Come mai generazioni educate da Vittorini e Lee Masters, o anche da Presley e Dylan finirono per riproporre lo stesso antiamericanismo delle culture totalitarie
di Giampiero Mughini
Anno IV Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
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Per decenni a ogni studente americano toccava un tema classico: «Ciò che l’America significa per me». Era caduto in disuso in anni recenti, fino a quella cristallina mattinata di settembre, quando il sogno americano è stato profanato da tutta l’infamia di cui l’animo umano è capace. Oggi What America means to me è persino un sito Internet, gestito da nuovi immigrati solidali con la patria d’adozione. Credevo di appartenere al mondo intero, forte di una doppia cittadinanza, equanime nell’apprezzamento delle culture più diverse. Invece l’11 settembre, 2001, tutte le priorità sono state riordinate, incluse le mie. Freud scrive che un cristallo mostra la sua struttura solo quando è rotto. Ecco alcune schegge di un cuore spezzato.
Ti senti più americana o più italiana? Mi chiedono gli amici. Parlo e scrivo in italiano, mai mi si prende per straniera. «In che lingua pensi? In che lingua sogni?» insistono. «Non lo so in tutte e due, dipende, non m’accorgo più» rispondo. Poi un amico mi ha chiesto: «Se ti sveglio all’improvviso e ti chiedo di che Paese sei?». A quel punto era tutto chiaro. Oggi la domanda non è più oziosa, un’ipotesi, una metafora. Quel giorno di settembre ho avuto davvero un mostruoso risveglio repentino, e ho scoperto fino in fondo chi sono, e da che parte sto. A tredici anni mi sono innamorata perdutamente dell’Italia, della sua lingua, della sua gente; eppure durante i decenni che ho vissuto in questo Paese sono rimasta indissolubilmente legata alla cultura americana: giornali, riviste, libri, musica, film; la mia preferenza va verso quelli in inglese, pur frequentando quasi esclusivamente italiani. Leggo molto in italiano, ma è meno essenziale: troppa bella prosa, poca ciccia, forse. Altri americani da lungo tempo qui leggono quasi solo in italiano: perfino quando parlano inglese, traducono letteralmente dalla lingua acquisita, con risultati quasi maccheronici. Fino al grande sconvolgimento mediatico-giudiziario dei primi anni Novanta, neanche la politica italiana mi appassionava. Era qualcosa di grigio e opaco, ai miei occhi: ministri in doppiopetto interscambiabili che tagliavano nastri, consegnavano premi o visitavano mostre. La politica americana, invece, aveva protagonisti distinti: Truman, Eisenhower, Stevenson, Nixon: tutti riconoscibili e diversi tra loro. Mia madre, dalla California, mi ha svegliato nel pieno di una notte romana per festeggiare con me l’elezione di John Kennedy alla Casa Bianca. Seguivo dall’Italia la nascita del Free Speech Movement a Berkeley, e quello per i diritti civili, il primo capeggiato da quello spilungone riccioluto dal cognome italiano: Mario Savio, il secondo da Martin Luther King. L’onda crescente della contestazione aveva la colonna sonora dei Beatles, di Bob Dylan, di Elvis; in Italia c’erano Domenico Modugno, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli. Apprezzavo anche loro, ma non mi rivoltavano come un guanto. Amavo il Bel Paese benedetto, dove gli angoli della vita erano smussati; tutto era soave, coccolante, ma non potevo ignorare che i dirimpettai di mio nonno in Puglia dovevano ancora caricarsi enormi giare di acque nere giù per le scale ogni giorno, perché privi di servizi igienici in casa. Negli anni Sessanta. C’erano, sì, un cinema di grande ingegno, città d’arte, e bravi guaglioni che hanno trasformato un’adolescente complessata per il suo metro e 75 in ragazza serena gridando convinti: «L’altezza è mezza bellezza!». Ma era l’America il faro che illuminava, stimolava idee, riflessioni, ambizioni, nonostante il mio snobismo acquisito verso «l’ineleganza» di studenti e turisti americani. I marines dell’ambasciata, smessa la divisa, sfoggiavano giacche lunghissime e goffi scarponi con suole-paraurti e capelli a spazzola. I ragazzi della Notre Dame e della Overseas School portavano capelli a culo d’anatra (sic: duck’s