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Il complesso di superiorità

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_th

Che cosa sarebbe successo se, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, la Germania e l’Italia non avessero dichiarato guerra agli Stati Uniti. Churchill sarebbe riuscito a resistere? E la Russia? Quando parliamo del passato, del passato che lui ha vissuto - qualche sera fa si stava discutendo del libro dello storico Richard Overy sulle ragioni per cui gli alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale - mio padre Vittorio lascia cadere spesso domande a cui non c’è risposta. In questa chiacchierata era tornato su un’osservazione che gli avevo già sentito fare e che del resto si ritrova spesso nella memorialistica dell’epoca e nelle ricerche successive, cioè come mai Hitler e Mussolini avessero tanto sottovalutato l’America, il suo potenziale, la sua capacità industriale. Ne avevamo parlato una volta, quando gli avevo raccontato - perché mi aveva colpito molto - che nel verbale della riunione del marzo del ‘40, in cui fu decisa l’entrata in guerra dell’Italia, l’analisi politica e strategica era stata centrata solo sulla capacità di resistenza anglo-francese, la Russia era stata considerata solo sullo sfondo, mentre non si era proprio parlato degli Stati Uniti. È vero che l’argomento in discussione era il conflitto in Europa, che gli «alleati» - una volta schiacciata la Polonia - erano solo Francia e Inghilterra. Ma alla luce di quanto è successo dopo, c’era davvero molta cecità. Eppure - ricordo la sua osservazione - Mussolini non era certo un politico grossolano, da giornalista aveva anche seguito la conferenza di pace di Versailles e quindi non poteva non aver capito ciò che l’America rappresentava nel mondo. Invece nel momento delle scelte non ne tenne conto. Era il dicembre del 1941 e, solo un anno dopo, Eisenhower era già sull’altra sponda del Mediterraneo a preparare lo sbarco in Sicilia. Sono andato allora a rileggermi un po’ di testi, a cercare le risposte date alla sua domanda. A dire il vero, non ho trovato risposte, ma solo alcune spiegazioni. Renzo De Felice è stato molto accurato e ha affrontato più volte l’argomento. Ha scritto che Mussolini non sottovalutava affatto il peso che sulle sorti del conflitto avrebbe avuto un intervento americano, ma che in lui prevaleva la convinzione che Roosevelt lo volesse «fanaticamente». E ha ricostruito, citando più volte i diari di Ciano, calcoli molto politici. Ad esempio, dopo la sconfitta della Francia, nel 1940, il duce pensò che prima delle elezioni presidenziali di novembre il presidente americano non avrebbe preso nessuna decisione. Ritenne anche possibile che venissero battute negli Stati Uniti le forti correnti isolazioniste e neutraliste, ma sbagliò nel credere - lo scrisse in agosto in una lettera a Hitler - che non ci sarebbe stato un intervento diretto, cioè «un contributo di uomini», ma «un più largo aiuto di mezzi», cosa «che accade già oggi». Ci si può chiedere se su questa convinzione pesassero i sondaggi d’opinione, ricordati da De Felice: nel settembre del 1939 solo l’1,7% degli americani era favorevole a un intervento immediato, percentuale che nel giugno del ‘40 salì al 14 e, nel settembre del ’41, al 26. Sono dati che impressionano. Fanno pensare a come può sbagliare l’opinione pubblica e a come si può sbagliare inseguendone gli umori. Certo è che l’atteggiamento di Mussolini fu molto contraddittorio. In più occasioni aveva accusato Hitler di sottovalutare l’America, aveva ricevuto rapporti dei servizi segreti italiani secondo i quali già nel ‘42 sarebbe stato possibile uno sbarco in Nord Africa, aveva la convinzione che Roosevelt sarebbe comunque intervenuto, che era solo una questione di tempo. Nello stesso momento, si concentrava sui limiti dell’America, pensava che i giapponesi avrebbero assorbito nel Pacifico le sue forze, che non avrebbe impegnato in Europa truppe sul terreno, che «i politicanti schizofrenici» di Washington avessero dei forti condizionamenti interni. Magari confortato dal fatto che Roosevelt, temendo obiezioni, avesse rinunciato a chiedere al Congresso di aprire le ostilità anche con Berlino e Roma. E nel momento decisivo - nessuna clausola degli accordi con il Giappone contemplava dopo Pearl Harbor la belligeranza con gli Stati Uniti - sbagliò tutto: calcolò che la guerra, diventando mondiale, avrebbe favorito l’Asse e in particolare l’Italia.
Quanto a Hitler, secondo William L. Shirer, egli effettivamente sottovalutava il potenziale economico e militare dell’America. Condivideva con Mussolini l’idea che Roosevelt sarebbe sceso in guerra e, soprattutto, vedeva nel futuro un conflitto con gli Stati Uniti, anche se avvertiva tutte le difficoltà dell’attacco, a cominciare da quelle rappresentate dalla geografia. Sul piano tattico, aveva cercato a lungo di convincere i giapponesi ad attaccare la Russia e i domini asiatici dell’Inghilterra. Ma, dopo Pearl Harbor, cambiò rapidamente idea. E nel discorso al Reichstag, convocato per la dichiarazione di guerra, espresse chiaramente le proprie convinzioni. Disse quello che, secondo molte testimonianze pensava davvero, cioè che il New Deal era stato un fallimento, che lo sbocco dell’intervento era la conseguenza del disastro economico e finanziario, che a Washington c’era una fortissima opposizione. Accusò il presidente americano dei «peggiori crimini contro le leggi internazionali», lo definì capo di una lobby affaristica ebraica, lo indicò come il principale responsabile del conflitto in atto, «il guerrafondaio numero uno». Giunse a dire - testuale - che «voi tutti provate un sollievo, ora che uno Stato ha preso l’iniziativa di insorgere contro questa deformazione della verità e del diritto, ignobile e unica nella storia…». Anche Hitler condivideva l’idea di Mussolini che, in realtà, gli Stati Uniti erano di fatto già in guerra, grazie al loro impegno a fianco degli inglesi nella battaglia dell’Atlantico. E anche Hitler vide nel conflitto che diventava mondiale una possibile positiva svolta, mentre nel Nord Africa e in Russia c’erano le prime serie difficoltà militari per l’Asse, quelle che avevano smentito l’illusione di una rapida vittoria, indicando che i tempi dello scontro non sarebbero stati brevi. Ho trovato poi un’altra annotazione interessante, di Joachim Fest. È quando ha ricordato come in risposta alla «Carta Atlantica» formulata da Roosevelt e Churchill a Terranova, Hitler rispose lanciando «il nuovo ordine europeo» e «la solidarietà europea», in una visione - descritta anche da De Felice - di contrapposizione di principi fra le due sponde dell’Atlantico.

