L’antiamericanismo è stato arato a dovere, le librerie sono piene di saggi sull’argomento in tutte le lingue. Resta forse un lotto ancora erboso da dissodare: quello dell’antiamericanismo travestito da filo-americanismo complessato. O forse il contrario: si tratta di quel filoamericanismo dell’anima, figlio di emozioni antiche vissute attraverso cinema e letteratura, che per decenni però è uscito traumatizzato dagli imperativi ideologi: si poteva amare segretamente John Wayne, ma si doveva andare a urlare «Nixon boia». Nel passato più recente, era d’obbligo manifestare contro l’esecuzione di un certo O’ Dell che aveva la curiosa abitudine di assalire le commesse dei grandi magazzini per violentarle e squartarle in macchina, ma si poteva e doveva indossare soltanto camice col bottoncino sul colletto comperate a Madison Avenue. Siamo dunque nell’area di una grande divisione mentale collettiva, di una schizofrenia culturale e politica. Di fatto, si può dire che tutti coloro che dicono di odiare l’America hanno delle riserve segrete di profondo amore e identificazione, che sono a loro volta all’origine di una pari dose di rifiuto. Il risultato finale è una sorta di fondamentalismo a corrente alternata, anti e pro americano (che nasce e si consolida forse con un viaggio di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti con la sua aria da professore universitario, così lontana dal cliché del «comunista» da film di spionaggio) che si è evoluto, è diventato maggiorenne ed è anche invecchiato formando nuovi cliché. In Parlamento, per esempio, nessuno neanche dall’estrema sinistra commette più l’errore naïf e volgare di attaccare l’America in quanto tale, come farebbero e anzi come fanno oggi i due terzi dei musulmani e non c’è attacco forsennato verso gli Stati Uniti che non parta da un tributo elogiativo non tanto dell’America, ma del passato di chi parla, che non riesce a rinnegare tutto il cinema della sua vita, e i fumetti e la letteratura. Quello che ieri era il pensiero medio antiamericano si è trasformato in un sentimento di fondo paternalista, l’odio è stato riciclato in un paternalismo antiamericano in cui si finge che l’europeo di sinistra sia l’adulto e l’americano, specie se di destra, sia un povero, caro, piccolo demente da educare e sorvegliare. Di qui la litania: poveri americani, così rozzi e così incapaci di capire, così incapaci di mangiare e di bere, così depravati nel vestire, così malati della loro arroganza che li porta alla violenza, così lobotomizzati dalla storia e dall’Europa, così istintivi: poveri americani, hanno bisogno di aiuto e consiglio, hanno bisogno di freno, hanno bisogno di essere rigovernati. E insomma, perché diavolo non capiscono che noi siamo eticamente superiori?
La caduta dell’Unione Sovietica, ma più ancora il suo collasso nella miseria e nel fallimento morale, hanno disarmato l’antiamericanismo da battaglia. Ma la formazione degli stati profondi di filoamericanismo individuale è antica: sono quasi sessant’anni che l’America forma l’anima, la lingua, le mode, i gusti, dei suoi stessi nemici, ben lieti di consumarne il latte, anzi il milkshake. Tutto cominciò, credo, con Selezione dal Reader’s Digest negli anni Cinquanta e Sessanta. E proseguì con Topolino, Paperino, Eta Beta e la Banda Bassotti. A quell’epoca i fumetti di Disney non si fabbricavano a Cologno Monzese, o a Gallarate, ma proprio in America. Fu allora, con gli autentici cartoon americani, e specialmente con Disney, che le giovani generazioni che sarebbero diventate d’estrema sinistra impararono una lingua monosillabica comune, dicendo Slam quando una porta sbatte, Cought se uno tosse (pronunciato così come si scrive), e Sigh e Sob e Gulp e tutto il resto. Una generazione americanizzata fino alle midolla non poté fare altro, poi, ai tempi di Di Pietro che inventare «Tangentopoli» a imitazione di «Paperopoli» nome del complesso mondo di Donald Duck, che in tutto il mondo si chiama Donald e che soltanto in Italia si chiama Paperino perché così decise il fascismo, padre ideologico dell’antiamericanismo autentico e anche di quello comunista, un antiamericanismo che ancora oggi funziona come punto d’incontro fra il giovane D’Alema e le ex giovani camicie nere missine del tempo che fu, tutti uniti nella stessa lotta contro l’imperialismo americano (salute al duce, Cuba libera) che oggi provoca l’ingestione di micidiali madeleinettes post-proustiane, in compagnia di Donna Assunta Almirante. Il fascismo decise anche i nomi di Qui Quo Qua, i tre paperi di contorno in casa Donald Duck, e non per caso Giuliano Amato, che è un filoamericano corretto con precauzioni antiamericane, quando volle immaginare un partito nuovo e diverso, un partito del futuro, lo volle chiamare «Eta Beta» dal nome della singolare creatura piovuta dal futuro in casa di Mickey Mouse che soltanto nell’Italia fascio-comunista e cattolico-demenziale (storpiature dolciastre dei nomi a uso di infanti la cui licenza di crescita resta nelle mani della parrocchia, del fascio, della sezione del Pci).
