«Un mondo piccolo», ha detto William Kristol, direttore di The Weekly Standard, a proposito dell’intrecciato mondo dei neoconservatori. E in effetti lo è, almeno per Kristol: suo padre è il leggendario intellettuale newyorkese Irving Kristol, ampiamente considerato il fondatore del neoconservatorismo, ed egli stesso oggi dirige la rivista del padrino finanziario del movimento, l’americano Rupert Murdoch. Da qualche parte tra le idee di Kristol e i muscoli di Murdoch, è stata construita la moderna economia neocons, con tanto di portavoce, think tank, riviste, giornali, un network televisivo e, per non essere da meno, una sede ufficiale al 1600 di Pennsylvania Avenue. E tutto ciò non è neppure eufemistico! Anni fa, durante l’amministrazione Reagan, i neoconservatori ebbero il primo incontro reale col potere dopo molti anni di solitudine. Il movimento - nato dalle ceneri di eroi e personaggi decaduti come Barry Goldwater e Joseph McCarthy, alimentato da un’etnicità urbana e da finanziamenti politici occidentali, spinto da forze storiche tanto varie quanto la seconda guerra mondiale e il movimento per i diritti degli Stati - s’è trovato al potere con un vero presidente degli Stati Uniti. Quindi ha perso il turno, dapprima a favore d’un repubblicano moderato di nome George H. W. Bush, poi d’un intelligente moderato democratico di nome Bill Clinton. Ora, dopo otto dolorosi anni, il network neoconservatore va alla grande, determinato a non mollare di nuovo il potere così facilmente, ad assicurarsi che le proprie idee siano ben diffuse e che i divulgatori siano ben ricompensati, e che l’attuale presidente degli Stati Uniti e i suoi aiutanti - dal vicepresidente Richard Cheney al consigliere sulla sicurezza nazionale Condoleeza Rice - siano ispirati, blanditi, sostenuti e, quando verrà l’ora, ben pagati. È la pasta di cui sono fatti i vincitori.
Ora sono reduci dal loro massimo trionfo: una vittoria militare in Iraq, concepita e voluta dai circoli neoconservatori e brillantemente sostenuta nel corso della guerra dai media neoconservatori. «Sì, penso che siamo serviti a qualcosa» ha detto Kristol. «Bush avrebbe potuto ottenere tutto anche senza di noi. Ma il fatto che noi abbiamo prodotto queste argomentazioni è stato utile. Ci si sente un po’ responsabili quando le cose vanno bene». E Kristol non avrebbe potuto farlo senza il firmamento newyorkese da cui il movimento è emerso - dal think tank di destra Manhattan Institute for Policy Research alle pagine editoriali del Wall Street Journal, alla rivista di riferimento dei neoconservatori, Commentary, fondata dal patriarca e dalla madrina del neoconservatorismo, Norman Podhoretz e sua moglie, Midge Decter. Il loro figlio, John Podhoretz, è un editorialista ed ex responsabile della pagina dei commenti del New York Post. Alla testa del network neoconservatore si trova naturalmente la News Corp. di Rupert Murdoch, che accoglie il Fox News Network e il Post, entrambi con sede nella Sixth Avenue. Murdoch è pure proprietario del Weekly Standard. «La News Corp. dovrebbe avere una qualche menzione nella sua mappa», ha detto William Kristol. Molti di Fox News hanno sostenuto la politica di Bush. Meritano una citazione. E anche Murdoch in persona». Ma i media neoconservatori sono solo una piccola parte del meccanismo. I soldi arrivano da New York. «Gran parte del pensiero sulla politica estera proviene da Washington - ha spiegato Mark Gerson, presidente della compagnia d’investimenti Gerson Lehrman Group e direttore del Neoconservative Reader - ma i finanziamenti del neoconservatorismo non vengono da lì». Anzi, ha aggiunto Gerson, vengono da facoltosi newyorkesi come Bruce Kovner, presidente della Caxton Corporation, e Roger Hertog, vicepresidente dell’Alliance Capital Management. L’anno scorso, entrambi i finanzieri hanno contributo a fondare un nuovo giornale, il New York Sun, che ora combatte la propria battaglia anti-liberal contro il New York Times - lo slogan contrapposto è «Un altro punto di vista». Sia Kovner, sia Hertog si sono mossi per unirsi al neo-liberal Martin Peretz come comproprietari del New Republic. Kovner e Hertog, in quanto intellettuali e uomini d’affari illuminati neoconservatori, sono anche membri del consiglio del Manhattan Institute, di cui pure Gerson e Kristol sono fiduciari, così come dell’American Enterprise Institute, con sede a Washington. L’Aei, uno dei più importanti think tank neoconservatori, ha recentemente funzionato come una sorta di ufficio risorse umane per l’amministrazione Bush. È la sede che il presidente Bush ha scelto per spiegare le proprie intenzioni in merito all’Iraq lo scorso febbraio. Di fronte all’Aei, ha definito quest’organizzazione la casa di «alcune tra le menti più acute della nostra nazione». Lynn Cheney, moglie del vicepresidente, è nel consiglio, e Richard Perle, ex consigliere del Dipartimento della difesa, noto come «padre della guerra all’Iraq», n’è un resident fellow.
