Oggi, dopo la scossa della guerra all’Iraq, l’Europa appare lacerata e incerta; i governi dei suoi Stati si guardano con una certa diffidenza; l’opinione pubblica è, nonostante le sirene del pacifismo, divisa, perplessa e preoccupata; sulle questioni del terrorismo internazionale e dell’ordine mondiale una maggioranza silenziosa di cittadini europei si sente, a dispetto dei sondaggi, con Bush e non con Chirac, e tuttavia vorrebbe che tra Europa e Stati Uniti ci fosse armonia d’intenti e d’azione. Ma cosa dicono di tutto ciò gli intellettuali? Numerose sono state le prese di posizione prima e durante la guerra. Dopo, il silenzio o quasi. E oggi sono tornati a farsi sentire, con una serie di articoli la cui sincronicità organizzativa ricorda quella delle manifestazioni di protesta degli anni Settanta. E anche i toni riecheggiano gli yankee go home di quel periodo. In concomitanza con le ultime battute della Convenzione e con la ripresa delle relazioni fra gli Usa e l’asse franco-tedesco in occasione del giubileo di San Pietroburgo e del G8 di Evian, una batteria di nomi prestigiosi è stata schierata il 31 maggio scorso su alcuni dei principali quotidiani europei: Jürgen Habermas e Jacques Derrida (firmano insieme il pezzo) sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung; Richard Rorty sulla Süddeutsche Zeitung; Fernando Savater su El País, Adolf Muschg sulla Neue Zürcher Zeitung, Umberto Eco su La Repubblica, Gianni Vattimo su La Stampa. Con stili e toni diversi, hanno un punto fondamentale in comune: sostengono tutti la necessità che l’Ue sia un contrappeso e non un semplice alleato degli Usa, e che respinga la politica di Bush. Ora, se è vero che questa idea trova un fondamento politico concreto nella posizione di Francia e Germania, è vero pure che è molto lontana dalla realtà complessiva delle attuali relazioni euro-americane (il G8 di Evian ne è l’esempio più recente), che stanno andando in tutt’altra direzione. Un po’ astratti ma pur sempre influenti, i loro ragionamenti vanno dunque analizzati, come sintomo di una radicale opposizione alla «dottrina Bush». Ciò che colpisce è, anzitutto, l’alterigia con cui questi filosofi vogliono imporre la loro concezione dell’Europa; poi l’ingenuità con cui affrontano questioni politiche strategiche come se fossero dispute sul ruolo dell’immaginazione nella prima edizione della Critica della ragion pura, su cui avrebbero invece competenza assoluta; e infine la supponenza, che gli fa credere che la loro concezione sia condivisa da quasi tutti gli europei.
Rispetto a solo dieci anni fa, i modi del pensiero e le mode della società hanno subìto trasformazioni radicali, ma non avrei mai pensato che due filosofi così distanti per formazione e per visione del mondo come Habermas e Derrida potessero trovarsi tanto uniti nell’ideologia pacifista e nella critica agli Usa, da scrivere insieme un articolo sul più importante e moderato quotidiano tedesco, la Faz, ripreso in contemporanea sul parigino Libération, il cui titolo è: «La rinascita dell’Euro-pa». Secondo Haber-mas/Derrida ci sono due date cruciali. Il 31 gennaio 2003, ovvero la lettera con cui otto Stati europei dichiararono pieno appoggio all’intervento angloamericano in Iraq e, più in generale, alla politica estera dell’amministrazione Bush. In essa i due filosofi ritrovano tutto ciò che non gli piace dell’Europa attuale: una manifestazione di servilismo nei confronti degli Usa; un attacco all’unità di intenti dell’Ue; una prova che la mancanza di cultura (di quegli otto governi, naturalmente) lacera la coscienza europea. E poi il 15 febbraio 2003, giornata mondiale di mobilitazione contro la guerra, con le capitali europee invase dal popolo pacifista che esprimeva, invece, tutto quello che dell’Europa i due amano: la diffidenza generica verso gli Usa e l’ostilità precisa verso Bush; la potenza ideologica dell’asse franco-tedesco come motore dell’Ue; la forza di quella volontà popolare che esprime l’unica e vera matrice culturale europea; la comparsa di un movimento pacifista che riunisca le frammentate istanze della sinistra europea, fiaccate da anni di neoliberismo. La «simultaneità» di queste «imponenti» manifestazioni entrerà a loro