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E adesso l’Iran

LIBERAL BIMESTRALE
di Micheal Ledeen
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_th«Dopo due anni e mezzo di battibecchi interni e di paralizzanti battaglie tra campi contrapposti, la macchina della sicurezza nazionale sembra si stia attrezzando per definire la nostra politica in Iran. Il Washington Post, che di solito ci indovina su queste cose, ha annunciato che un incontro ad alto livello era previsto e le mie pur più modeste fonti mi hanno raccontato di sfortunati burocrati obbligati a disdire cene e viaggi per riempire oltre una trentina di pagine fitte di quesiti per il National Security Council. Il messaggio di urgenza trasmesso con richieste così straordinarie sta a dimostrare che oramai da molto tempo il Nsc non riesce né a formare un consenso tra i vari enti interessati alla sicurezza nazionale, né a comunicare i disaccordi esistenti al presidente, in modo da permettergli di dire loro esattamente ciò che intende fare. La nostra missione in Iraq si delineò subito dopo l’11 settembre ma ci manca ancora una politica per l’Iran, seppure sia un membro privilegiato dell’Asse del Male e sia da anni uno dei maggiori sostenitori del terrorismo e continui a esserlo. L’urgenza nasce dalla situazione sul campo. Neanche i sognatori al Dipartimento di Stato e negli ambienti dell’intelligence riescono più a prendere alla leggera (oppure addossarsene la responsabilità) il coinvolgimento attivo dei mullah negli ultimi attacchi terroristici, la loro frenetica e apparentemente sempre più vincente corsa verso lo sviluppo di una bomba atomica e il fatto che abbiano impegnato migliaia di uomini e milioni di dollari al fine di sabotare i nostri sforzi di creare una società ordinata e libera in Iraq. L’attentato di Riyad fu pianificato in Iran dai vertici di Al Qaeda, ovvero da Said bin Laden (figlio di Osama) e Mohammed Shoghi, il cui nome in codice è Abu Khalid Sayef al Adel (che significa «la spada della giustizia»). Tre giorni prima dell’attentato a Riyad, 17 membri di Al Qaeda furono silenziosamente spostati verso le zone di Sistan e Baluchistan, lungo il confine con il Pakistan, sperando così di celare il collegamento con l’Iran, il quale fu comunque scoperto. Ci sono migliaia di agenti iraniani all’opera in Iraq: mullah radicali iracheni addestrati nelle moschee iraniane sin dall’inizio degli anni Ottanta, alti ufficiali della Guardia rivoluzionaria, delinquenti e assassini vari e persino il capo del ministero dell’Intelligence iraniano, Ali Panahi, il quale fu inviato a Karbala, e successivamente a Bagdad, per organizzare dimostrazioni antiamericane dopo la caduta di Saddam. Jerry Bremer, il nuovo americano a capo dell’Iraq, fu così allarmato di ciò che vide in Iraq che, dal suo arrivo, bombarda gli ambienti dell’intelligence con richieste di ulteriori informazioni. Sul fronte nucleare, ci sono molti segnali allarmanti. Solo alcuni mesi fa, il presidente georgiano Eduard Shevardnadze tenne una conferenza stampa in cui dichiarò che i maggiori esperti nucleari del suo Paese si trovavano in Iran, a lavorare sulla bomba dei mullah. Poi, l’anno scorso, il governo americano ricevette informazioni dettagliate sul programma iraniano, incluso l’allora progetto segreto di un impianto ad acqua pesante ad Arak. Questa operazione era stata celata da un’impresa a Teheran chiamata Masbah Energy, con sede in una traversa della strada principale Vali Assra, precedentemente Pahlavi Avenue. Gli Stati Uniti sono anche venuti a sapere che i capi ingegneri del progetto ad Arak provenivano dalla ex-Unione Sovietica: Vladimir Mirny dall’Ucraina, Aleksy Volev dalla Russia e un terzo esperto con un nome difficile da dimenticare, Andrei Kalachnikov. Nel corso degli ultimi due mesi, i capi della Guardia rivoluzionaria iraniana sono stati informati dal proprio Consiglio per la sicurezza nazionale che il Paese si sarebbe presto dotato di armi nucleari e ci sono fonti bene informate che assicurano che il regime spera di poter sperimentare un ordigno entro la fine dell’estate. Nonostante tutto ciò, il Dipartimento di Stato, spronato da Richard Haass, della Pianificazione politica, ha disperatamente cercato di stabilire un «dialogo» con i macellai di Teheran, uno sforzo che fu pienamente appoggiato dell’uomo della Nsc per l’Afghanistan e l’Iran, Zalmay Khalilzad, il quale condusse personalmente la più parte dei colloqui segreti. L’idea stessa del «dialogo» fu il trionfo dell’ingenuità americana sull’evidenza dei fatti, per cui gli iraniani furono felici di sfruttare i colloqui per ritardare qualsiasi mossa americana contro il regime di Teheran, che rimane l’incubo perenne dei mullah. Sanno che il popolo iraniano li odia (nell’ultimo anno e mezzo, fino a un milione di persone si sono riversate sulle strade delle maggiori città per protestare apertamente ed è stato indetto uno sciopero generale per il 9 luglio). Sia i tiranni che i cittadini credono che la politica americana potrebbe forgiare il destino del Paese, come è già successo varie volte nel passato più recente. I mullah hanno sfruttato i colloqui per ritardare qualsiasi azione americana e per scoraggiare l’opposizione. «Vedete - dicevano - gli americani trattano con noi; riconoscono la nostra legittimità. Non daranno mai il loro appoggio a voi».
