Il sentimento antiamericano agitato da tanti islamici (anche non terroristi) trova un terreno fertile in Europa. In qualche angolo del cuore di noi tutti europei, anche quando sostanzialmente filoamericani, alberga un piccolo risentimento anti-zio Sam, la cui origine risale a tempi abbastanza lontani. La prima impressione dell’europeo appena sbarcato oltreoceano è, in effetti, quella di trovarsi in un mondo molto diverso dal nostro. Giornali, cinema, tv e letteratura lo hanno già messo sull’avviso: quello che viene dopo sembra destinato a confermare i giudizi appresi. Tutto, qui, ha la sua spiegazione esauriente nel Dollaro. Eventi naturali a parte, tutto ciò che nasce dall’uomo si origina lì. Anche l’europeo più cinico si rende conto che la sua cultura è diversa, che molte costruzioni, nel Vecchio continente, nascono da un altro spirito. Le Cattedrali, per esempio. Il denaro basta forse a spiegare l’esistenza di un’immensa cattedrale nel centro di una piccola cittadina come Chartres? L’europeo non pensa a queste cose, ma l’impatto con l’America gliele ributta in faccia.
Modelli
Una differenza importante - volendo restare alla superficie del problema - riguarda i due modelli di democrazia e di Stato. L’autore del più importante libro che sia mai stato scritto sull’America, Alexis de Tocqueville, lo nota fin dai suoi primi diari di viaggio: l’America è un ammasso piuttosto eterogeneo di persone (a differenza della «nazione» nel senso europeo) unite dall’interesse. La storia di questo Paese non ci presenta innanzitutto uno Stato che si fa tutore dei cittadini. Qui, vengono prima i singoli e le aggregazioni cui, liberamente, i singoli danno vita. Poi viene lo Stato. Non voglio sottovalutare le circostanze storiche e ambientali che condussero al prevalere di questo modello. Esistono però, anche circostanze umane, religiose, filosofiche. Ipocrita o no, la scritta In God We Thrust che compare sul dollaro indica una precisa antropologia e un preciso programma: l’America è la patria della libera iniziativa degli individui. Non è di chi ci abita, ma di chi la fa. La storia dell’idea di Stato in Europa percorse, come tutti sanno, un cammino molto diverso. Se anche l’Europa ha sancito la persona umana come origine del diritto, qui lo Stato ne è divenuto ben presto titolare a tutti gli effetti e responsabile, dunque, della felicità dei cittadini. Lo stesso Tocqueville osserva come nel Vecchio Continente, specialmente dopo Napoleone - che finì di distruggere la classe nobiliare, naturale baluardo contro l’invadenza statale - la delega dei poteri allo Stato si sia completata. In Europa si affermò sempre più il modello assistenzialista, nel quale la Legge ha nella Magistratura il suo supremo organismo di tutela. Diversamente, in America il riconoscimento dell’interesse personale ha posto la Legge sostanzialmente nelle mani degli Avvocati. L’avvocato è un personaggio costantemente presente nella vita dell’americano: uno stile che a noi europei pare da far west, con i soldi (leggi: dollari) a sostituire le più schiette pistole di un tempo. Comunque sia, dollari o pistole, l’impressione di un europeo è quella di una Legge posta sotto sequestro. Questa brutalità, questa concezione del diritto come terreno di conquista, questa prevalenza dell’agire sull’essere - fino alla coincidenza totale - urta la mentalità europea, che distingue l’essere e il fare e ha bisogno di sentirsi, in un modo o nell’altro, garantita.
Oggi il modello europeo è in crisi, e lo è nel momento in cui avrebbe maggiormente bisogno di una tutela. Lo è, prima di ogni altra considerazione più specifica, perché l’affrancamento dall’America e dalle sue garanzie è assai problematico. Apparteniamo a una cultura diversa da quella americana, più antica di quella, ma non abbiamo la forza per renderci indipendenti (per farlo sul serio dovremmo, immagino, decuplicare le spese militari). Questo genera l’odio. Lo zio Sam ha messo in crisi il nostro modello, senza peraltro riuscire a convincerci della bontà del suo. Come Roma con i Greci, ci lascia la «cultura»: anche se questa concessione è in realtà - oggi come allora - il più perfetto atto di appropriazione (anche in cultura stricto sensu: lo sapete in quale Paese si studia di più Dante Alighieri?) La libertà americana ha per noi il volto delle multinazionali, dell’invadenza economica, della dipendenza massmediatica, dell’obesità da hamburger, della solitudine e del cinismo. Il rifiuto franco-tedesco (in sé dignitosissimo) di partecipare alla guerra di Bush contro Saddam non costituisce in alcun modo un atto d’indipendenza, ma solo un’espressione dell’insofferenza europea. O dell’odio europeo. È della stessa razza della nostra cattiva coscienza, del sentimento che avvampa contro tutto quello che disapproviamo e, al tempo stesso, ci tiene inchiodato a sé per mezzo del fascino e del piacere.