Sarebbe facile generalizzare e farsi l’idea che un piccolo gruppo di neoconservatori abbia lanciato qualche incantesimo sul presidente - forse ricorderete la prima reazione di Hillary Rodham Clinton sul Today Show della Nbc al Monicagate, che rappresentava «un’ampia cospirazione di destra». Può essere facile insistere sul fatto che questo piccolo e agguerrito gruppo di uomini e donne abbiano spinto la politica estera di un’intera nazione verso il concetto radicale di «egemonia benigna», un eufemismo per indicare un Impero americano che esporti gli ideali democratici alle dittature del globo. Ma questo, come dicono i neoconservatori stessi, sarebbe semplicistico. «Sono sorpreso dal numero di teorie cospiratorie che circondano i neocons», ha detto David Brooks, redattore del Weekly Standard di Murdoch e Kristol, e autore di Bobos in Paradise. «Ne vedo tutti i giorni, di “cospirazioni dei malvagi ebrei”. L’unica differenza tra i “neoconservatori” e i “conservatori” è, in questo senso, la circoncisione. Abbiamo cominciato a chiamarlo l’Asse della Circoncisione». È questo il genere di autoironia che i neoconservatori spesso si concedono; è quasi impossibile immaginare quel che resta dei liberal, battuti e fatti a brandelli, ridere in questo modo di se stessi! Ma la sicurezza politica alimenta una buona e sobria ironia. Per esempio, quando le venne chiesto se era una neocons, l’autrice di best-seller e guru della destra Ann Coulter replicò: «No, sono una gentile. Sto scherzando solo in parte. Di questi tempi, il termine “neoconservatore” è usato quasi sempre per insultare qualcuno. Più recentemente, il termine è diventato un epiteto liberal per indicare un “conservatore ebreo”». Questo tipo di brusco umorismo è endemico nel movimento. Ma occasionalmente - giusto se sembra che l’arroganza stia alzando la cresta - i neoconservatori si preoccupano di minimizzare l’influenza del movimento, come ha fatto John Podhoretz nel suo editoriale sul Post di venerdì 18 aprile. «Il presidente sembra aver compreso che queste idee sono del tutto sue», ha scritto. «Egli non ha bisogno dei libri che scriviamo o delle riviste che pubblichiamo». Quindi ha concluso: «Forse la nostra influenza è pura illusione». Ma in verità, i neoconservatori - una scuola intellettuale con le radici nel City College di New York degli anni Quaranta - sono incredibilmente ben coordinati, organizzati e coerenti nei loro messaggi. In origine, un neoconservatore era un liberal anticomunista che rifiutava la controcultura degli anni Sessanta. Dopo la fine della guerra fredda, il neoconservatorismo cominciò a essere associato con una politica estera aggressiva. Venne chiaramente definito da Kristol giovane e Robert Kagan, un collaboratore di punta del New Republic e del Weekly Standard, nel libro da essi curato nel 1996, Present Dangers: Crisis and Opportunity in America’s Foreign and Defense Policy, che metteva in guardia contro la crescente minaccia del terrorismo e suggeriva rimedi preventivi.
