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Noi miglioristi

LIBERAL BIMESTRALE
di Irving Kristol
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_th«The Public Interest nacque molto prima che il termine «neoconservatore» fosse inventato e - confido - sarà vivo e attivo quando il termine avrà oramai solo un interesse storico. Quel momento potrebbe anche essere ora, dato che la distinzione fra conservatore e neoconservatore si è tanto offuscata da risultare irriconoscibile. Eppure, la distinzione non è ancora completamente venuta meno, riemerge quando si citano le prospettive di politica estera di Jeane J. Kirkpatrick, così che questo potrebbe essere il momento adatto per guardarsi indietro, onde definire il ruolo che il neoconservatorismo, e specificamente The Public Interest, ha giocato nella storia del conservatorismo statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale (sarebbe peraltro possibile anche scrivere un saggio completamente diverso, ma ugualmente utile, sul ruolo da esso svolto nella storia del liberalismo postbellico). In questo mezzo secolo, il conservatorismo statunitense - questa è la mia opinione - ha attraversato tre stadi. Anzitutto, vi fu il rinnovamento di quello che potrebbe essere definito conservatorismo tradizionale, incentrato attorno alla National Review di William F. Buckley jr. e che ebbe come obiettivo la ristrutturazione del Partito repubblicano allo scopo di trasformarlo in un solido strumento politico conservatore. Questo portò alla candidatura presidenziale di Barry M. Goldwater nel 1964 e alla débacle elettorale che ne seguì. Quella débacle, però, ottenne il risultato di consolidare e di espandere l’influenza conservatrice all’interno del Partito repubblicano. La cosa non è tanto paradossale come potrebbe apparire d’acchito. Dopo tutto, l’analoga débacle seguita dalla sconfitta di George McGovern nel 1972 consegnò alla sinistra del liberalismo statunitense, di cui egli era il candidato, il controllo effettivo del Partito democratico. Le dinamiche di partito possono essere molto più importanti dei risultati elettorali su cui consuetamente si focalizza l’attenzione dei media e del pubblico. In secondo luogo, vi è stata l’influenza esercitata dalla corrente neoconservatrice. Originariamente, questa corrente cercò espressione politica rivolgendosi al Partito democratico, ma a metà degli anni Settanta questa prospettiva risultava ovviamente oramai difficile da mantenere e così incominciò un graduale, e spesso riluttante, spostamento della corrente neoconservatrice in direzione del Partito repubblicano (peraltro, vi sono ancora diversi neoconservatori democratici, la maggior parte dei quali vota però oggi silenziosamente per i repubblicani).
The Public Interest è stato il punto focale di questa corrente neoconservatrice, benché gran parte dell’impatto che esso ebbe risultò dall’influenza esercitata su un manipolo di giovani uomini e di giovani donne nascosti fra gli editorialisti e gli opinionisti di The Wall Street Journal. Il neoconservatorismo si differenziava dal conservatorismo tradizionale per molti aspetti importanti, ma non aveva un progetto proprio. Sostanzialmente, voleva che il Partito repubblicano cessasse di giocare politicamente sulla difensiva, guardando cioè avanti invece che indietro. In verità, alcuni di noi osarono suggerire che il partito dovesse essere più «ideologico», benché «ideologia» non sia un termine gradito alle orecchie degli statunitensi. Alla fine, comunque, l’idea di un «programma» attivistico è divenuto parte ancora più integrante della riflessione politica repubblicana di quanto noi immaginassimo allora, svolgendo il lavoro tipico dell’«ideologia» ancorché in una particolare veste pragmatica tutta statunitense. La lettera di questo o di quel programma politico repubblicano specifico può non avere molto a che fare con il neoconservatorismo, ma lo spirito che lo anima sì. In terzo luogo, vi è stato l’emergere, lungo i decenni scorsi, di un conservatorismo politico fondato sul dato religioso e caratterizzato dal punto di vista morale. A lungo termine, potrebbe essere questa la componente più importante di tutte. Benché i media continuino a ritrarre i conservatori religiosi come dei fanatici aggressivi, di fatto le motivazioni che li animano sono state di natura principalmente difensiva: una reazione, cioè, contro la controcultura popolare, contro il laicismo dottrinario mostrato dalla Corte Suprema, contro un governo che li tassa pesantemente e che al contempo elimina ogni traccia di moralità e di religiosità per esempio dall’educazione pubblica, addirittura finanziando ogni sorta di attività e di programmi oltraggiosi rispetto alla morale tradizionale. La fede religiosa che sostiene questa reazione ha costantemente guadagnato sia in intensità sia in popolarità, specialmente fra gli evangelicali (1) protestanti, e oggi ha meccaniche tutte proprie. Non è affatto inimmaginabile che per gli Stati Uniti si prospetti un lungo e duro Kultukampf che potrebbe ribaltare ogni idea convenzionale di ciò che è politico e di ciò che non lo è.