avviso «nei libri di storia come il segnale della nascita di un’opinione pubblica europea» (come se prima di allora gli europei non avessero mai manifestato, nella sfera pubblica, la loro europeità). Francia e Germania vengono definiti «il nucleo avanguardistico dell’Europa», che ci ha impedito di sclerotizzarci in una «piccola Europa». Questo nucleo è oggi, e dovrà essere in futuro, la locomotiva di quella «grande Europa» che potrà contrastare la volontà di dominio di Bush. Dopo questa dimostrazione di forza, l’Europa deve «gettare tutto il suo peso» per «controbilanciare l’unilateralismo egemonistico degli Usa», per delineare «una futura politica interna mondiale» e costruire un ordine multipolare, «un ordine cosmopolitico basato sul diritto internazionale». Nessuno, credo, rifiuta l’idea di un’Ue forte e autorevole rispetto agli Usa: il problema non è che l’Europa diventi politicamente forte tanto da costituire un contrappeso agli Usa, ma è come e con quali scopi deve diventarlo.
Sul piano dei valori, Habermas/Derrida si richiamano al solidarismo del «movimento operaio e delle tradizioni cristiano-sociali», a un «ethos della lotta per “più giustizia sociale” contro un ethos individualistico che produce spudorate disuguaglianze sociali». Proprio l’esperienza del colonialismo sarebbe l’anticorpo che l’Europa ha sviluppato per agire in modo solidale e antiegemonico (cioè: antiamericano), perché gli Stati europei possono oggi «assumere una distanza riflessiva rispetto a se stessi». E dall’esperienza di questa distanza può ora nascere «l’abbandono dell’eurocentrismo» e la realizzazione della «speranza kantiana in una politica interna mondiale». Niente affatto: io credo invece che l’abbandono dell’eurocentrismo sia incompatibile con il progetto di una grande Europa, e che il cosmopolitismo radicale di Habermas e Derrida porterà l’Europa, intesa come unità di alcune precise tradizioni per molti aspetti identiche a quelle americane, dritta all’estinzione. Vattimo s’indigna sentendo Rumsfeld dire «che c’è una vecchia Europa degna di essere messa fuori gioco perché incapace di stare al passo con i tempi, e che la nuova Europa sono invece i Paesi disposti a partecipare alla coalizione dei “volonterosi” collaboranti con gli Usa». S’indigna perché «quel che Rumsfeld e Bush chiamano Europa si identifica con valori che non sentiamo nostri» (ma a nome di chi sta parlando?), e pertanto quella definizione di Europa gli evoca, «per contrasto, la consapevolezza di cosa l’Europa “davvero” è» (finalmente qualcuno che ce lo insegna). E poi, «l’invasione angloamericana dell’Iraq» è uno scandalo etico-politico analogo a quello della Germania nazista. Vattimo non lo dice esplicitamente, ma attribuendo a Bush l’idea che «Dio è con noi», fa non solo un riferimento veritiero alla componente religiosa dei neocons americani, ma anche, subliminalmente, un paragone fra Bush e Hitler, citando il nazista Gott mit uns. Per niente velato è stato invece, il 12 giugno, Harold Pinter, che dal National Theatre londinese ha pubblicamente accusato Usa e Inghilterra di perseguire un dominio mondiale simile a quello nazista: «Gli Usa hanno oltrepassato il limite della ragione. C’è un solo paragone: la Germania nazista». Bush è il nuovo Hitler, e Blair è solo «un idiota illuso» e «un pluriomicida». Alla faccia della fine delle ideologie! Infine, Vattimo ci ricorda che «nel Dna dell’Europa c’è un gene di “socialismo” che gli Usa ignorano completamente» e che, «nonostante ogni disavventura del socialismo reale, l’Europa conserva nelle sue basi culturali» (ma come si fa a minimizzare gli orrori del socialismo realizzato riducendoli a semplici disavventure? E allora, paradosso per paradosso, perché non menzionare esplicitamente nella Costituzione europea le radici socialiste dell’Europa, anziché quelle cristiane?). Poiché Europa e America sono profondamente diverse sul piano culturale, incarnando «una diversa visione dell’esistenza, una diversa concezione di che cos’è una “buona vita”, un diverso progetto esistenziale», dobbiamo far valere la nostra diversità affermando il nostro «essere europei», differenziandoci «anche e soprattutto dallo spirito oggi prevalente nella società americana».
