero le mille sfaccettature e le mille contraddizioni che nello stesso contenitore semiotico mettono il cinema degli effetti speciali che ha anch’esso mille altre sfaccettature di qualità e i vari circuiti del cinema indipendente che attira una larga affluenza di partecipanti da tutti gli Stati Uniti e da molti Paesi stranieri e a cui il cinema hollywoodiano non solo attinge, ma attraverso i quali sopravvive. Come se questo fosse un solo cinema «totale» e non invece il prodotto delle mille anime di un Paese grande e diversificato che è nato e vive sui contrasti. Ma allora perché questa grande contraddizione tra un’acritica accettazione, un amore incondizionato verso i miti, le icone cinematografiche, le rappresentazioni del suo immaginario collettivo e il bisogno di distaccarsene subito dopo?
Una prima risposta di certo non originale che mi viene da dare, ma che è importante ribadire è che in Italia, ma potremmo dire in Europa, non c’è mai stata, come in America, una grande tradizione popolare a riempire il gap esistente tra la cultura cosiddetta «alta» e quella «bassa». Pertanto nei confronti di quest’ultima si sono verificate prese di posizione negative di distacco e di altezzoso disprezzo. Il cinema, come altre forme di espressione artistica, ha ereditato in Europa questo atteggiamento ideologico e rigido, ma essendo considerato, almeno inzialmente, parte dell’universo della cultura «bassa», ha risentito di questo complesso che ha cercato di esorcizzare sposando la qualità al rifiuto di tutto ciò che apparteneva alla cultura di massa. Solo il cinema d’autore, in genere per pochi, aveva dignità di forma artistica. Ma spesso, sebbene quest’ultimo abbia prodotto capolavori di grande intensità, è stato ingabbiato entro un’armatura arrugginita e pesante che ha marcato la distanza tra questa forma d’arte e la gente. Adesso è quasi in estinzione. E al contrario è passata la tesi che identifica tutto ciò che è popolare con prodotti di scadente qualità. In America invece, dove da sempre il cinema è il significante privilegiato della tradizione popolare, esso riflette quello che gli americani sentono di essere, gode di una vitalità enorme e piace alla gente. Dunque questa distinzione non ha senso. C’è solo quella tra cinema indipendente e cinema delle grandi produzioni. Un regista come Scorsese, che nella distinzione europea di diritto può essere considerato parte del cinema d’autore, dopo la bocciatura di Toro scatenato agli Oscar, si dispera ed entra in depressione per non avere conquistato la statuetta di cui ha seguito la cerimonia fin da piccolo, ma a coloro che gli propongono di lasciare gli Stati Uniti per venire in Europa a fare cinema in un’intervista rilasciata nel 1992 risponde: «Io sono americano. Devo fare film che riguardano questo Paese. Dunque che fare quando si devono affrontare delle sconfitte che mettono in dubbio non solo il tuo lavoro, ma ciò che hai fatto fino a quel momento? A quel punto pensi che è la fine della tua carriera, ma non conosci altri modi di fare e così lo fai nell’unico modo che conosci… Investi tutto quello che hai in quello che stai facendo. Certo ciò richiede una buona dose di passione». Credo che per molti registi e in particolare per quelli che come Scorsese sono i figli di un’America minore, cioè parte di culture subalterne, rappresentare il proprio Paese con tutte le contraddizioni che esso presenta e che lo caratterizzano così profondamente sia un atto d’amore verso le proprie origini e verso le proprie radici, ma soprattutto verso l’oggetto del proprio desiderio: il cinema. Lo stesso Michael Moore nella sua così tanto «deprecata» affermazione sul presidente Bush alla cerimonia degli Oscar ha ribadito: «Non lascio la mia cittadinanza fuori della stanza degli Oscar. Io sono americano e amo il mio Paese, perciò faccio queste affermazioni!».
Il cinema americano infatti è il prodotto di una società nella quale, come ho scritto altrove, gli individui si misurano con il senso generale di spiazzamento e di solitudine che per la sua diversità e per le sue enormi differenze geografiche ed etniche quel Paese riesce a generare. Pertanto riflette le contraddizioni, le disfunzioni, ma anche i sogni e le speranze di individui diversi e di diverse origini e culture. E con esse quel profondo senso di libertà che alcuni artisti esprimono nelle loro opere, assieme alla fierezza di appartenere a una cultura che ha fatto della contaminazione e paradossalmente della non appartenenza totalizzante quasi una bandiera. In un certo senso e provocatoriamente mi viene da dire che è come se la bandiera americana, su cui tante volte si sono dirette accuse di nazionalismo deteriore, senza mai capirne a fondo il significato soprattutto per gli americani, rappresentasse il coagulo simbolico delle tante diversità che si trovano a convivere casualmente in uno stesso territorio, ma invece per volontà e scelta individuale nel rispetto di una Costituzione da tutti amata e rispettata. Una sorta di simbolo di tutte le diversità riunite sotto l’ombrello di una carta costituzionale che prevede il diritto alla felicità nei modi e nelle forme culturali più diverse, ma al di fuori di qualsiasi ideologia. Il cinema in particolare, come affermavo più sopra, è capace più di altre forme d’arte di esprimere e di rappresentare entro la sua più intima struttura il tema del displacement riflettendo in ciò le caratteristiche fondamentali di una società come quella americana e divenendo perciò il terreno privilegiato del sentire e delle passioni della gente. Allora forse si dovrebbe cominciare ad amare il cinema americano senza preoccuparci di smorzare questo affetto con avversativi di sorta, attraverso i quali criticare le storture di un sistema e di una società che certo di contraddizioni ne ha molte, ma che non ha mai preteso di occultarle. Anzi su di esse vive. Ma per sua fortuna, in generale non è stata affetta dal veleno dell’ideologia e anche quando ne è stata contagiata è riuscita a trovare in tempo l’antidoto.