E ora ripercorrerò l’evoluzione del conservatorismo statunitense postbellico dalla prospettiva di un neoconservatore.

*****
Quando National Review venne fondata nel 1955, personalmente la considerai un’eccentricità del panorama ideologico, giacché sembrava completamente fuori tempo. In sostanza, proseguiva la polemica contro il New Deal che aveva caratterizzato il conservatorismo statunitense, così come rappresentato dal Partito repubblicano, negli anni Trenta e Quaranta. Figlio della Depressione disgustato dallo spettacolo complessivamente offerto da fabbriche chiuse, risorse inutilizzate e disoccupazione su vasta scala, non potevo prendere seriamente la fede apparentemente cieca nella «libera intrapresa» che costituiva la certezza fondamentale di National Review. Trovavo questo punto di vista semplicemente irrilevante. E lo stesso faceva a quel tempo praticamente chiunque altro, almeno il «chiunque altro» che io conoscevo o leggevo. Verso certi aspetti del messaggio conservatore ero peraltro certamente vulnerabile persino allora. Benché liberale progressista, non ero mai stato innamorato di quelle idee che garantivano l’ortodossia liberale progressista. Per esempio, ero sempre stato favorevole alla pena capitale. Non avevo mai creduto che il crimine si potesse «curare» con trattamenti terapeutici. Non avevo mai messo in dubbio che l’idea di pregare nelle scuole fosse perfettamente sensata. Ero convinto che la ripetizione e la memorizzazione offrissero ai giovani il mezzo migliore per imparare. Ritenevo che il «permissivismo sessuale», in tutte le sue forme, fosse un’idea assurda. Consideravo utopistico l’ideale di un «mondo senza guerra» e impresa futile la «democratizzazione del mondo» (2). Così potevo in tutta onestà affermare che avrei accolto a braccia aperte la comparsa di un periodico conservatore: un periodico di riflessione (nella tradizione di Edmund Burke e di Alexis de Tocqueville), uno che avrebbe contribuito a dirozzare e a nobilitare il dibattito politico. Oggi sospetto che quanto intendevo allora era che avrei bene accolto un periodico conservatore che non si gettasse solo lancia in resta contro il liberalismo progressista, ovvero un periodico che non mirasse a distruggere il liberalismo progressista stesso, ma a fungere da suo complemento. Certamente National Review non era quel tipo di periodico. Era sfacciato e addirittura volgare nelle sue polemiche antiprogressiste. Vi era un che di studentesco in esso, i modi bruschi erano la sua nobiltà di animo e il suo tono generale era anti-intellettuale. Soprattutto, mi sembrava semplicistico nel suo «antistatalismo» in generale e nel suo disprezzo per le riforme sociali in particolare. Indubbiamente, per molti, persino per i più giovani, il suo «antistatalismo» tornò a scoprire i nervi oramai acquietatisi del fervore anti-New Deal. Dieci anni prima, la popolarità di The Road to Serfdom di Friedrich A. von Hayek (3) aveva già indicato la possibilità di questa rinascita. Ma il sottoscritto non avevo letto quel libro di Von Hayek e - sebbene abbia apprezzato i successivi scritti di filosofia politica e di storia intellettuale del suo autore - continuo a non averlo letto nemmeno oggi. La ragione è che non credevo - mai, nemmeno per un solo momento - che il popolo statunitense potesse lasciarsi sedurre o costringere a imboccare una via come quella della schiavitù. Giudicavo quel tipo di «antistatalismo» una forma d’isteria politica ed eccessiva quel tipo di reazione al New Deal. Insomma, non consideravo National Review una rivista politica seria.