Rorty è ancor più aggressivo, ma se lo può permettere perché è americano. Trova «inquietante» che gli Stati europei ricadano nelle antiche divisioni, proprio ora che dovrebbero essere uniti contro l’America di Bush, la cui strategia segue appunto l’antico divide et impera. Che fare dunque? Anzitutto estendere a tutta l’Ue la posizione franco-tedesca, di quel «nucleo europeo» che è l’avanguardia dell’Europa (sì, l’avanguardia di un’Europa incolta e incosciente, come il partito comunista era l’avanguardia del proletariato privo di coscienza di classe). Infatti, proprio perché Bush è nemico dell’Europa, «l’ultima cosa che Washington vuole è un’Europa la cui capacità di unirsi e di autodifendersi comprometta l’egemonia americana», e per evitare ciò «tenterà ogni trucco». In secondo luogo, valorizzare e amplificare le manifestazioni del 15 febbraio, per mettere con le spalle al muro «i capi di governo europei»: o accettano il giogo di Bush o se ne liberano definitivamente. E qui il tono diventa accorato: «per gli americani sarebbe una tragedia, se i capi di Stato europei si armonizzassero con l’unilateralismo americano», che vuole trascinarli in «un’avventura militare» senza fine (pacifismo a piene mani, ma nessuna analisi della più ampia strategia per il Medio Oriente e l’Asia centrale, e neppure della più circoscritta road map israelo-palestinese). Ma «verrà il giorno» in cui le abominevoli tesi di Bush saranno condannate. Per il momento però quelle tesi fanno scuola: infatti anche «i futuri candidati» democratici dovranno usare gli stessi toni e contenuti. Qui Rorty cade in una contraddizione: prima sostiene che l’opinione pubblica americana è contro Bush, e poi dice che anche i democratici dovranno usare il suo linguaggio, perché ha fatto breccia nelle viscere degli americani. Consiglierei a Rorty di mettersi d’accordo con se stesso. Agli europei grida: non lasciate che Bush imponga la sua «pax americana», reagite sulla scia della vostra tradizione, proseguite sulla strada della protesta pacifista, perché così potrete «salvare il mondo». Voi siete «nella posizione migliore, per esercitare questa pressione» contro Bush. La vostra sollevazione sarebbe «una nuova autodeterminazione idealistica» che «provocherebbe un’eco nel mondo intero», per uscire finalmente «dal vicolo cieco in cui oggi siamo finiti». La vostra sarebbe una «reazione al pericolo che l’attuale direzione della politica estera americana rappresenta per il mondo». Negli Usa, dice Rorty, i sostenitori di Bush respingeranno questa vostra posizione «come l’ennesimo esempio di quell’antiamericanismo pieno di invidia e di risentimento che riaffiora periodicamente negli intellettuali europei». Ma non lasciatevi intimidire, perché «l’arroganza unilateralistica del governo Bush rappresenta una disgrazia storicamente del tutto contingente, che non è espressione di qualcosa di profondamente e incancellabilmente radicato nella cultura e nella società americana». Gli oppositori di Bush negli Usa «hanno bisogno di tutto l’aiuto che possono ricevere, per convincere i loro concittadini che Bush ha portato il loro Paese su una strada sbagliata». Forse Rorty sta chiamando a raccolta il soccorso rosso contro l’imperialismo americano? Oppure pensa che Bush abbia sospeso i diritti civili e che gli Usa, come la Birmania, abbiano bisogno della mobilitazione internazionale per ripristinarli? In ogni caso mi sembra che abbia perduto la bussola politica. Finito il clintonismo, gli intellettuali statunitensi guardano all’Europa, dove tra comunisti più o meno mascherati, antiamericani à la française e no/new global più o meno disubbidienti e violenti, si ritrovano le tracce di quella new left americana ormai sepolta sotto le sabbie mediorientali.