Nel dicembre del 2002, Max Boot si chiese in un suo editoriale sul Wall Street Journal: «Cosa diavolo è un neoconservatore?». La sua risposta fu: «I neoconservatori credono nell’uso della potenza americana per promuovere gli ideali americani all’estero». Non sorprende che neoconservatorismo sia divenuto subito un termine buono per indicare tutti i tipi di falchi - sebbene le differenze tra i neocons e le altre correnti del conservatorismo rimangano profonde su alcune questioni. Né sorprende che il movimento che nasce dalla sinistra newyorkese delusa e dai consigli d’amministrazione del capitalismo occidentale sia competente e coeso: è ora virtualmente impossibile distinguere un neoconservatore da un normale vecchio conservatore - o, qualche volta, da un liberal decaduto. I neoconservatori in generale non hanno molta pazienza verso l’appiccicoso editorialista liberal del New York Times, Thomas Friedman, ma egli era con loro sulla guerra, come lo era il redattore di Newsweek Fareed Zakaria. E poi c’è il presidente Bush. Una domanda su cui gli storici dovranno arrovellarsi a lungo sarà questa: quando fu folgorato sulla via di Bagdad? Qual è stata, esattamente, l’influenza del neoconservatorismo sul pensiero del presidente? Dove ha avuto inizio il suo punto di vista sulla costruzione d’una nazione in un mondo che cambia? Forse qui? «Penso che quel che è accaduto sia che gli Stati Uniti d’America hanno avuto un presidente chiamato George W. Bush, che crede in una missione americana», ha affermato Midge Decter, membro del consiglio del destrorso Hudson Institute e madre di John Podhoretz. «Questa è la ragione per cui i neocons hanno acquisito questa reputazione di potere. Mio marito - ha proseguito la Decter, parlando di Norman Podhoretz - dice che nessun presidente può oltrepassare il punto fino a cui la cultura è pronta ad accogliere la sua politica. Quindi si può dire che la preparazione culturale era preparata a quel che George Bush vuole. Nessuno gli sussurra all’orecchio. Quello che voi chiamate neoconservatorismo ha preparato la cultura perché questi argomenti potessero essere prodotti». Se la storia significa qualcosa, la Decter ha ragione per quel che riguarda i soldi. L’America era stata ben preparata all’amministrazione Reagan dai precedenti vent’anni di storia. E la dottrina Bush può essersi agitata esattamente come suggerisce la Decter. Ciò significa che si è agitata proprio qui.
«Avete messo in piedi un intero dibattito su cosa sia un neocon», ha detto il trentatreenne Max Boot, ex redattore delle pagine editoriali del Wall Street Journal e ora Olin Senior Fellow di National Security Studies presso il Council on Foreign Relations. «Un numero di persone che conosco non gradiscono essere chiamate neocons. Io non me ne preoccupo particolarmente». E non lo fanno neppure alcuni repubblicani della vecchia guardia, se non altro per la patina che ciò concede loro. Come Lucianne Goldberg, una dei decani del movimento (e Madame LaFarge durante il quasi-collasso di Bill Clinton), che ha esclamato: «Intendete forse gente a cui piace ammazzare altre persone e rompere cose. Eccomi qui!». Alla fine, la differenza tra le idee neoconservatrici e quelle che sarebbero chiamate neocons può essere opinabile. Dopo tutto, siamo in terra irachena e Kristol scrive (con Lawrence Kaplan) nell’ormai ben nota ultima riga del suo nuovo libro, The War Over Iraq: Saddam’s Tyranny & America’s Mission (La guerra all’Iraq, appena pubblicato da liberal edizioni, ndr), che potrebbe essere solo l’inizio. Per chi ci crede davvero, è il dolce profumo del successo. «I neocons così hanno vinto in modo strabiliante», afferma Gerson. «Più o meno sono restati saldi sulle loro opinioni. Le idee guidano il mondo, non i tassi fiscali marginali. E neppure la politica». Il nocciolo del movimento neoconservatore non potrebbe essere più preciso. Prendete l’inizio del Weekly Standard di Murdoch, per esempio. Venne fondato, come molte altre idee newyorkesi, in una caffetteria sulla West 72nd Street, proprio lo stesso luogo dove molte idee sono state partorite dai progenitori dei neoconservatori, quando ancora erano uomini di sinistra negli anni Trenta e Quaranta. E in una squisita ironia che sarebbe stata apprezzata da quella generazione di ideologi - la maggior parte dei quali sperimentò la propria stessa conversione a destra, che poi li portò al potere e permise loro di rendere reale l’attuale movimento neoconservatore - aveva proprio il nome giusto. Saul Bellow avrebbe difficilmente potuto far di meglio: il Weekly Standard fu concepito nello Utopia Coffee Shop.
(Per una mappa del movimento neo conservatore, si veda http://www.nyobserver.com/pages/obspdf.pdf)
(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)