La qual cosa si è poi rivelata un errore, quel genere di errore che sono particolarmente propensi fare in politica gl’intellettuali. Diciamo e ribadiamo che le idee hanno conseguenze: è vero, ma ciò che abbiamo in mente sono idee complesse, sapide e bene articolate. Quello di cui tanto facilmente non ci accorgiamo è che anche le idee semplici, accompagnate alla passione e all’organizzazione, hanno conseguenze. National Review si è rivelato essere un tassello di un movimento più ampio in grado di creare istituzioni capaci di formare e di addestrare parecchie migliaia di giovani conservatori, non tanto perché andassero e proclamassero la buona novella, ma perché entrassero nel Partito repubblicano e ne conquistassero il controllo. Cosa che essi fecero, in modo davvero efficace, durante il decennio successivo. Il risultato è stato che fu Goldwater, e non Nelson Rockefeller, a ottenere la nomination presidenziale del Partito repubblicano nel 1964. Né la sconfitta di Goldwater modificò il dato di fatto che il fronte liberale progressista interno ai repubblicani avesse subito una ferita mortale e che l’ala del partito identificata con la Costa Orientale degli Stati Uniti, quella più compromessa con l’establishment, avesse ceduto lo scettro all’ala conservatrice. Gli anni di Richard M. Nixon avevano segnato un turbolento periodo di transizione e per i conservatori più giovani impegnati in quell’amministrazione furono un disastro. Ma la strada era stata segnata. Fu l’idolo di National Review Ronald W. Reagan che vinse la nomination presidenziale repubblicana nel 1980 e oggi, nonostante l’interregno di George Bush, il Partito repubblicano è senza dubbio un partito conservatore. Ma quale tipo di partito conservatore? Molto è accaduto da quei primi passi degli anni Cinquanta e il conservatorismo di National Review è stato ampiamente riplasmato dall’emergere di nuove correnti di pensiero conservatore.

*****
Una di queste correnti è stata quella definita «neoconservatorismo», le cui origini possono essere fatte risalire alla fondazione di The Public Interest, trent’anni fa. Non che i fondatori di questo periodico inseguissero alcun obiettivo politico. Nel 1965, eravamo tutti liberali progressisti, di un tipo o di un altro. Ma successe che la maggior parte di noi era quel tipo di liberale progressista destinato a svolgere un ruolo nella rinascita conservatrice. Quella più o meno decina di studiosi e d’intellettuali che costituivano il nucleo di questa nuova avventura erano insoddisfatti della temperie progressista dell’epoca. Eppure a quel tempo il conservatorismo di National Review non c’interessava affatto. Su molti punti eravamo disgustati, ma era l’ostilità primitiva (così almeno la giudicavamo noi) dimostrata da National Review nei confronti del New Deal a tenere separati i nostri due mondi. Eravamo tutti figli della Depressione - la maggior parte di noi proveniva da famiglie della bassa borghesia o addirittura operaie e un numero significativo di noi erano ebrei di città per i quali gli anni Trenta erano stati anni di disperazione - e provavamo tutti una certa lealtà verso lo spirito del New Deal, anche se non verso tutti i suoi programmi o le sue politiche. Né lo giudicavano l’emblema di alcuna minaccia di tipo «statalista» o socialista alla democrazia statunitense. Come ha scritto James Q. Wilson, uno dei nostri «padri fondatori» su The New Republic (22 maggio 1995): «Il liberalismo statunitense, come in generale lo sono gli Stati Uniti, è diverso. Creato dal New Deal, ma ispirato ad alcuni elementi caratteristici del precedente movimento sociale dell’Era Progressista, da noi il liberalismo, diversamente dal liberalismo di molte nazioni europee, non hai preso seriamente l’idea di nazionalizzare le industrie maggiori, solo occasionalmente - e in quei casi poi senza troppa convinzione - ha proposto grandi ridistribuzioni salariali e ha solamente amoreggiato con la pianificazione economica centralizzata. Da noi è stato creato lo Stato assistenziale, ma paragonato a quello di molte altre nazioni industrializzate, la versione statunitense ha offerto benefici molto meno generosi ai disoccupati, nessun sussidio per i figli e ha addirittura ristretto il numero di veterani, di anziani e d’indigenti che hanno beneficato dell’assistenza sanitaria finanziata con le tasse». Tutti noi avevamo idee su come migliorare, o addirittura ricostruire, lo Stato assistenziale: ma eravamo dei miglioristi, non degli oppositori, e dei critici solo molto misurati. Fu solo quando vennero lanciati i programmi della Great Society (4) che iniziammo a prendere le distanze, lentamente e con riluttanza, da questa recentissima versione del liberalismo ufficiale.
