LIBERAL BIMESTRALE di Erasmo Recami Il biografo di Ettore Majorana rilegge l'opera che Sciascia dedicò alla sua scomparsa Liberal n. 38 - dicembre 2006 gennaio 2007
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L'anno 2005 ha visto il trentennale della pubblicazione del saggio di Leonardo Sciascia su La scomparsa di Ettore Majorana (tanto che la Fondazione Sciascia vi ha dedicato un convegno a Racalmuto, paese natale di Sciascia), mentre il 2006 che sta per chiudersi è stato l'anno del centenario della nascita di Majorana: ovvero, con ogni probabilità, della nascita del maggior fisico teorico italiano del secolo trascorso. Vale la pena tornare a valutare criticamente i temi sostenuti o toccati da Sciascia nel suo libro e negli scritti giornalistici successivi; temi che riguardano da vicino la questione della responsabilità dell'intellettuale nei confronti dell'uso che può essere fatto delle conquiste della tecnologia. Invero, Leonardo Sciascia ha dato un'importanza via via crescente al suo saggio sulla scomparsa di Majorana. In un'intervista, segnalatami a suo tempo dall'amico Enzo Vitale e in cui a Leonardo Sciascia veniva richiesto di dire quale fosse tra i suoi libri quello che a lui più piacesse, Leonardo rispose: «Fino a qualche anno fa, avrei detto Morte di un Inquisitore, ora invece rispondo La scomparsa di Ettore Majorana». Sciascia-detective non poteva non essere affascinato da quel giallo di alto livello culturale, quale è la vicenda relativa alla scomparsa dell'eccelso fisico teorico. Ma perché tanto interesse, e duraturo nel tempo, da parte di Sciascia per questo personaggio e per le vicende della sua scomparsa avvenuta nel lontano 1938? In un libro di Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile (Sellerio, Palermo), possiamo rileggere quanto da lui scritto in origine su La Stampa di Torino, in un articolo intitolato «Majorana e Segré», per commentare la tarda pubblicazione, da parte di Emilio Segrè, di una discussa lettera indirizzata a quest'ultimo da Majorana nel 1933. A proposito del proprio racconto «misto di storia e d'invenzione», Sciascia aveva dichiarato: «L'avevo scritto, questo racconto, nella memoria che avevo della scomparsa e su documenti che, per tramite del professor Recami, ero riuscito ad avere, dopo aver casualmente sentito un fisico parlare con soddisfazione, ed entusiasmo persino, delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. Per indignazione, dunque; e tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l'immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell'uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura a dir poco, si erano avviati». Questo brano già ci rivela la vera ragione dell'interesse costante di Sciascia per l'argomento ivi toccato: ovvero, per la vexata questio della responsabilità della scienza e degli scienziati. Concediamoci due parole di cronaca. Anzitutto, l'incontro di Sciascia con Emilio Segrè (già membro del famoso gruppo romano dei «ragazzi di via Panisperna», guidato da Enrico Fermi) avvenne in Svizzera, presente Moravia, il quale non si peritò di dare qualche gomitata sotto il tavolo a Leonardo quando Segrè cominciò a vantare il suo ruolo nella costruzione della bomba A (e, come vedremo, a Segré non mancava una sua piccola dose di ragioni). Successivamente, nel 1972, un amico comune, il professor Carapezza di Palermo, telefonò al sottoscritto informandolo che Leonardo Sciascia si era deciso a scrivere un'opera su Ettore Majorana e mandava a chiedere se pure noi fossimo interessati a scrivere un libro sull'argomento; altrimenti avrebbe avuto il piacere di conoscere i documenti in mio possesso. Chi scrive aveva, sì, l'intenzione di condurre in porto, già allora, il proprio volume su Il caso Majorana: ma fu ben felice di cedere il passo e di rimandare il proprio libro di una decina d'anni: per la valorizzazione che la penna del famoso scrittore avrebbe certamente apportato alla figura di Ettore Majorana, allora nota fuori d'Italia quasi soltanto tra i fisici. E, accompagnando Leonardo a Roma, convincemmo nel 1972 la sorella di Ettore, Maria, inizialmente un poco restia, a concedergli copia di parte dei documenti esistenti (documenti, tra l'altro, tutti rinvenuti o raccolti da chi scrive, sempre in pieno accordo con l'indimenticabile Maria Majorana).