Se è vero che siamo finalmente giunti al momento della verità nel dibattito sulla politica per l’Iran, il peggiore degli incubi dei mullah potrebbe ora avverarsi. Poiché, se gli Stati Uniti decidono di fornire un appoggio reale agli oppositori del regime, ci potrebbe benissimo essere una replica delle dimostrazioni di massa che hanno portato alla caduta di Milosevic in Yugoslavia e dei due Marcos nelle Filippine. Se invece l’amministrazione Bush decide di trincerarsi dietro la mera ripetizione delle parole di condanna più volte pronunciate dal presidente contro il regime e a favore dell’opposizione, i mullah potrebbero benissimo sopravvivere e saltarci al collo in qualche altra occasione. È impossibile vincere in Iraq o bloccare la diffusione di armi di distruzione di massa in tutta la rete terroristica senza prima far cadere i mullah. L’Iran non è solo un Paese dall’altra parte; è il cuore della struttura della Jihad. Se vogliamo davvero vincere la guerra contro il terrorismo, dobbiamo sconfiggere l’Iran. Fino a ora non ci siamo impegnati abbastanza. Il dibattito sulla politica per l’Iran deve portare a una posizione coerente in tutta l’amministrazione. Il presidente è stato eccezionalmente chiaro rispetto all’Iran - una tirannia autoeletta che appoggia il terrorismo con un gruppo impotente di funzionari eletti che mascherano la vera natura del regime - sebbene alcuni dei suoi più altolocati sottoposti lo abbiano contraddetto apertamente. Per esempio, il vice segretario di Stato Richard Armitage, il quale non apre mai bocca senza il consenso del segretario di Stato Powell, ha recentemented definito l’Iran una «democrazia», e dichiarazioni di questo tipo fanno direttamente il gioco dei mullah. Bisogna porre fine a tale pericolosa confusione. In secondo luogo, è oramai finito il tempo di sostenere una moltitudine di stazioni radiotelevisive indipendenti in lingua farsi che trasmettono in Iran dagli Stati Uniti. Vi è una stazione americana «ufficiale», Radio Farda, che a volte fa un buon lavoro ma che non può parlare agli iraniani con la stessa autenticità degli iraniani-americani. Terzo, dobbiamo usare la dottrina sciita irachena contro Teheran. La tradizione sciita ha a lungo insistito sulla separazione tra le moschee e lo Stato sebbene tale tradizione fu abbandonata dal fanatismo dell’ayatollah iraniano Khomeini, il capo della rivoluzione del 1979 contro lo Scià. I più importanti religiosi sciiti iracheni (insieme a un numero sorprendente degli ayatollah più potenti in Iran) si oppongono alla dottrina khomeinista e dunque dovremmo appoggiarli sia in Iraq che nello stesso Iran. La Repubblica islamica si è rivelata una catastrofe per il popolo iraniano, distruggendo l’economia, assassinando o torturando quei capi laici o religiosi che si appellavano a una maggiore libertà, vergognosamente arricchendo una manciata di mullah mentre si diffondevano come un’epidemia in ogni strato della società la prostituzione, la tossicodipendenza e la mendicità, e destinando decine di milioni di dollari per creare e finanziare le più feroci organizzazioni terroristiche, da Al Qaeda agli Hezbollah.
Quarto, dobbiamo trovare il modo per far pervenire un aiuto tangibile a quella gente coraggiosa che ha indetto uno sciopero generale per l’inizio di luglio. Una volta, avrebbero senz’altro ricevuto del denaro, attrezzature per le telecomunicazioni e un appoggio morale da parte dei sindacati occidentali, di organizzazioni filantropiche private e dei propri obbiettori. Per il momento, nessuna di queste si è mostrata disposta a sostenere tale causa, per loro grande disgrazia. Ma se la questione venisse chiaramente definita da tutti i maggiori esponenti dell’amministrazione, si potrebbe ancora compiere un miracolo. Questo, al contrario di quanto sostengono molti critici dell’amministrazione, non è un appello a un ulteriore intervento militare. Di fatto, è una condizione necessaria a limitare ulteriori azioni di guerra e a proteggere la vita dei nostri soldati che sono attualmente esposti al terrorismo iraniano e alle insurrezioni in Iraq. Rafforzerebbe l’essenza del discernimento del presidente per il quale la guerra al terrorismo è fondamentalmente una guerra contro la tirannia e siamo entrati in Medio Oriente da liberatori e non da conquistatori. Qualora venissimo meno a un’azione decisa, permetteremmo ai mullah di delineare il prossimo futuro. La guerra al terrorismo non si è mai limitata a un unico Paese o a un’unica strategia. Abbiamo sconfitto Saddam e ora sta a noi diffondere la libertà nel cuore stesso dei Maestri del Terrore in Iran. Subito, vi prego. Il tempo è già scaduto.

(Traduzione dall’inglese di Valeria Beltrani)
© liberal-Jewish World Review

 

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