Ma non fu solo la Great Society a influenzarci. Lo Zeitgeist degli anni Sessanta fu, in retrospettiva, davvero del tutto bizzarro. L’«automazione», per esempio, fu una palude in cui si rimase preoccupantemente invischiati, così come lo fu la prospettiva della «società premi-bottoni» che le faceva da corollario e in cui gli operai avrebbero sperimentato un eccesso di tempo libero che non erano abituati a gestire. La Ford Foundation e altre istituzioni alla moda organizzarono numerosi convegni e sponsorizzarono la pubblicazione di diversi libri sul «problema del tempo libero», e Lyndon B. Johnson nominò una Commissione per l’automazione. Fortunatamente, ne faceva parte Daniel Bell, il quale, assieme a Robert Solow del Massachusetts Institute of Technology di Boston, preparò un rapporto intelligente. L’esperienza del terrore automazione-tempo libero spinse Bell e il sottoscritto a contemplare l’idea di fondare il presente periodico. Avevamo la sensazione che qualcuno dovesse continuare a usare la moderazione del buon senso, anche se in quel momento andavano di moda i grandiosi nonsensi. Sin dal principio, il tono di The Public Interest fu scettico, pragmatico e migliorista. Ci sentivamo particolarmente provocati dall’ampia accettazione che ottenevano le idee sociologiche di sinistra incorporate nella politica della guerra alla povertà johnsoniana. La più egregia di esse fu il Community Action Program, che mirava a mobilitare i poveri delle aree urbane - in particolare i neri - per, letteralmente, «combattere i municipi». La cura prescritta per la povertà fu definita in termini di azione politica militante, addirittura di azione politica rivoluzionaria, allo scopo di ridistribuire i salari e la ricchezza. Questa idea, partorita dai giacobini durante la rivoluzione francese del 1789, è stata probabilmente il pensiero più diffuso e pericoloso degli ultimi due secoli, responsabile, fra l’altro, della distorsione delle aspettative e della distruzione delle economie di molti Paesi del Terzo mondo. Noi di The Public Interest, avendo conosciuto in prima persona la povertà - i protagonisti della guerra alla povertà appartenevano invece in gran parte all’alta borghesia - e potendo testimoniare come la povertà potesse essere vinta con mezzi concreti - la crescita economica graduale accompagnata alla concomitante crescita delle opportunità economiche - ci trovammo decisamente in disaccordo con questa idea. E il nostro atteggiamento ebbe echi sorprendenti in luoghi inaspettati. La ragione fu che la maggior parte di noi erano scienziati sociali e, come ha affermato Daniel Patrick Moynihan, l’uso migliore che si può fare delle scienze sociali è rifiutare le false scienze sociali. Dato che viviamo in un’epoca in cui gli «esperti» vengono sopravvalutati, la scienza sociale di The Public Interest ebbe il suo effetto. In realtà, si sarebbero potute raggiungere le identiche, solide conclusioni traendole dallo studio della storia, o semplicemente guardando non alle persone che nella povertà affondano, ma a quei poveri che hanno trovato il modo di uscire da tale condizione, tutta gente che si trova oggi attorno a noi. Ma non sono queste le testimonianze che i Comitati del Congresso e i media cercano.