L'agrigentino Sciascia scelse, come contraltare di Segré, il grande conterraneo (catanese) Ettore Majorana - paragonato da Enrico Fermi a geni come Galilei e Newton - quale esempio dello scienziato che, di fronte al pericolo che le proprie scoperte possano venire usate a fin di male dal Potere, rinuncia a renderle note e si ritira nell'ombra. Tale simbolica contrapposizione fu essenzialmente una finzione letteraria; d'altra parte, come Sciascia medesimo scrisse, e come abbiamo già menzionato, il suo racconto è «un misto di storia e di invenzione»: così che, confondendo volontariamente l'essere col dover essere, Sciascia arrivò ad attribuire a Ettore anche qualità, interessi e decisioni funzionali alla trasformazione della vicenda di Majorana in emblema del comportamento dello scienziato «buono» di fronte ai problemi posti dal progresso scientifico. Aggiungiamo, tra parentesi, che nel gruppo di Fermi ci fu davvero chi, sapendo di Los Alamos e della costruzione della bomba, abbandonò la fisica: il grande sperimentale Franco Rasetti. Tralasciata la fisica, divenne un paleontologo di rinomanza internazionale; e, già avanti negli anni, passò poi alla botanica, divenendo alfine uno dei maggiori esperti mondiali di orchidacee. Sciascia, comunque, indugiò per qualche anno; finché, accogliendo un invito scritto, nella primavera del 1975 noi lo si raggiunse nella sua casa di Racalmuto, in contrada Noce, e si contribuì a convincerlo a comporre quell'estate, finalmente, il suo libretto sulla scomparsa di Majorana. Esaminando il saggio di Sciascia, si può verificare più di una volta la capacità di intus legere, che accompagna l'arte meditata della parola di cui Leonardo Sciascia imbeve i suoi racconti. Leggendo tra le righe, appunto, e in mezzo alle carte, Leonardo seppe intuire alcuni aspetti che sembrano rispondere a verità, come la scoperta di ulteriori documenti negli anni successivi ha parzialmente confermato. Significativa, ad esempio, è la circostanza che Leonardo sostenne che Werner Heisenberg e gli altri scienziati tedeschi non vollero accingersi alla costruzione di una bomba atomica: commentando - come noto - che gli schiavi (di Hitler) si comportarono da liberi... A questa tesi, che raccoglieva ben pochi sostenitori, Sciascia ci teneva; e la conferma di essa è arrivata, eclatante, agli inizi degli anni Novanta, dopo la scomparsa di Sciascia, quando il British Intelligence Service ha tolto il segreto ai Farm Hall Transcripts. Spieghiamoci. Tra il giugno e il dicembre del 1945 (un periodo che comprese il bombardamento di Hiroshima del 6 agosto), per 24 settimane dieci tra i più importanti scienziati tedeschi (tra cui Heisenberg, von Weizsaecker, Otto Hahn, Walther Gerlach, Max von Laue) furono tenuti prigionieri nella Farm Hall, presso Cambridge, UK, e le loro conversazioni furono registrate dal servizio segreto britannico a loro insaputa. La traduzione inglese di tali conversazioni (in particolare delle reazioni dei reclusi quando giunse la notizia di Hiroshima e Nagasaki) è apparsa in istampa nel 1993 nel volume Operation Epsilon: The Farm Hall Transcripts (I.O.P. Pub.; Bristol). Dalle suddette trascrizioni risulta evidente che, su dieci, solo uno scienziato tedesco (non Heisenberg!) avrebbe voluto, potendo, contribuire alla costruzione della bomba A tedesca.