*****

Così, andando a spulciare qua e là per cercare risposte a una domanda sul passato, ho trovato solo qualche spiegazione storica, ma mi sono imbattuto in qualcosa che riguarda il mondo di oggi. In primo luogo la percezione dell’America. Mussolini e Hitler ne sottovalutarono la forza e l’11 dicembre del 1941 la trascinarono nella guerra europea, segnando l’inizio della loro fine. È un dato storicamente incontestabile. Non è lo stesso errore di coloro che, sessant’anni dopo, hanno pensato di colpire gli Stati Uniti, puntando sui loro limiti e sottovalutando invece un potenziale, che non è solo economico e militare, ma anche morale? Penso ovviamente a Bin Laden e al fondamentalismo dei nostri tempi. Leggendo queste pagine di De Felice, di Shirer e di Fest colpisce poi un altro elemento: vi si ritrovano giudizi, valutazioni, fatti e linguaggi molto simili a quelli che sono circolati e circolano oggi. Ad esempio i sondaggi. Per restare alle domande senza risposta sulla storia, se i giapponesi non avessero attaccato Pearl Harbor e se Roosevelt avesse dato retta ai sondaggi che vedevano l’ostilità dell’opinione pubblica americana a soccorrere l’Europa, come sarebbe finita? La maggioranza dell’opinione pubblica mondiale, ora, è stata contraria all’operazione Iraqi freedom, convinta che sarebbe stata una catastrofe politica e umanitaria. Se Bush e Blair le avessero dato ascolto, ci sarebbe ancora il regime di Saddam. E se sono d’accordo con un’osservazione di mio padre sul fatto che il successo o l’insuccesso di un’operazione come questa non si misura con la sua rapidità, la sua «pulizia» e la sua efficacia, ma da cosa sarà la pace fra uno, due, tre, dieci anni, sono anche pienamente d’accordo con il mite Adam Michnik per il quale liberare alcune migliaia di detenuti politici e rovesciare un tiranno è già un risultato che giustifica l’intervento. Un altro esempio è il linguaggio usato da Hitler contro Roosevelt. Per carità, è il linguaggio della propaganda, sotto ogni latitudine e in ogni tempo. Ma mi ha colpito lo stesso trovare quei richiami al diritto internazionale violato, alla guerra come strumento per uscire dalle difficoltà economiche interne, alle lobbies affaristiche, al peso dell’intellettualità ebraica che sono stati (e sono ancora) argomenti di uso corrente contro Bush e la sua amministrazione. Prevengo un’obiezione: oggi sono argomenti usati soprattutto nelle piazze e da zone marginali della politica. È vero, però sono molto diffusi e sono alimentati da una produzione di idee politiche e culturali che, almeno qui in Italia, riempiono gli scaffali delle librerie. E allora come è possibile che l’antiamericanismo si riproduca sempre con lo stesso linguaggio e con le stesse accuse: la voglia di dominio, la ricerca di ricchezza, le leadership corrotte? Cosa è insopportabile dell’America, che alla Casa Bianca ci sia Roosevelt o ci sia Bush? La sua ricchezza o la sua libertà? Il suo dominio o il suo appeal? Un ultimo esempio è la visione europea che il nazismo lanciò in contrapposizione all’America. So benissimo che «il nuovo ordine» di Hitler era l’opposto dell’Europa che stiamo costruendo e che è nata proprio per essere il contrario del fascismo (come mi disse un’altra volta mio padre quando gli chiesi perché avessero scritto in quel modo la Costituzione italiana, in particolare cosa volessero dire con l’articolo 11 che è sventolato come bandiera del pacifismo). Ma è quantomeno curioso che l’argomento estremo dell’antiamericanismo resti sempre il richiamo alla superiorità europea, alla sua distinzione dal «modello» che viene da oltre Atlantico. Questo atteggiamento - ho trovato brani di un dialogo tra Hitler e Laval - fu perfino una carta di Vichy. Voglio dire che ci sono dei riflessi condizionati ormai eterni, che passano da destra a sinistra e viceversa e che hanno sempre al loro centro un’idea distorta degli Stati Uniti.