Mentre The Public Interest proseguiva per la sua modesta strada, dapprima con vendite comprese fra le 2000 e le 3000 copie, attorno a noi accadeva ogni genere di portento; cosa, questa, che ci riempiva di gioia e che ci faceva apparire più conservatori di quanto avessimo previsto. Una fu la ribellione studentesca della fine degli anni Sessanta, una ribellione che prendeva di mira soprattutto i docenti liberali progressisti, in gran parte ignorando la piccola minoranza d’insegnanti conservatori. Questo attacco ricordò a molti professori liberali che il loro progressismo possedeva limiti impliciti, oltre i quali stanno assunti del tutto conservatori circa la natura dell’autorità in generale e quella dell’autorità universitaria in particolare. Non vi è nulla come le idiozie utopistiche della sinistra estrema - la Sinistra «infantile», secondo la definizione di Lenin - per risvegliare i propositi di moderazione della maggioranza centrista. E da questi propositi di moderazione si sviluppano i ripensamenti sulle implicazioni della moderazione; e, in quei contesti e in quelle situazioni, i ripensamenti finiscono sempre per mostrare di contenere modifiche conservatrici del liberalismo di origine. La ribellione studentesca aveva, ovviamente, legami stretti con la controcultura emergente che mirò precisamente a scandalizzare e a delegittimare il liberalismo allora regnante attraverso i modi irriverenti e duri che la contraddistinguono. A quell’epoca, i professori e gl’intellettuali liberali e progressisti ritenevano di avere una «mentalità aperta», ma ciononostante la nuova situazione li scioccò non poco. Una cosa è dare approvazione scientifica agli studi storici, sociologici e psicologici che dimostrano come la nostra struttura familiare convenzionale sia meno universale, più «culturalmente determinata», di quanto normalmente si concepisca. Cosa completamente diversa è invece vedere i propri figli sedotti dalla promiscuità sessuale, dalla droga e dal suicidio. I professori liberali, e molti membri della comunità intellettuale, hanno sempre mantenuto le distanze dalla «società borghese» e hanno sempre cercato di essere «oggettivi» a proposito dei costumi borghesi. In quel momento, un gran numero di loro scopriva, quantunque con riluttanza, di essere sempre stato di fatto borghese. Presto The Public Interest smise di essere solo. Commentary, che per alcuni aveva amoreggiato con la sinistra, virò decisamente in direzione neoconservatrice. Ancora più importante fu l’arrivo di Robert Bartley come responsabile della pagina degli editoriali di The Wall Street Journal. Egli mescolò rapidamente le tradizionali prospettive antistataliste del Journal alla critica neooconservatrice del liberalismo contemporaneo. E questa terna di periodici divenne improvvisamente una forza di dimensioni nazionali, tanto da indurre gli uomini politici e gli opinionisti a cominciare a porvi attenzione.
Ma che tipo di forza era? Non è semplice, nemmeno ad anni di distanza, rispondere a questa domanda in modo adamantino, ma direi che il «movimento» neoconservatore si è distinto per tre caratteristiche peculiari («movimento» è peraltro un termine piuttosto pomposo, date le modeste dimensioni del fenomeno). Anzitutto, il tono politico fu diverso. Fu certamente il nostro passato di liberali progressisti ad averci predisposto a un atteggiamento rivolto al futuro, per nulla cupo e reazionario. Fra il serio e il faceto, ho avuto una volta occasione di notare che per essere neoconservatori si deve avere una disposizione di animo allegra, per quanto deprimente il paesaggio circostante possa essere. Negli Stati Uniti, ogni politica di successo è una politica di speranza, temperamento, questo, assente nel conservatorismo tradizionale nordamericano. Il metodo per vincere, nella politica così come nello sport, è quello di pensarsi vincitori. Il pathos di avere ragione nel momento stesso in cui si perde costituisce sempre una grande tentazione per le minoranze conservatrici all’opposizione. In secondo luogo (ed è una conseguenza del primo punto testè ricordato), il nostro impulso naturale era di tipo miglioristico. Sin dall’inizio, ho sempre tenuto a mente l’insegnamento impartitomi dal mio primo direttore a Commentary, Elliot Cohen: non si può battere un cavallo se non si ha un cavallo. Anche criticando la Great Society, The Public Interest è sempre stato interessato a proporre riforme e leggi alternative che potessero raggiungere con maggior sicurezza gli scopi desiderati e senza indurre effetti collaterali. E questo non interessava molto al conservatorismo tradizionale, enfaticamente concentrato sull’«antistatalismo». La differenza aveva anche qualcosa a che fare con il fatto che il conservatorismo tradizionale aveva dalla sua numerosi economisti illustri; e che l’economia è soprattutto la scienza del limite, la grande impresa del dire di no. Fra gli scienziati sociali più importanti che The Public Interest aveva radunato attorno a sé non vi erano invece economisti (vennero solo dopo, quando «maturammo»). Questo spiega la mia attitudine piuttosto cavalleresca nei confronti dei deficit di bilancio e di altri problemi monetari o fiscali. L’impresa fondamentale, così come la vedevo io, era quella di creare una nuova maggioranza, cosa che evidentemente finì per significare una maggioranza conservatrice, che a sua volta significherà una maggioranza repubblicana. L’efficacia politica era la priorità, non il novero delle mancanze del governo. In terzo luogo, i neoconservatori - se non altro quelli newyorkesi - sorsero da un milieu intellettuale in cui alcune idee di grande respiro - per esempio le idee di dimensione filosofica o ideologica - venivano prese assolutamente sul serio. Questo significò poco nei primi anni del neoconservatorismo, ma assunse grande importanza quando la nazione si trovò nella terza fase della storia del conservatorismo postbellico, una fase in cui il conservatorismo religioso divenne una forza attiva della politica statunitense.

