«Alla Convenzione nazionale del Partito repubblicano del 1976, quando la sfida lanciata da Ronald W. Reagan a Gerald Ford per la nomina presidenziale da parte del Grand Old Party (Gop) sembrò sul punto di fallire, le forze reaganiane si riunirono per sferrare un’ultima grande battaglia. Si coagularono contro il segretario di Stato dell’amministrazione Ford, Henry Kissinger, e contro la sua politica estera «realistica» di détente. E riuscirono a far inserire nella piattaforma programmatica repubblicana il proprio progetto di politica estera al posto di quello preferito dall’amministrazione in carica. La piattaforma programmatica di Reagan s’intitolava Morality in Foreign Policy, «la morale in politica estera». Nel 1976 - è presumibile - George W. Bush jr. appoggiava Ford esattamente come faceva suo padre. Richard Cheney, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz servivano l’amministrazione Ford e Cheney, capo dello staff della Casa Bianca, dirigeva le operazioni miranti a estromettere completamente Reagan. Intanto Condoleezza Rice studiava per il dottorato, elaborando quei lavori sull’Unione Sovietica e sull’Europa Orientale che più tardi le avrebbero fatto ottenere l’approvazione del vice di Kissinger, Brent Scowcroft. Oggi tutti costoro si dicono reaganiani. Ma cosa è successo nel frattempo? È successo che Reagan ha vinto: prima la presidenza, poi la rielezione, infine la guerra fredda. Negli Stati Uniti i risultati contano. Come ha detto il presidente Bush nel suo discorso sullo stato dell’Unione, l’obiettivo degli Stati Uniti è molto di più che quello di seguire semplicemente un processo: è quello di ottenere un risultato. Il risultato che il presidente aveva in mente era la fine delle terribili minacce poste al mondo civilizzato. Reagan, con il collasso dell’Unione Sovietica, mise fine a una di quelle minacce. Oggi, come ha spiegato il presidente, ci troviamo di fronte a un tipo diverso di minaccia: un mondo caotico e in costante allarme, dove regimi fuorilegge sponsorizzano il terrorismo acquistando e commerciando armi terribili, nel migliore dei casi usate per minacciare i loro vicini e per intimidire i popoli che dispoticamente governano. È la natura del regime a essere cruciale, piuttosto che qualche presunto e soggiacente «interesse nazionale» determinato geograficamente, economicamente o culturalmente. La priorità dell’ordine politico implica una politica estera statunitense moralmente cosciente di sé. Solo così si può stabilire se, come ha detto Bush, una tirannia brutale come quella di Saddam Hussein sia male oppure se il termine «male» sia privo di qualsiasi significato. Come ha detto il presidente Bush agl’iracheni, il vostro nemico non sta intorno al vostro Paese; il vostro nemico governa il vostro Paese.
Ora, vero è che i regimi non esistono separati dai molteplici interessi materiali e dalle peculiarità geografiche e storiche delle nazioni. Per questo la morale in politica estera è sempre limitata. Le esigenze hanno i loro diritti. E la libertà e la sicurezza della nazione a cui ognuno di noi appartiene viene prima di ogni altra questione. Ma la libertà e la sicurezza proprie sono inestricabilmente connesse alle caratteristiche che hanno tutti gli altri regimi del mondo. Fu importante concepire l’Unione Sovietica come l’impero del male. È importante ricordare che in Corea del Nord vi sia, come ha detto il presidente, un regime oppressivo che governa un popolo il quale vive nel terrore e minacciato dalla morte per fame. Forse l’unico passo falso commesso nella parte riguardante la politica estera del discorso presidenziale sullo stato dell’Unione è stato dire che il regime nordcoreano troverà il rispetto del mondo, dando sollievo alla sua popolazione, solo quando abbandonerà le sue ambizioni nucleari. In verità, il regime retto da Kim Jong II non può trovare né mai troverà il rispetto del mondo. Ovviamente, potrebbe essere oggi prudente cercare di mostrare al governo nordcoreano che il suo programma di riarmo nucleare è sbagliato. Ma, tutto sommato, gli statunitensi attendono con ansia il giorno in cui quel regime sarà un ricordo del passato come quello di Nicolae Ceausescu o di Stalin. Finché vivremo in un mondo fatto di nazioni e di regimi, ci sarà sempre la possibilità di accomodamenti temporanei. Il presidente Bush non spera in un governo mondiale e in un mondo oltre il conflitto. Egli indossa l’idea della corale in politica estera, ma non coltiva alcuna illusione sulla fine della politica estera. Bush invoca una sorta di «eccezionalismo statunitense», ma la concezione che egli ha di quella che è la nostra missione non è strettamente statunitense. La libertà che amiamo - ha detto - non è un dono fatto dagli Stati Uniti al mondo, ma il dono che Dio ha fatto all’umanità. Gli statunitensi debbono attenersi al medesimo elevato standard di umanità a cui è tenuta qualsiasi altra nazione. È una prospettiva ammirevole: una prospettiva che è al contempo morale, stategica e pratica. Ora, tutto ciò che rimane da fare al presidente è eseguirla con successo: in Iraq e oltre. Poiché - per ripetere le sue parole - l’obiettivo degli Stati Uniti è molto di più che quello di seguire semplicemente un processo: è quello di ottenere un risultato. Una prospettiva può ispirare e può guidare. Ma nulla può sostituire la vittoria.
(Traduzione dall’inglese di Marco Respinti)
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