*****

Per curiosità personale, ora scrivendo, mi è venuta un’altra domanda. C’è molta America nella storia della mia famiglia, come in quella di tante altre famiglie italiane. C’è da quando le leggi razziali ne costrinsero una parte ad attraversare l’Oceano e a stabilirsi là. Ho qualche vago ricordo - avrò avuto quattro o cinque anni - dell’apertura dei pacchi che ogni tanto arrivavano, all’inizio degli anni Cinquanta, mandati dai miei zii, Anna e Beppe, sorella e fratello di mio padre. Venivano aperti e poi venivano lentamente pescate scatole di carne, gomme da masticare, vestiti che mi sembravano bellissimi. Una volta arrivò anche una Polaroid, che era stata appena inventata e che impressionò tutti, sembrava davvero una magia. Ricordo anche che a nonna Lelia piaceva raccontare quando, nel ’45, zio Beppe sbarcò a Caselle in divisa da ufficiale dell’aviazione americana, lui che qualche anno prima era stato cacciato dalla Piaggio perché ebreo. Per me bambino, l’America era associata all’idea di famiglia. È ovviamente successo a tantissimi altri, basta andare a vedere l’elenco dei nomi ora incisi sul muro costruito attorno al museo di Ellis Island. Allora mi sono chiesto se, per caso, siano state conservate delle lettere fra mio padre e i suoi fratelli, in quel periodo del dopoguerra, prima che il telefono cancellasse la memoria scritta.
Quelli furono gli anni della rottura politica con l’America, in cui la sinistra che tanto amava Roosevelt e poi Steinbeck, Hemingway, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Armstrong, le Camel finì con lo schierarsi con Stalin. Il mondo si divise in due campi, lo sappiamo e sappiamo anche perché lo fece. Ma vale la stessa domanda posta su Hitler e Mussolini. Di quelle lettere, che probabilmente non ci sono più, mi incuriosisce soprattutto come venissero lette. Cosa arrivasse di quel mondo, dove probabilmente anche mio padre sarebbe finito dopo le leggi razziali se non si fossi messo - come gli piace dire - a perseguitare il fascismo, finché non lo hanno arrestato. Mi è venuto in mente che avrebbe potuto diventare americano anche lui. Perché quello che mi ha colpito è che persone come i miei zii non hanno pensato di tornare a vivere in Italia o, se ci hanno pensato, non l’hanno mai fatto. Da bambino, c’erano dei momenti - soprattutto quando, nella casa dei miei nonni a Diano Marina, durante le vacanze incontravo le mie cugine Eva ed Emanuela - in cui a me sarebbe piaciuto essere americano come loro. Attraversare l’Atlantico, vivere in un grattacielo, girare per le strade piene di automobili, che allora in Italia erano pochissime. Mi è venuto in mente di queste possibili lettere, perché credo di aver perso le due, solo due, che io scambiai con Sylvana, un’altra cugina americana, quando io ero a Hanoi e lei a Phnom Penh, durante l’unica guerra che gli Stati Uniti hanno perso. Facevamo entrambi i giornalisti, io molto militante, lei un po’ meno, anche se grazie a una normale radio ascoltò - e la fece ascoltare a una delegazione del Congresso - conversazioni tra piloti impegnati in missioni di bombardamento segreto e le loro basi, con il risultato di venir espulsa dalla Cambogia, su richiesta della stessa ambasciata americana. Era il ’72 e usammo, per comunicare, il corriere diplomatico dell’ambasciata francese che viaggiava su un vecchio Dakota della Commissione internazionale di controllo dell’armistizio del ’54, armistizio che era saltato anche se la Commissione di controllo funzionava ancora. Ricordo ancora quelle lettere, scritte in francese, che venivano da poche centinaia di chilometri di distanza, ma da un mondo in quel momento totalmente separato. Ecco perché mi chiedo cosa fosse l’America raccontata in famiglia negli anni della contrapposizione ideologica. E, adesso scrivendo, mi è anche venuto in mente che proprio mio padre ottenne il suo primo visto per gli Stati Uniti solo grazie al fatto che zia Anna scrisse al suo senatore, Ted Kennedy, che glielo fece concedere.