*****
Ciò che negli Stati Uniti fece diventare il conservatorismo a fondamento religioso una forza politica non fu né la religione, né il conservatorismo. La sua mobilitazione fu provocata dal liberalismo progressista militante e dal militante laicismo che esso si portava dietro. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, questo progressismo e questo laicismo erano riusciti ad assumere il controllo del Partito democratico, del sistema educativo, dei media, delle facoltà universitarie di giurisprudenza, della magistratura, delle principali scuole di teologia, dei vescovi della Chiesa cattolica e delle burocrazie delle principali denominazioni protestanti. Un giorno - diciamo così - milioni di cristiani statunitensi, la maggior parte dei quali erano democratici dichiarati, si sono resi conto di essere rimasti isolati e di essere sostanzialmente impotenti rispetto alle istituzioni. Volevano - e la cosa era del tutto naturale - educare i propri figli da buoni cristiani, ma scoprivano che la loro autorità su quei figli era stata sovvertita e usurpata da quel progressismo aggressivo e laicista che ora dominava le scuole secondarie superiori; e che le organizzazioni di omosessuali di entrambi i sessi erano libere di distribuire la propria letteratura agli studenti, laddove le organizzazioni religiose no. Vedevano distribuire preservativi agli adolescenti nello stesso momento in cui la Corte Suprema vietava di affiggere i Dieci Comandamenti nelle aule scolastiche. E così si ribellarono facendo l’unica cosa che ancora potevano fare: iniziarono a organizzarsi politicamente. Così facendo, potrebbero aver innescato un cambio di fronte epocale nella politica e nella vita statunitensi. Inevitabilmente, i cristiani conservatori iniziarono a cercare legami con i conservatori tradizionali, dato che in comune avevano gli stessi nemici: il governo progressista, un sistema educativo liberale di sinistra e una magistratura ubriaca di dogmi progressisti. Ma quest’alleanza procedette senza intoppi solo fino a un certo punto. Il problema che i cristiani conservatori ebbero con il conservatorismo tradizionale, specialmente con i suoi segmenti dominati da un conservatorismo puramente economico, era che il secondo tendeva a essere libertarian e persino laicisteggiante riguardo alle problematiche morali o sociali che agitava i primi. Esiste una differenza importante fra il tipo di «libertà» cara ai cuori dei conservatori economici e ai leader del mondo degli affari, e la «libertà ordinata» che hanno in mente tutte le religioni serie. La contraddizione divenne ovvia nelle nomine operate da Reagan alla Commissione per le comunicazioni federali, uomini entusiasti della deregulation, ma disposti ad aprire spazi alla pornografia. La stessa contraddizione è oggi limpidamente ovvia all’interno del Partito repubblicano, che i conservatori economici hanno dominato sin dal periodo successivo alla guerra civile.