Tutto il cinema americano costituiva la diretta parentela di coloro che dovevano poi costringersi all’antiamericanismo ideologico sì, ma con una geniale valvola di compensazione. Quale? Quella dell’«Altra America». L’«Altra» America è un prodotto di genialità tutta e solo italiana. Qui è stato inventato tutto l’«altrismo»: l’altra magistratura, l’altro Stato, l’altra Sicilia, l’altra medicina, l’altra letteratura e tutto il resto. L’«altrismo», inteso come sviluppo post-gramsciano dell’egemonismo leninista, consiste nella creazione di alias molto prima che i computer ricorressero a questa figura. L’alias è una copia virtuale e priva di consistenza di un originale che, al contrario, è pesante, corruttibile e discutibile. Fu così che nacque l’Altra America. Quando si pronuncia il Sacro Nome dell’Alias, l’Altra America, si deve avere l’accortezza e la cortesia tipicamente veltroniana di mormorare, o borbottare una litania in cui si distinguano i nomi dei Kennedy (evitando sia quello di Marilyn Monroe che del mafioso Giancana), Martin Luther King, Woody Allen, i Brooks Brothers (abbigliamento maschile con i famosi bottoncini di cui sopra) e già che ci siamo Bill e Hillary con un sorriso da gente di mondo per la povera Monica. Intendiamoci: l’Altra America era già cominciata negli anni Quaranta, subito dopo la guerra, con le edizioni italiane del Canguro vendute a lire 50 a libro, che sfornavano racconti americani sul razzismo, il linciaggio dei neri, la disoccupazione, la crisi del 1929, la stupidità del capitalismo e della sua maggiore patria. L’Altra America, che raggiunse i suoi vertici più alti e i suoi vortici più depravati nella fastosa reception mattutina al cinema Mignon di Roma dove vennero invitati alcuni Kennedy sparsi per sostenere Veltroni che si voleva spacciare per uno della famiglia, mise profonde radici in una emotività e in una memoria media che già aveva deciso per suo conto di essere filoamericana anche e specialmente quando doveva recitare la parte dell’antiamericanismo arrabbiato. Anzi, si può dire che proprio la quota eccessiva di rabbia, contenuta nell’antiamericanismo italiano (ma anche francese e spagnolo) sia una funzione della penetrazione e dell’identificazione americana a cominciare dalla fine della guerra. Anche le generazioni nate fra il 1955 e il 1970, che sono quelle portatrici dei sentimenti e risentimenti profondi dell’antiamericanismo filoamericano, discendono da alcuni elementi emotivi fattuali, oggettivi, materiali ma non materialistici che si materializzarono con il materializzarsi dell’America con l’invasione, l’occupazione e la successiva amicizia un po’ stritolante.
Fra quei fattori oggettivi, fatti proprio di oggetti, metterei: le saponette rosa dure come il cemento che le truppe americane usavano e regalavano, saponette che sarebbero restate a rotolare nei cassetti italiani per almeno un decennio prima di poter essere consumate. Le caramelle Life Savers, col buco, che prima di essere prodotte dalla Motta erano le salvavita dei soldati perché contenevano antibiotici, disinfettanti intestinali e potenti vitamine. Il dentifricio Colgate che una inutile campagna pubblicitaria cercò di farci pronunciare Colghéit. Il burro di arachidi (pazzescamente squisito), la gomma da masticare detta da noi Ciringomma (Chewing gum) che la propaganda fascista dichiarava essere fatta con ossa di morto, la Coca ovviamente, di cui subito si disse che scioglieva una dentiera in una notte, il Ddt, l’infernale insetticida cancerogeno (ne abbiamo respirato ettolitri, e ci piaceva anche molto) che fece sparire la malaria dalla Sardegna e altri posti, abbassando verticalmente la mortalità delle campagne malsane, le vitamine, la penicillina, l’igiene personale di massa, il rispetto inflessibile ma civile delle regole di convivenza, la profilassi, l’organizzazione, il piacere infantile ma liberatorio per l’allegria diffusa, la libertà sessuale, la parità della donna americana che arrivò vestita da sergente, da tenente, da capitano, da colonnello; e cinema, cinema, cinema a profusione: di propaganda e di qualità, d’amore e d’avventura, polpettoni e raffinatezze. Insomma l’America portò in un Paese depresso, mafioso, distrutto, color antrace fango e fame, un Paese coi pidocchi e col paraocchi, un Paese di federali curati e marescialli, un Paese con la panza, facinoroso ma non coraggioso, impomatato ma non lavato, declamatorio, artefatto, intollerante, classista, razzista, melenso, ipocrita, ignorante, portò - dicevamo - il gusto del pulito e del normale, della doccia due volte al giorno, del deodorante, della depilazione sotto le ascelle per tutte le donne, un certo rispetto di base, una rudezza franca ed egualitaria, una fraternità rispettabile e generosa.
