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Perché è ancora il 12 settembre

LIBERAL BIMESTRALE
di Mario Arpino
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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cop19_thUndici settembre 2001. Sulla base aerea di Offutt, in Nebraska, alle 15.30 il presidente Bush tiene in teleconferenza il primo meeting con il National Security Council. Un’ora dopo, decide di ripartire con l’Air Force One per Washington, e rientrare alla Casa Bianca. Alle 18.30 è già nello Studio Ovale, dove, senza consultare né Cheney, né Powell, né Rumsfield, rivede la bozza di intervento per i media e la indurisce sensibilmente, affermando il concetto che l’America non farà distinzioni tra coloro che pianificano gli atti terroristici e coloro che ospitano, proteggono o favoriscono i terroristi. Ha tracciato così, in prima persona, quella che, dopo successivi sviluppi, è destinata a meritarsi l’appellativo di «dottrina Bush». Non dà retta neppure a Condoleeza Rice che, a modo suo, tenta di suggerirgli di non esporsi subito con affermazioni così drastiche. C’è un ultimo tentativo da parte del capo delle relazioni esterne di non essere così preciso nell’annunciare una «guerra», chiamandola proprio così, con il suo vero nome. Anche questo tentativo è respinto e poco dopo, dallo Studio Ovale, Bush annuncia al mondo la War on Terror, la guerra al terrorismo. Si tratta del breve discorso, solo sette minuti, che tutti abbiamo sentito. «Nessuno di noi dimenticherà questo giorno», disse. «Noi andremo avanti, per difendere la libertà e tutto ciò che c’è di buono e di giusto nel mondo». Non molto dopo, alle 21.30, riunisce nel bunker della Casa Bianca i membri senior del National Security Council e li mette ufficialmente a parte di una decisione già presa. Quella decisione irrevocabile che, per diversi anni a venire, è ormai destinata a essere la traccia della politica estera americana. Sulle prime, tutto il mondo applaude e dichiara di sentirsi americano. Lo fanno anche quelli che, già il giorno dopo, cominciano, attraverso una serie di «distinguo» sempre meno sottili, a prendere le debite distanze. «Ha detto proprio guerra?». «Ma forse intendeva dire solo lotta…». Il 7 ottobre, con l’attacco all’Afghanistan dei talebani, Bush ha modo di chiarire con i fatti cosa intendeva veramente. E qualche mese orsono, con l’attacco all’Iraq di Saddam, ha risolto ogni dubbio, se qualcuno ancora ne fosse rimasto. Ed è pronto a proseguire, sperando di non doverlo fare, qualora, nella sua visione, ciò dovesse dimostrarsi necessario. Non sarà forse la Guerra infinita di Giulietto Chiesa, ma se Bush ha detto che «…la guerra sarà ancora lunga e difficile…», a questo punto sembra aver dato sufficienti prove di essere credibile e, soprattutto, non si potrà negargli il merito di aver parlato chiaro sin dall’inizio. Ci si creda, oppure no. Ma loro, gli americani, nella loro sconcertante semplicità, ci credono. Là, in America, quando si va in guerra anche gli uomini di poca fede finiscono per sostenere il presidente, e nessuno al Congresso vota contro. Perché? Cercheremo di capirlo. L’impatto strategico di una «democrazia che crede» veramente nell’irrinunciabilità dei principi su cui si fonda non può che essere globale, se questa democrazia, forse proprio per questo, è rimasta l’unica, vera grande potenza. Grande e unica, anche se non più «egemone» perché è stata colpita, e può essere colpita ancora. Lo sa, e sta prendendo le misure che ritiene più opportune, convinta com’è di essere nel giusto e incapace di comprendere come mai parte dell’Occidente, che ritiene di difendere difendendo se stessa, ponga così spesso dubbi e resistenze.