Vergogna
Un altro aspetto, assai diverso, dell’antiamericanismo di marca europea riguarda la questione semitica. Decimati in Europa, gli ebrei in America si sono moltiplicati. Chi c’era già, chi è riuscito a fuggire prima delle leggi razziali, chi ancora (come testimonia l’opera di Chaim Potok) è stato acquistato in dollari - eccoli di nuovo, i dollari! - soprattutto dalla Russia di Stalin e di Kruscev. La letteratura americana del dopoguerra è piena di ebrei orientali: da Singer a Bellow a Potok. Essi rappresentano, oggettivamente, il punto in cui la letteratura e la cultura americane prendono maggiormente le distanze da quelle europee. La tragedia della Shoah ha lasciato una profonda ferita nel cuore dell’Europa. Così profonda che l’Europa non sa parlarne. Come giustamente ricorda Primo Levi, la colpa di un simile orrore ricade sulle spalle di tutti, anche delle stesse vittime. Tutti gli anni escono libri, sempre più deludenti, dedicati alla mostruosità nazista, alla capacità di trasformazione della natura umana, propria di un’ideologia disumana, e ad altri simili argomenti, vòlti per lo più a produrre una liturgia della distanza. Non si afferma che quella colpa non ci riguarda, ma si rappresenta, come in un’azione teatrale, la sua estraneità. Non c’è lontananza, ma c’è il teatro della lontananza. E questo per la stessa ragione per cui si mima, con espressione e voto parlamentare antiamericani, l’impossibilità europea a rinunciare alla protezione americana e ai suoi modelli.
La realtà è che la Shoah, messa in atto da Hitler, non è che l’atto conclusivo di un processo che vide coinvolta tutta l’Europa. La quale, nel momento in cui si costituì secondo l’immagine di un insieme di Stati-nazione - immagine massonica nata espressamente contro l’universalismo imperiale cristiano - immediatamente cominciò ad avvertire l’elemento semitico come estraneo. E questo è un processo non soltanto orientale, ma anche e soprattutto occidentale. L’antisemitismo nazista non è affatto la diretta conseguenza dei pogrom. Il sentimento comune antisemita sorgeva sicuramente, come ha detto Hannah Arendt nel suo capolavoro L’origine del totalitarismo, dalla posizione anomala degli ebrei nelle società europee: tanto potenti nel piccolo commercio e nella grande finanza quanto insignificanti sul piano politico e produttivo. Da qui, la ricorrente idea di una razza parassita (non a caso la propaganda nazista li rappresentava come topi) e le periodiche rappresaglie. Fu però il sorgere, tra i Lumi e Hegel, di un’idea di Stato moderno, fondato sulla collaborazione tra classe politica e classe produttiva (in altre parole: fondato sul debito pubblico) a mettere in evidenza la totale inutilità, il danno, la spinta centrifuga, la radice di una possibile eversione costituita da un corpo sociale che questo modello aveva voluto estraneo a sé fin dalla propria formulazione. L’Europa moderna è l’Europa massonica i cui richiami culturali di fondo (Grecia, Roma, Lumi), ribaditi dalla recente bozza di Costituzione, rivelano quelli che furono i nemici contro i quali essa si costituì: da un lato la Chiesa come organismo dotato di un peso politico effettivo (le fu lasciato l’ambiguo potere spirituale); dall’altro, quella variegatissima, complessa realtà antropologica, religiosa, culturale e sociale che va sotto il nome di «mondo ebraico». È questa l’Europa che ha sterminato gli ebrei. Possiamo riempirci la bocca finché ci pare di appelli alla memoria, possiamo organizzare visite ad Auschwitz per inorridire dinanzi agli orrori nazisti. Hitler fu l’esecutore folle - grazie al fanatismo, che è una malattia endemica del nostro Continente - di una sentenza che tutta l’Europa aveva in qualche modo pronunciato. L’America ci appare, viceversa, esente da questo peccato. Ne avrà tanti altri (pensiamo a Hiroshima, vera quintessenza del terrorismo americano) ma l’antisemitismo non c’è. Non solo non c’è stato finora, ma non ci sarà mai, perché non è previsto dalla natura stessa del sistema americano. È proprio della coscienza umana preferire di restar legata alle proprie colpe - quando esse rivelino un’insospettata capacità di futuro bene, di futura giustizia - piuttosto che star di fronte a un’altra, diversa coscienza la quale, proprio per l’estraneità a tali colpe, le rinvii un’immagine troppo crudelmente netta della sua miseria. La sbandata comunista e utopista della cultura europea dal dopoguerra in poi nasce, a mio avviso, dalla connivenza con un delitto che il sentimento ha dichiarato inammissibile, ma che la ragion di Stato - cui abbiamo detto il nostro «sì» - non ha potuto allontanare da sé. Così ci si butta nell’utopia, nel sogno di giustizie future, che ha contaminato - in varia misura - un po’ tutti: dai movimenti culturali e musicali degli anni Sessanta al Sessantotto a molti ambienti della Chiesa cattolica. Non a caso, l’aspetto della cultura americana che ha conquistato meglio - proprio per la sua fondamentale inoffensività - la nostra è stato quello della ribellione, e che porta impressi i nomi di Martin Luther King, Malcolm X, Angela Davis, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Mohammed Alì. Un’America utopista, sognatrice e violenta che divenne immediatamente un mito per i giovani europei. E, qui, un nuovo sospetto ci tocca: che l’antiamericanismo più recente non nasca proprio da quella lontana America? Che non sia anch’esso, con tutti i suoi anatemi, un prodotto americano?