Significativo è pure il fatto che Sciascia si convinse presto che la scomparsa di Ettore si riferiva a una fuga e non a un suicidio: ipotesi che sembra la più probabile alla luce dei documenti, pur non decisivi, da noi successivamente rintracciati. Ebbe poi l'impressione di un latente antagonismo tra Ettore Majorana ed Enrico Fermi, un antagonismo negato da tutti i colleghi e amici di Ettore, ma che, col senno di poi (Ettore abbandonò non solo la famiglia, ma anche il gruppo guidato da Fermi) potrebbe contenere un qualche briciolo di verità. Tale presa di posizione di Sciascia generò, come molti ricorderanno, una vivace polemica tra Leonardo e i fisici, in particolare Edoardo Amaldi; polemica nella quale il sottoscritto prese le parti più di Amaldi che di Sciascia. La polemica riguardò inizialmente quasi solo la questione della partecipazione di Majorana al famoso concorso universitario per la fisica teorica nel 1937 (partecipazione voluta dal gruppo di Fermi - come anche a noi parrebbe - o decisa da Ettore in contrasto coi colleghi?): ed essa ci vide nella singolare situazione di amici di entrambi i maggiori contendenti, i quali entrambi si sfogavano anche con l'invio di accuminate epistole - l'un contro l'altro armati - al sottoscritto. La polemica presto divenne aspra, tanto che Sciascia arrivò a scrivere (su La Stampa della vigilia di Natale del 1975) che «si vive come cani per colpa della scienza»: in ciò associandosi un po' pedissequamente a una tradizione di pensiero tipicamente italiana e non molto nobile, che annovera comunque nomi quali il Vico e Benedetto Croce. Cosa voleva dire Sciascia? Crediamo che lui sapesse che non esistono la scienza o la poesia, ma solo scienziati e poeti; e che le colpe ricadrebbero semmai su (alcuni) scienziati. Crediamo che sapesse, per di più, che se un poeta o un filosofo pessimisti offrono a un infelice la goccia che lo decide a commettere suicidio, vere colpe non si possano attribuire a quel filosofo o poeta... Parlando con Sciascia, si era d'accordo nel dire che la colpa dell'esistenza della sedia elettrica non è affibbiabile ad Alessandro Volta; così come la colpa di una rapina a mano armata non è dell'inventore del coltello. Comunque Sciascia ha voluto rinverdire un ricorrente problema, già riproposto in anni non lontani, e in maniera più soft, per esempio da Dürrenmatt, e a proposito del quale proporremo alcune considerazioni: basate in parte sulla constatazione che il problema della potenzialità distruttiva degli strumenti che l'uomo costruisce è vecchio come il mondo. È nato con Prometeo, quando l'uomo ha incominciato a controllare il fuoco. È un problema che ha sentito Alfred Nobel quando, avendo costruito la dinamite (che allevia la fatica delle braccia dell'uomo, ma può divenire arma bellica), creò il premio Nobel, quasi come atto di espiazione. Ma rileggiamo prima alcune affermazioni di Sciascia e di Amaldi. In una lettera del 3 dicembre del '75 Amaldi ci dice: «Credo che avrà anche visto l'intervista di Sciascia sul Giornale di Sicilia del 9 novembre del '75. Qui finalmente viene fuori la vera posizione di Sciascia, ossia quella classica in Italia di Croce, di Gentile: la scienza non fa parte della cultura». E Leonardo pochi giorni dopo, il 9 dicembre '75, ci scrive, riferendosi al suo lungo articolo inviato a La Stampa e apparso, come detto, il 24 dicembre del 1975, commentando: «Naturalmente questa è l'ultima volta che scendo in polemica, ed è il caso di dire scendo perché la polemica di Amaldi è piuttosto bassa». In un'altra lettera, il 27 gennaio '76, Leonardo aggiunge infine un'affermazione interessante: «Voglio soltanto fare presente che per me l'espressione "rifiuto della scienza" vale "rifiuto della scienza a un certo punto di fronte a certe ricerche, a certe scoperte". E cioè rifiuto da parte degli scienziati stessi».