Sotto un profilo più generale, gli effetti strategici si sono notati subito, dentro e fuori gli Stati Uniti. All’interno, Bush ha acquisito subito quel favore popolare che l’esito delle elezioni non aveva espresso e ha ottenuto dal Congresso, prima recalcitrante soprattutto sui temi economici, quella dimostrazione di fiducia senza condizioni che deve avere una presidenza di guerra, ne ha fatto largo uso e tuttora continua, senza porsi eccessivi problemi di consenso. Sa che ne renderà conto alle prossime elezioni, e il tempo stringe se si vogliono presentare risultati concreti. Sul piano esterno, con pragmatica disinvoltura, una volta riscossa l’approvazione di massima della Nato circa l’applicazione potenziale dell’articolo 5 anche alla guerra al terrorismo, ha rispolverato vecchie alleanze, ne ha stabilito di nuove (che più che alleanze sembrano Raggruppamenti Temporanei d’Impresa o Consorzi a termine) e ha ridisegnato la geopolitica tradizionale andando ben oltre le aspettative dei polemologi più spregiudicati e degli geostrateghi più arditi. Ciò fatto, ha sfidato l’opinione pubblica mondiale ingaggiando e vincendo militarmente due guerre nel giro di un anno o poco più, confidando sul fatto che «…gli amici li avrebbe sicuramente ritrovati dopo ogni vittoria…». Cosa che regolarmente sta accadendo, attraverso le graduali conversioni di Francia, Russia, Cina e della grande, spaventatissima Germania. I nuovi-vecchi Paesi dell’Europa dell’Est lo sostengono e lo applaudono in massa, accalcadosi e sgomitando davanti ai cancelli della Nato piuttosto che davanti all’uscio della Commissione di Bruxelles. Sul piano politico-militare e sulle strategie in qualche modo afferenti la Sicurezza nazionale l’amministrazione Bush sta lavorando a tutto campo, con un consenso interno che indubbiamente c’è, ma che viene anche quotidinamente coltivato. Mi riferisco alle aree del bilancio della Difesa, la riorganizzazione dell’intelligence, la politica spaziale, la Homeland Security and Defense, la ristrutturazione delle forze armate e le innovazioni studiate, sperimentate e attuate, a volte violentando inizialmente gli Stati Maggiori, nel settore delle dottrine, delle tattiche di impiego e dei nuovi materiali. Sono tutte attività che non si possono condurre in tempi così brevi senza tre fattori irrinunciabili. Risorse finanziarie, leadership forte e gente che «crede», e che comunque obbedisce. E gli americani, il perché poi lo cercheremo di capire, quando viene loro prospettato lo spettro dell’attentato alla difesa nazionale, si raggruppano immediatamente in tre grandi categorie. Quelli che subito credono, quelli che subito obbediscono e quelli, pochi, che non sono del tutto convinti, si tratta in genere di alcune categorie di intellettuali, ma che comunque sentono di dover obbedire. Assenti, almeno in queste circostanze, la fronda e la resistenza passiva. La Sicurezza nazionale e i valori tradizionali della Costituzione diventano immediatamente l’unico vessillo da seguire, e la bandiera a stelle e strisce li riassume veramente per tutti gli americani, di qualsiasi razza, età o colore. Le loro scuole forse non saranno un granché, come diciamo noi europei, ma certi valori riescono a inculcarli in modo indelebile, a tutti.