Se non ha stupito vedere Noam Chomsky in prima fila contro Bush, colpisce un po’ di più vedere Rorty. Ma a pensarci bene è comprensibile: la dottrina Bush ha riaggregato la variopinta galassia dei leftists americani, perché questi hanno fiutato il pericolo. Non si tratta, come vorrebbero far credere, di un rischio per la democrazia o per la libertà nel mondo, ma solo del rischio che tutti loro vengano emarginati dalla scena mediatica e culturale statunitense. Negli Usa è in corso un’aspra resa dei conti fra orizzonti culturali, e la sinistra si è accorta di stare perdendo il controllo dell’opinione pubblica. Ecco perché in tutti i campus, le redazioni, le case editrici, c’è stata una comune levata di scudi contro Bush: perché il pensiero neoconservatore che ne ha ispirato la politica ha dimostrato di avere una grande forza di attrazione e di persuasione. Lo stesso brivido ha percorso anche l’intellighenzia di sinistra europea, ma qui per essa i rischi sono, purtroppo, assai meno gravi, perché gli Otto non sono tutta l’Europa, e non c’è un governo unico europeo che abbia meditato e accolto le tesi del pensiero liberaldemocratico europeo, di quel pensiero cioè che potremmo, oggi, incominciare a chiamare il neoconservatorismo liberale europeo. I nostri filosofi fanno invece appello ai «progressisti», ai socialisti, ai democratici, ai cristiani di sinistra ecc., come àncora di salvezza, come roccia sicura a cui afferrarsi dinanzi all’«abisso». Secondo Savater infatti, «le lezioni dell’abisso sembrano essere le uniche capaci di rigenerare i nostri comportamenti personali e anche le più efficaci affinché le nazioni cambino la loro rotta erratica o depredatrice e cerchino soluzioni comuni ai problemi che le affliggono». La «guerra punitiva contro l’Iraq» è una di queste lezioni: le istituzioni internazionali sono crollate sotto i colpi della volontà egemonica americana, e dinanzi a questo «regresso al nulla» bisogna che gli Stati europei si uniscano (sì, magari sotto le insegne franco-tedesche): «È ora che noi cittadini europei, non solo i progressisti ma anche i civilizzati nel senso più responsabile del termine, esigiamo dai nostri governi che adottino le misure imprescindibili affinché tale unità di impegno sia effettiva». Per tutti la parola d’ordine è: mobilitazione. Un richiamo che è giunto fino a Cuba, dove il milione di «rivoluzionari» che è sfilato il 12 giugno per le strade dell’Avana aveva gli stessi bersagli: Bush, Blair, Aznar, Berlusconi, la Cia, l’imperialismo capitalista e liberista. Si incomincia in Europa e si finisce a Cuba. Come non vedere il nesso causale che c’è fra il movimento antiamericano europeo e la manifestazione castrista? Tanto è evidente che perfino un intellettuale di sinistra come Francesco Merlo lo ha denunciato sul Corriere del 14 giugno, dimostrando un’onestà di pensiero che gli fa onore ma che, purtroppo non sembra diffusa in Italia, dove il mito della Sierra Maestra non è ancora morto.