Abbandoniamo la cronaca e torniamo al nostro tema principale: il problema della responsabilità degli uomini di scienza. Premettiamo che Sciascia è uno dei pochissimi scrittori che abbiano parlato di uno scienziato attribuendogli ricchezza e spessore umani e non povertà spirituale; e questo lascia ben sperare per la soluzione dell'annosa questione delle due culture. Il problema delle scoperte e invenzioni umane (fosse solo quella del martello) che ammettono applicazioni positive e negative è, dicevamo, un dilemma antico; che ha sentito anche Pierre Curie (il fisico, consorte di Madame Curie), il quale, nel ricevere il premio Nobel per la mitica scoperta del radium, ebbe a dichiarare: «Si può pensare che in mani criminali il radium possa divenire molto pericoloso e ci si può chiedere se l'umanità tragga profitto dalla conoscenza dei segreti della natura. L'esempio della scoperta di Nobel [anche Curie lo cita] è caratteristico: gli esplosivi permettono all'uomo di compiere opere mirabili. Essi sono però anche un mezzo di distruzione in mano ai grandi criminali che spingono i popoli alla guerra. Ma io - concluse Curie - sono tra quelli che credono che l'umanità trarrà più bene che male dalle nuove scoperte». Suggeriamo un'altra considerazione. La costruzione di strumenti è caratteristica ineliminabile dell'uomo. Mentre molti animali nell'evoluzione biologica, avendo bisogno per esempio di mascelle più robuste, sviluppano i muscoli della mandibola, l'uomo non fa altrettanto: ma costruisce a partire dalla pietra un coltello di selce. E, se ha bisogno di un braccio più robusto, si limita a usare un randello; fabbrica, in altre parole, prolungamenti artificiali dei propri organi. È inevitabile che l'uomo costruisca randelli, e martelli, anche se questi possono essere usati contro i propri simili. È forse un problema solo degli scienziati quello del controllo e dell'uso, a fin di bene, delle scoperte e delle invenzioni umane? Precisiamo alcuni termini della questione. Lo scienziato vero, anzitutto, è quello che fa ricerca solo per amore della conoscenza: per scoprire qualcosa degli elegantissimi segreti della mirabile natura che ci circonda (opera certo non nostra, e, per chi crede, di un Dio infinitamente intelligente). Questo tipo di ricerca - che sempre meno viene finanziata nell'attuale mondo, sensibile quasi solo al denaro - non può avere limiti, come non può subirli la ricerca poetica. È invece il tecnologo che si occupa delle eventuali applicazioni dei risultati della ricerca scientifica (anche se lo stesso individuo, in quanto uomo, a un certo punto può smettere i panni dello scienziato per cambiare mestiere e assumere quelli del tecnologo). Eventuali «colpe» dovrebbero essere attribuite, semmai, ai tecnologi. Ma il tecnologo stesso può giungere alla costruzione, al massimo, di un unico prototipo: una primitiva automobile a vapore, ad esempio. È poi l'intervento del potere economico e politico a determinare la produzione, o meno, di innumerevoli copie del prototipo e a migliorarlo. Il potere da controllare, pertanto, è quello economico e politico, che spontaneamente tende a ispirarsi al tornaconto, per conseguire il quale alcuni giungono a scatenare o appoggiare guerre economiche e guerre vere. È ovvio pertanto che questo controllo non può essere demandato alle povere forze degli scienziati e neppure a quelle dei soli tecnologi: ma esso è compito e dovere di tutti i cittadini.