Quando arrivarono gli americani a Roma io avevo quasi quattro anni e ricordo perfettamente quel che successe: i carri armati Shermann erano parcheggiati in file ordinate su via Arenula accanto al Ghetto che era stato devastato e insanguinato dalla razzia nazista del 16 ottobre 1943, e un soldato nero con gli occhi rossi di insonnia e di polvere con le Lucky Strike nella retina dell’elmetto si sporse dal suo carro sudato di fango e mi offrì dall’alto un cake, un dolce in una plastica. Mia madre me lo buttò dalla finestra appena arrivati a casa perché la propaganda fascista aveva diffuso la voce secondo cui gli americani erano venuti per uccidere i bambini avvilendoli o facendoli saltare in aria con giocattoli esplosivi. L’antiamericanismo fascista aveva avuto buon gioco nel diffondere l’idea che l’America non fosse una nazione, come sosteneva Mussolini, ma una «popolazione», per di più mezza negra. L’antiamericanismo fascista era sprezzante e simpatizzante: gli Stati Uniti producevano film di «cappelloni» (cow boys), produceva americanate, ma gli americani non erano secondo il duce adatti alla guerra: la loro apparizione hemingweyana durante la Grande guerra era stato un episodio romantico subito oscurato dall’egualitarismo del presidente Wilson che a Versailles aveva tarpato le ali alla «Vittoria mutilata» degli italiani, spingendo il vate D’Annunzio a Fiume a fare casino. E dunque dagli americani c’era da aspettarsi soltanto stupri e spacconate. Come andarono le cose in guerra lo videro tutti. Ma di più si vide come andarono le cose in pace: la penetrazione culturale, linguistica, immaginaria, favolistica, fu subito enorme: il Pci fu costretto a far vietare ai figli del partito la lettura di Disney e di tutti i prodotti culturali americani, sprezzantemente indicati come spazzatura antieuropea e dovette varare un suo fallimentare settimanale, Il Pioniere, in cui pomodori e zucche antropomorfi creati da Gianni Rodari in rime e metrica non irreprensibili (quelle del Corriere dei Piccoli furono invece sempre formalmente perfette e ferocemente didattiche) illustravano l’eterno conflitto di classe. L’americano schifoso e capitalista si chiamava Pomodorone e la sua banalità era direttamente proporzionale alle copie vendute.
L’Italia di sinistra, l’Italia di destra e quella democristiana non potevano più combattere ad armi pari con una eruzione di invenzioni, di show ma più che altro di presenza morale, quella caratteristica americana così difficile da digerire in Europa che consiste nella divisione netta fra bene e male, giusto e ingiusto, meritevole di punizione o di assoluzione, così come i famosi telefilm della serie Perry Mason mostravano in abbondanza (e qualcuno a sinistra cominciò a pensare al «giusto processo» proprio sulla base dei libri di Gardner). Insomma, malgrado il massiccio bombardamento mediatico organizzato dai sovietici, che usavano giornali come Paese Sera per avanzare l’ipotesi (che alla fine ha vinto sul piano dell’immaginario ed è diventata il film di Oliver Stone) secondo cui John Fitzgerald Kennedy fu ucciso dalla Cia, per poi far passare la stessa tesi nel caso Moro (e ne è conseguito questo brutto film Piazza delle Cinque Lune), l’immagine dell’America grandiosa e generosa, ma anche giustamente terribile se provocata, vinceva anche a sinistra, ma in modo inconfessato, fra mille contorcimenti. I giornali di sinistra, dovendo recensire un film americano si sono sempre sforzati di mostrare come quel film, se fosse da elogiare dovesse quindi contenere in sé un suo elemento di antiamericanismo. Il che accadeva e accade spesso perché gli americani criticano e mettono in discussione se stessi come noi non ci sogniamo di fare mai: potreste mai immaginare una produzione di film spettacolari in cui si vede il capo del Sismi o il comandante dei Carabinieri preparare un colpo di mano? Così l’Altra America, quella che non esiste se non nella finzione psicologico-ideologica della gente di sinistra, alla fine ha fatto strada: Clinton era vissuto non come un presidente americano, ma come un presidente dell’Altra America. E se Clinton bombardava Belgrado, quelle erano bombe di sinistra, erano Altre Bombe. Ma se Bush bombarda Baghdad, è un porco, perché non rappresenta l’Altra America. Oggi la questione si avvia all’epilogo, quale che sia. L’America è consapevole di essere diventata suo malgrado la monopotenza imperiale e chiede non già alla propria anti-materia che non esiste, ma all’Europa che esiste di battere un colpo e di non essere invece un’Altra Europa. Ma questa è una storia ancora da scrivere.