ass): lunghe onde laterali unite a punta sulla nuca che sfidavano la gravità grazie alla brillantina. E quelle braghe larghe che facevano la piega sulle scarpe? Aiuto. Mio padre, a sua volta, sfotteva i ragazzi italiani perché con le loro giacchettielle corte, spacchi ascellari, camicie attillate con colletti alti quattro centimetri e scarpine da ballerino di liscio, sembravano Porky Pig, il maialino dei fumetti. Dopo tanti anni d’America, il mio papà pugliese vestiva come un James Cagney d’annata, ma preferiva un americano rassicurante e sciamannato a quei vanesi damerini italiani. Io no. Mi piaceva la morbida e smemorante vita italiana, ma ero irrequieta. Mentre nelle strade e nei campus Usa crescevano i movimenti e con avidità seguivo ogni sviluppo della vita politica e culturale oltreoceano, il mio amico fraterno Enzo s’affannava per inserirsi nel mondo del lavoro a Roma. Si era diplomato alla Scuola Interpreti, al Conservatorio di Santa Cecilia in pianoforte, e aveva anche la laurea in Scienze politiche. Io potevo concedermi il lusso di fare la free-lance nel cinema, ma Enzo doveva trovare un lavoro serio e fisso. Suo padre, giovane e aitante, era morto da poco tra sofferenze indicibili, senza poter mettere ordine nei suoi affari, con conseguenze economiche disastrose. La mamma di Enzo, per me una seconda madre, è diventata una Cenerentola all’incontrario. Fino a quel momento una signora agiata, ha ripreso giocoforza e senza fiatare il mestiere giovanile di sarta per mantenere la famiglia, tra cui una figlia ancora studentessa. La superpreparazione di Enzo - due diplomi, quattro lingue e una laurea, tutti con ottimi voti - gli valsero una lunga, umiliante e faticosa ricerca di un posto; finalmente è approdato a un lavoro in banca. Osservavo sbigottita uno splendore di ragazzo sveglio, garbato e colto, costretto a elemosinare raccomandazioni e spintarelle, consapevole che in America le migliori aziende avrebbero fatto a gara per accaparrarselo prima ancora che avesse finito gli studi. Contemporaneamente conoscevo persone pensionate a trentacinque anni. Non avevo gli strumenti allora per capire il legame-capestro tra il posto inamovibile, le baby- pensioni e l’impiego difficile. Sapevo, però, che tutto questo m’inorridiva. L’Italia era una terra squisita, fascinosa e immobile, dove per qualsiasi iniziativa era essenziale avere santi in paradiso. Se avevi un’idea un po’ originale, subito eri criticata, scoraggiata: ma chi ti credi d’essere, non ci riuscirai mai, ma chi te lo fa fare, e pensa alla brutta figura quando (non se) fallisci! Meglio adeguarsi, non emergere, non rischiare. Vedevo scorrere la mia vita tra lavori saltuari e senza sbocco e corteggiatori con la spider: una vita inconcludente, superficiale. Le ragazze italiane, allora, pensavano che andasse bene così, tanto prima o tardi ci si «sistemava», no? Sistemarsi: parola buona per un soprammobile. Margie, la mia amica del cuore alla Marymount, si era sposata con un italiano e viveva a Roma. Il marito era un ragazzo benestante, ferale e autoritario. Pretendeva di controllare ogni attimo della vita di Margie. Non voleva che lavorasse e neanche che si allontanasse da casa senza il suo permesso. Le nascondeva le chiavi della macchina e buttava i suoi bikini nella spazzatura, per impedirle di andare al mare senza di lui, anche con me. C’era di peggio, e alla fine Margie è fuggita nottetempo a New York, con la complicità dei suoi genitori allibiti. Nell’Italia degli anni Sessanta c’era ancora la patria potestà. Se il marito di Margie avesse intercettato la sua fuga, avrebbe potuto farla arrestare. Ne avevo avuto abbastanza. Negli States c’erano misteri da indagare, c’era fermento, succedevano cose, anche terribili, come l’assassinio di Kennedy, i ghetti in fiamme. Ho messo da parte il mio antiamericanismo modaiolo, e come la nonna russa-ebrea e mio padre nei primi anni del Novecento, ma col passaporto Usa già in pugno, ho fatto le valigie per quella terra ruvida e scintillante di promesse, d’opportunità, di contraddizioni, e mi sono rifugiata all’ombra della Signora Libertà. Due anni dopo è scoppiato il Sessantotto. Un