Tutti citano la frase di Rumsfeld sulla «vecchia Europa», ma nessuno la risposta di Colin Powell al ministro degli Esteri francese de Villepin che, nel suo demagogico discorso al consiglio di sicurezza dell’Onu, ricordò con una rasoiata retorica che la vecchia Europa aveva dato vita agli Stati Uniti d’America: sì, replicò Powell, ma gli Stati Uniti nel Novecento per ben due volte si sono sacrificati per far sì che quella vecchia Europa continuasse a esistere. Nessuno di loro riflette su questa replica, nessuno utilizza categorie geopolitiche e metastoriche complesse: condannano senza appello l’«attuale amministrazione Usa», ma evitano di affondare nella verità della storia e della politica. Si vede che da noi vige ancora il canone classico del marxismo-leninismo: l’intellettuale, o è di sinistra o non è. Per fortuna, dopo quella raffica di articoli si sono avute molte reazioni sui giornali europei (ma in Italia è stato messo il solito silenziatore ideologico), che ne hanno criticato l’unilateralità. Si è trattato però di voci di tono minore nella scala sonora dei massmedia, che non hanno scalfito la compattezza ideologica dell’intellighenzia europea. Forse un effetto più consistente potrà averlo l’appello (apparso il 14 giugno sul Corriere e su Le Monde) scritto da 17 alte personalità europee con l’obiettivo di rilanciare i buoni rapporti fra Ue e Usa. Ma ci vorrà ben altro per smontare l’edificio ideologico che la sinistra europea ha costruito in tanti anni di dominio della scena culturale. Se la vecchia Europa ha perso la memoria, la «nuova», quella dell’ex-blocco di Varsavia e dei suoi cento milioni di cittadini, ha la memoria fresca, e sa che è stato soprattutto grazie alla fermezza degli Usa - e in particolare proprio grazie a un’amministrazione, quella di Reagan, analoga a quella di Bush - che l’impero sovietico, con tutti i suoi satelliti, è crollato, non certo grazie ai «vecchi» europei: i francesi che cooperavano con i sovietici nel terzo mondo, i tedeschi che davanti agli SS20 dicevano «meglio rossi che morti» (ma per amor del vero non dobbiamo dimenticare i positivi sforzi della Ostpolitik tedesca), o gli italiani che per troppo tempo in politica estera hanno seguito scorciatoie dorotee solo per tenere i piedi in due staffe. Inoltre, la «vecchia» Europa non ha perduto solo la memoria lontana, ma anche quella recente, perché sembra scordare che solo grazie all’intervento americano (Dayton, do you remember monsieur Chirac?) si risolse la guerra che aveva dilaniato la ex-Yugoslavia. Perché i media europei non chiedono al polacco Adam Michnik o al rumeno Andrei Marga qual è la loro visione dell’Europa e dei rapporti con gli Usa? Semplice: perché non è politicamente conveniente. Infatti, quando faceva comodo alla sinistra globale o, per una breve stagione, all’ulivo mondiale, gli intellettuali dell’Est-Europa erano i nuovi guru del pensiero politico e sociale, ascoltati e coccolati. Ora invece, quando quasi tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale, sostenuti in ciò, si badi bene, dalla maggioranza degli intellettuali e dell’opinione pubblica, si sono schierati con gli Usa e con il gruppo degli Otto, quelle «coscienze critiche» dell’Est europeo sarebbero diventate merce avariata. La stizza e l’ingiuria con cui, qualche mese fa, Chirac apostrofò i Paesi dell’area orientale che appoggiavano gli Usa, rei di essersi opposti al nucleo forte dell’Europa, è il sintomo più becero del basso livello di considerazione in cui quei Paesi sono caduti. Pertanto, a differenza dei miei amici filosofi, io credo sia un bene che quella vecchia Europa finisca al più presto di esistere. La Costituzione dovrà sancire infatti non solo il rinnovamento delle istituzioni, ma anche l’avvio di una nuova epoca politica e culturale europea. Questa sarà la vera rinascita dell’Europa.