Potremmo interpretare il messaggio di Sciascia nel senso che anche gli scienziati devono porsi i problemi che tutti noi dobbiamo porci. Sciascia ci ricorda in tal modo la responsabilità che noi tutti abbiamo di fronte all'uso che si fa, nel bene e nel male, delle conquiste del «progresso». E bisogna stare attenti e avvertiti: perché parecchi eredi dell'antico capo tribù, che ora potremmo riconoscere, ad esempio, in alcuni controllori delle grandi società finanziarie internazionali, e anche di varie multinazionali, hanno approfittato della nostra atavica tendenza a colpevolizzare un capro espiatorio, o magari lo stregone della tribù, e si sono riparati dietro la scusa delle necessità del «progresso» e dietro un paravento di accuse ai «moderni stregoni», che hanno contribuito a identificare con gli scienziati... Qualsiasi danno ambientale o eccessivo sfruttamento della natura cominciò così a essere attribuito alle inevitabili esigenze del progresso associato all'evoluzione della scienza. La cosa prese piede, contribuendo, temiamo, ad avviare il nostro Paese verso un secondo Medioevo: ma chiaramente non è veritiera. Abbiamo visto come in realtà non sia soltanto lo scienziato, o non sia soprattutto lo scienziato, ad avere le responsabilità di cui stiamo parlando. E allora, ancora una volta, come possiamo interpretare il messaggio di letterati come Sciascia che, toccato a tal punto da questa questione, attribuiva tanta importanza al proprio libro su Majorana? Poniamoci una domanda, questa volta di tipo scientifico-biologico: come mai l'uomo, fra tutti gli animali, è quello che apparentemente è il più feroce coi propri simili? Perché li attacca e li tortura, mentre la maggior parte degli animali non si comporta in tal modo? Una ragione biologica c'è; ed è la seguente. Gli animali che nascono con mezzi di offesa scadenti e deboli (come gli uomini, con i loro poveri denti e unghie) non ricevono in dono dalla natura l'istinto del «cavalierismo» verso il prossimo; mentre gli animali dotati di mezzi di offesa potenti - come i lupi o le tigri - posseggono di necessità l'istinto del rispetto intraspecifico: altrimenti la loro specie si sarebbe già estinta! Gli agnelli, per esempio, non hanno denti poderosi, non hanno artigli, e quindi la natura non li ha istintivamente dotati di rispetto per i propri simili; tanto che, trovandosi due agnelli sul ciglio di un burrone, può ben avvenire che uno spinga l'altro giù dal dirupo. Analogamente per due piccioni: essi pure posseggono deboli mezzi di offesa; quando eseguono le loro battaglie mimiche per conquistare il predominio su un territorio, a un certo punto uno dei due si riconosce perdente e se ne vola via: e basta. Ma prendete due piccioni maschi e metteteli in un'unica gabbia: il vincitore torturerà a morte il perdente... Quando invece sono due lupi a recitare la mimica della loro battaglia (una mimica dalla quale, tra parentesi, nasce la nostra danza tra uomo e donna) onde conquistare il predominio sul branco, a un certo punto uno dei due lupi riconosce la propria inferiorità: questi allora si arrende e offre il collo, esponendo la giugulare al vincitore. Il vincitore, nonostante dimostri una gran voglia di azzannare il soccombente, in realtà è costretto dall'istinto a comportarsi da cavaliere: il primo si arrende e il secondo invariabilmente accetta la sua resa e gli risparmia la vita. Noi uomini non abbiamo ricevuto in dono dalla natura l'istinto di rispettare i nostri simili. Però abbiamo poi costruito coltelli, fucili e le bombe atomiche... Cosa occorre allora? Che il rispetto dei nostri simili ce lo dobbiamo guadagnare con ogni sforzo verso una maturazione morale, che deve crescere man mano che le nostre capacità di offesa artificiali aumentano. Si potrebbe dire che Iddio non ci ha voluto fare un tale tipo di regalo, affinché ce lo si dovesse guadagnare, liberamemte, con lo sviluppo della nostra coscienza morale (a quanto pare, a Dio interessa più la libertà che non l'obbligo a comportarci bene). Vogliamo pensare che questo sia il grande messaggio di letterati e scrittori come Sciascia. Noi ora abbiamo in mano mezzi potentissimi, come aerei da guerra, bombe micidiali, armi chimiche e batteriologiche; e bombe all'idrogeno: oggi basta schiacciare un bottone per uccidere un milione di uomini. Quindi abbiamo l'obbligo di sforzarci - per la sopravvivenza della nostra specie - al fine di conseguire un'alta maturazione morale. Maturazione che deve certamente aver luogo nei fisici, negli scienziati, ora diremmo nei biologi, ma che dobbiamo avere tutti, perché è un compito che l'intera umanità deve affrontare: solo l'unione di intenti di tutti i cittadini del mondo può imporre ai veri potenti di perseguire fini di pace.