Abbastanza stranamente, i cristiani conservatori hanno quindi trovato più facile accompagnarsi ai neoconservatori, molte dei quali provenivano da un retroterra culturale e da un ambiente intellettuale più preoccupato di criticare il liberalismo progressista che non lo «statalismo». Fu soprattutto la critica neoconservatrice dell’assistenzialismo inteso come corruzione delle anime di chi ne beneficia, diversa dall’enfasi che il conservatorismo tradizionale poneva sullo spreco del denaro dei contribuenti, che fece della necessità di riformare il welfare una delle priorità dei conservatori religiosi. Analogamente, prima di diventare un argomento popolare, la condizione travagliata in cui versa la famiglia moderna ha dato motivi di preoccupazione sia ai neoconservatori laici, sia ai conservatori cristiani. Peraltro, tutto questo non è più oggi di così grande importanza, dato che la compenetrazione fra neoconservatorismo e conservatorismo tradizionale, iniziata con l’elezione alla presidenza di Reagan, è cosa oramai largamente compiuta. Persino il termine «neoconservatore» non è più molto in uso, giacché l’espressione «conservatore» ha ampliato il proprio significato divenendo più inclusiva. Ma oggi i conservatori di orientamento economico e libertarian sono ancora forti abbastanza per vincere tornate elettorali di portata locale o addirittura statale e per dominare il Senato degli Stati Uniti. E per i conservatori cristiani questa è una fonte di costante irritazione. L’assimilazione dei conservatori cristiani nei ranghi del conservatorismo statunitense resta ancora a uno stadio relativamente iniziale ed è fonte di grandi tensioni. A certi livelli, questo accade perché il conservatorismo cristiano è un «movimento» e non semplicemente un partito politico, e quindi, come tutti i movimenti di questo tipo, si suddivide in fazioni, alcune delle quali più dedite a dimostrare l’adamantinità della propria fede cristiana che non a influenzare le sorti della politica. Ad altri livelli, invece, il carattere laico del mondo degli affari - non proprio densamente popolato da gente che legge la Bibbia - esercita una presa poderosa sull’immaginazione politica dei repubblicani, così come sulle loro finanze. Ed è addirittura possibile che il conservatorismo cristiano si frammenti in partiti politici nuovi. L’idea convenzionale della politica, unita al sistema bipartitico statunitense, dà per scontato che questo significhi l’estromissione definitiva del conservatorismo cristiano appunto dalla scena politica. È possibile che ciò accada. Ma è pure possibile che il sistema bipartitico, per quanto profondamente radicato nella nostra storia, non resti con noi per sempre. A ogni buon conto, ritengo che sia probabilmente un errore quello di concentrarsi tanto rigidamente sul ruolo svolto dal conservatorismo cristiano nella politica statunitense. La corrente cristiana pentecostale-evangelicale (born-again Christians) è, anzitutto, una corrente religiosa che guarda ben oltre l’orizzonte politico. A mio avviso, questa corrente crescerà nel corso degli anni futuri, quali che siano le fortune o le sfortune politiche del conservatorismo politico cristiano. Siamo vissuti in un secolo di edonismo, di antinomismo, d’individualismo personale e sessuale, e di licenziosità (come la si chiamava un tempo) ancora maggiori e nessuno che si sia dato la pena di leggere almeno un poco di storia si sorprenderà se esso culminerà in qualche nuovo risveglio religioso aggressivo. Così, la nascita del conservatorismo politico cristiano potrebbe rivelarsi solo il preludio a qualcosa di molto più importante riguardante il ruolo della religione nella vita degli Stati Uniti d’America, compresa quella pubblica. È solo la forma che questo rinnovato impulso religioso assumerà che nessuno è in grado di prevedere. Noi - tutti noi - potremmo presto trovarci di fronte a sorprese davvero scioccanti.

(Traduzione dall’inglese di Marco Respinti)
© liberal-The Public Interest














Note
1) È questa la traduzione italiana del termine inglese evangelical adoperata dalla sociologia delle religioni più accorta e scrupolosa; 2) Si tratta dei due concetti tipici - specialmente il secondo, in inglese Taking the world safe for democracy - del progressismo statunitense, che si fanno coincidere con lo spirito della politica perseguita da Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), presidente democratico degli Stati Uniti d’America dal 1912 al 1920; 3) Cfr. Friedrich A. von Hayek (1899-1992), The Road to Serfdom, 1944, trad. it., Verso la schiavitù, con una presentazione di John Chamberlain, trad. it. Rizzoli, Milano 1948; n. ed., La via della schiavitù, con un’introduzione all’edizione italiana di Antonio Martino, prefazioni dell’autore e premessa di John Chamberlain (1903-1995), Rusconi, Milano 1995; 4) Prende il nome di Great Societyî il progetto di riforma sociale progressistico lanciato da Lyndon B. Johnson (1908-1973), presidente democratico dal 1963 al 1968, come continuazione delle politiche di John F. Kennedy (1917-1963), presidente democratico dal 1960 al 1963. Si basava sulla guerra alla povertà e su un nuovo corso quanto alla politica razziale.

 

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