perfetto Nessuno, là ho trovato spazio e entusiasmo per le mie idee, sostegno convinto per i progetti più ambiziosi, senza protettori né lo straccio d’una raccomandazione. Al mio rientro in Italia alla fine degli anni Settanta, ero una persona diversa, più forte, in grado di farmi largo anche nell’ammaliante, stitica Europa. Secondo un certo pensiero, sono un’amerikana. Scorgo una bandiera a stelle e strisce, e mi viene un tuffo al cuore. La trovo la più bella bandiera mai esistita. C’è di peggio. Mi commuovo ogni volta con la stessa irrefrenabile forza alle prime note dell’inno americano, i cui versi proprio della bandiera parlano: «O dimmi se scorgi ancora/ alla fioca luce dell’alba/ ciò che salutammo con immenso orgoglio/ agli ultimi bagliori del crepuscolo…». L’ultima strofa termina così: «O dimmi se quello stendardo stellato svetta ancora/sulla terra dei liberi, e la patria degli impavidi». Arrivo alla fine dell’inno muovendo solo le labbra, ché per l’emozione rischio di steccare. Detesto commuovermi in pubblico, ma il sentimento stesso mi è prezioso. È scomodo oggi, amare l’America. Dopo l’agghiacciante Evento c’è stato un periodo di solidarietà internazionale, durato un soffio. Forse solo il tempo perché un manipolo d’eroi cadesse dalle nuvole. Erano lavoratori normalissimi, eroi loro malgrado, che da soli o tenendosi per mano si sono lanciati dagli ultimi piani di un immenso grattacielo in fiamme. Per quegli istanti interminabili di volo sembravano dei foulard, prima di schiantarsi a terra. Insieme con loro è morta la poesia del mondo, sbocciato dopo la caduta del Muro di Berlino. Ora è di moda schernire, criticare, accusare gli Stati Uniti d’ogni rozzezza, grettezza, prevaricazione. Chiunque si sente autorizzato a emettere sentenze sbrigative, frutto d’analisi distorte e strumentali, rimasticature d’un marxismo immaginario, secondo la geniale intuizione di Vittoria Ronchey. Uno strabismo ideologico impedisce di scorgere, insieme agli errori, le magnificenze e i meriti degli Stati Uniti. Io non resisto: appena sento che «l’America se l’è cercata», il massacro degli innocenti, divento una belva patriottica. Si può negare che sovente i giudizi più tranchant arrivino da politologi improvvisati che appena possono corrono a New York, o a «Lasseingelees», fieri di pavoneggiarsi in un profluvio di name-dropping: «Ho fatto shopping da Bloomingdale’s, da Saks, a Soho, a Rodeo Drive, a Malibù»? Criticare gli americani per il loro consumismo o per altro è certamente lecito, ma da quale pulpito. Voglio aprire una parentesi sull’antiamericanismo italiano che sembrerà paradossale. Non ci credo, punto. Non ho mai sentito intorno a me odio o risentimento autentico per la mia patria, anzi. In tutti gli anni della mia permanenza in Italia, essere americana è stato sempre e solo un vantaggio, la mia dote. I ragazzi mi corteggiavano più volentieri perché era un po’ come corteggiare l’America dei loro sogni. In un Paese conformista come l’Italia, le mie bizzarrie erano tollerate come buffe anomalie d’una specie simpaticamente diversa, più libera. «Sai, è americana…». Nel mese successivo a quel giorno nefasto, più di un miliardo di dollari è confluito alle fondazioni benefiche americane. Consulenti del settore, disoccupati da tempo, sono stati richiamati d’urgenza a lavorare giorno e notte per decidere in fretta come meglio spendere la manna improvvisa. È uno solo dei tanti miracoli di solidarietà avvenuti dopo gli attacchi terroristici, prova del pragmatismo e della magnanimità della mia gente. L’America può, deve e vuole migliorare. Migliorarsi è la sola vera religione americana. Il tema ricorre in tanti inni patriottici, tra cui questa strofa di America the Beautiful: «O splendida per i suoi eroi che dimostrarono/nel liberarci dal conflitto/d’amare la patria più di se stessi/e la misericordia più della vita/America! America! Dio il tuo oro purifichi/affinché ogni successo diventi nobiltà/e ciascun grano divino». Tutti nascono col peccato originale, anche le nazioni; se nel mondo una sola super-potenza deve esserci, c’è un candidato migliore?
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