*****

Cercando altri possibili dettagli americani, ho trovato nelle Memorie di Giuseppe Garibaldi un bellissimo passaggio. Eccolo. «…Intanto si aspettava l’ingresso dei Francesi per consegnar loro le armi, che dovevano servire a prolungar un doloroso e vergognoso periodo di servaggio. Io, contando su d’un pugno di compagni, pensai di non sottomettermi, prender la campagna, e tentare ancora la sorte. Il signor Cass, ambasciatore americano (2 luglio 1849), conoscendo lo stato delle cose, mi fece dire che desiderava parlarmi. Io fui da lui che trovai in istrada. Egli gentilmente mi disse esservi una corvetta americana in Civitavecchia a mia disposizione, se desideravo imbarcarmi con quei compagni che potevano esser compromessi. Io risposi a lui ringraziare il generoso rappresentante della grande Repubblica; ma essere disposto di sortire da Roma con coloro che volevano seguirmi e tentare ancora la sorte del mio Paese ch’io non credevo disperata. Mi avviai in seguito verso piazza San Giovanni per raggiungere la mia gente, cui avevo dato ordine di marciare a quella direzione e prepararsi alla sortita. Giunto su quella piazza, trovai la maggior parte dei miei e il resto veniva arrivando…». Garibaldi usciva da Roma alle 8 di sera del 2 luglio del 1849 insieme a circa quattromila uomini, il giorno prima si era sciolto il triumvirato (Mazzini, Armellini, Saffi), i francesi sarebbero entrati il 3 alle 4 del pomeriggio, dopo che a mezzogiorno l’Assemblea costituente aveva inutilmente quanto solennemente proclamato in Campidoglio la costituzione della Repubblica romana. E il signor Cass era pronto a salvare quanti poteva di coloro che, se catturati, sarebbero finiti dritti sulla forca.
È un dettaglio che ci dice quanto l’America spunti in continuazione, quando meno te l’aspetti. Anche oggi che, come europei, abbiamo questo strano rapporto: la chiamiamo, ne abbiamo bisogno, ne invochiamo la presenza, quando è assente la critichiamo, quando interviene pure. Ne contestiamo la potenza, ma se non ci fosse saremmo nei pasticci e, soprattutto, siamo costantemente risucchiati dal vizio dell’incomprensione e dal dilagare del pregiudizio. C’è un’altra frase di Michnik che mi è piaciuta molto. Nel suo dialogo con Cohn-Bendit, il quale parlava di «fierezza europea» e della nostra capacità culturale «di inventare lo sviluppo sostenibile» e di condividerlo, lasciando spazio alle diversità culturali, Michnik ha osservato: «Sono argomenti di quart’ordine… Immaginiamo di essere nel 1937 e tu mi dici di essere inquieto per la diffusione della pornografia, mentre io ti parlo di Hitler e di Stalin. Il problema non è l’egemonia culturale americana, è la nascita di un nuovo fascismo, di un nuovo totalitarismo che usa i kamikaze…».

 

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