Per concludere, una parola per i giovani. Vorremmo ricordare a chi è ancora studente che la preparazione più importante che dobbiamo chiedere alla scuola per la vita è l'attuazione delle nostre potenzialità ereditarie, lo sviluppo delle nostre facoltà morali, intellettuali e cognitive: più che la preparazione a svolgere uno specifico mestiere. Dopo avere conosciuto alcune fette di mondo, ci sentiamo di asserire che la cultura di base che abbiamo (avevamo?) in Italia, e più in generale in Europa, è probabilmente insostituibile. Quando conoscerete altri Paesi, vi renderete conto quanto la mancanza di una forte cultura di base sia deleteria; è importante «perdere tempo» nello studio: sono proprio le cose che apparentemente non servono a nulla, come la letteratura, la poesia, la filosofia, la scienza intesa come conoscenza del mondo, che formano la mente. C'è chi ora esprime seri timori: ad esempio il pericolo che molte delle nostre nazioni divengano troppo organizzate e dominanti, con il rischio che siano i burocrati a prendere il sopravvento: dagli svariati economisti che divengono consulenti privilegiati di ministri e capi d'industria in ogni settore, ai direttori-manager che hanno il compito di trasformare in aziende financo ospedali, università, enti di ricerca scientifica... Tale eccessiva burocratizzazione la si può combattere solo tenendo presente il bene comune e mantenendo vivo l'amore per il pensiero indipendente e per la cultura. Il pensiero, la meditazione, la preoccupazione per i nostri simili e per il mondo ci rendono liberi e maturi; molto più degli studi che ci vogliano insegnare solo a divenire ingranaggi utili allo sviluppo economico. Non tutti concorderanno con noi, a questo punto, ma riteniamo, per fare un ulteriore esempio, che occorrerebbe premere affinché venga attuato non solo il diritto allo studio, ma anche il diritto alla ricerca scientifica in senso lato; e, non meno, che bisognerebbe limitare l'istituzione di ricerche scientifiche finalizzate, ovvero di finanziamenti privilegiati per investigazioni da cui ci si aspettano risultati concreti a breve; perché le grandi innovazioni non scaturiscono mai da ciò che già che si conosce e si può prevedere. E intendiamo riferirci non soltanto al settore delle scienze esatte (che poi esatte non sono), ma pure a quello delle scienze letterarie e morali. Ma ritorniamo alla circostanza che anche Sciascia ebbe a intuire e cioè che Majorana probabilmente si ritirò dalla vita consueta, senza suicidarsi; in effetti Ettore lasciò la famiglia e il gruppo dei fisici con cui lavorava, con in tasca il passaporto e almeno una quindicina, o ventina, di migliaia di dollari. Questa ipotesi di fuga e non suicidio ci trova consenzienti, anche in base a documenti successivamente ritrovati: i quali suggeriscono come Ettore si sia probabilmente ritirato in un luogo appartato. A tale proposito appoggiamoci ad alcune parole scritteci da una letterata che opera a San Paolo del Brasile, l'italiana Aurora Bernardini: «L'ipotesi credibile e fondamentata di una sopravvivenza del Majorana è non solo più generosa, ma più rivoluzionaria o, almeno, più progressista del comodistico suicidio. Scartando a pié pari il luogo comune, secondo il quale il genio dei fisici è precoce e di vita breve, o che un fisico può avere un grande talento nel suo ambito ed essere un imbecille nel resto, stando a quanto si sa di Majorana non rimane che credere che in lui la genialità abbia anticipato la scoperta della sua verità, o della verità tout court che Ivan Iljic di Tolstoi scopre solo prima di morire. Quali sono i momenti veramente vivi della vita? Ognuno ha la sua risposta, quasi sempre in ritardo. Majorana l'avrebbe avuta prima. Sarebbe molto utile, per l'odierna umanità, il suo legato in proposito. Forse ancora più utile che il suo legato in quanto fisico». Il fascino della vita di Majorana e il suo insegnamento umano, sono forse questi: ovvero, quelli di uno scienziato che scopre, a un certo punto, come più importante del ricevere dieci premi Nobel sia il riuscire semplicemente a vivere: come ciascuno di noi.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.
I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.
Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.
E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.
Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.
Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.
Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.
Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
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