D’altro canto, il comportamento dell’amministrazione, pur nel continuo mutare delle giustificazioni palesi, è sempre coerente con i principi etici espressi dal presidente la sera dell’11 settembre, tradotti poi nel discusso documento sull’azione preventiva. Il bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2003 è stato aumentato, nonostante la stagnazione dell’economia e l’esigenza dichiarata di incentivarla attraverso sgravi fiscali, di un’entità pari alla somma dei bilanci militari di Italia e Germania messi assieme. Il Congresso ha approvato la richiesta dell’esecutivo, e nessuno ha protestato. La politica spaziale è stata rilanciata con il concetto di milspace, spazio militare, dando la precedenza a quest’ultimo tipo di attività e addattando allo scopo anche alcuni programmi della Nasa, la cui struttura è di fatto militarizzata attraverso l’Aeronautica, cui fa capo il controllo diretto di ogni attività di lancio e dei programmi spaziali delle altre forze armate. La politica spaziale è emanata direttamente dal presidente, che la controlla attraverso dieci specifiche Commissioni di settore. La dottrina aerospaziale è in corso di aggiornamento, con le priorità stabilite dal cosiddetto «Rapporto Rumsfield». Si tratta di conseguire in tempi relativamente brevi il controllo totale dello spazio, attraverso il raggiungimento di capacità globali in una serie di attività diverse, ma concorrenti all’obiettivo. Sono di fatto sette grupppi di attività, sintetizzabili in capacità di localizzazione e navigazione precisa, protezione dei mezzi spaziali, sorveglianza dallo spazio e nello spazio, garanzia di accesso allo spazio in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione di emergenza, quindi nuove iniziative per incrementare le capacità di lancio e capacità di rifornire satelliti in orbita. Sono già stati attivati, sulla Base Aerea di Shriever in Colorado, due Guppi dedicati allo space control, con la missione di studiare, riprodurre e sperimentare i mezzi di contrasto spaziale dei potenziali avversari e di sperimentare modelli e prototipi per la guerra nello spazio, conseguendo in tempi brevi la certezza della superiorità. L’intelligence è stata razionalizzata, unificando nel Dipartimento per l’Homeland Defense di Tom Ridge i 22 enti federali o statali che prima se ne occupavano, consentendo così l’analisi in rete di tutte le fonti e disseminando con immediatezza l’informazione necessaria ai livelli operativi. Information technology, network centric warfare e impiego estensivo di Forze Speciali, ovvero la capacità di far circolare in tempo reale ordini e informazioni consentendo un’azione coordinata e immediata, sono i tre derivati tecnologici che hanno consentito di modificare le dottrine e le tattiche aeroterrestri, come si è sperimentato in Afghanistan e applicato in Iraq.
Avere una leadership eticamente motivata significa per i cittadini, in uniforme o in borghese che siano, ottenere risposte motivate e motivanti all’interrogativo più angosciante dopo l’11settembre. «Come potranno gli Stati Uniti difendersi dall’Ignoto, dall’Invisibile e dall’Inatteso?». Rumsfield, che non sempre riesce a essere il più simpatico tra i membri dell’Esecutivo, in questo caso ha dato al presidente Bush una buona mano nel predisporre risposte rassicuranti, e persino convincenti. Ancora più convincenti sono state le azioni già avviate, e soprattutto i successi che, almeno sotto l’aspetto militare, sono stati sinora conseguiti. Ecco, allora, nascere quella cosiddetta «rivoluzione del pensiero militare» che viene accreditata al ministro della Difesa. Gli americani e i loro capi militari hanno così dovuto accettare coalizioni che cambiano, forse non amate, comprendere l’eticità intrinseca degli attacchi preventivi, sapendo che l’opinione pubblica mondiale e le organizzazioni internazionali non approveranno, prepararsi a un nuovo tipo di guerra, di cui quella condotta dalle forze armate è solo una componente. Occorre coraggio e determinazione. Una risposta positiva alla domanda dei cittadini c’è, dice l’esecutivo, purché l’America acquisti una supremazia tale che il presidente degli Stati Uniti non si trovi mai più nelle condizioni di dover scegliere se proteggere i propri cittadini in patria o gli interessi nazionali e i propri soldati oltremare. È necessario poter fare entrambe le cose contemporaneamente, dichiarando pubblicamente falso l’assunto seducente, fatto proprio farisaicamente dagli europei, che si possa razionalizzare e rendere più efficiente un sistema qualsiasi, e parallelamente ridurre le risorse a esso devolute. È anche, purtroppo, il caso dell’Italia, a prescindere dai governi in carica. Ho già fatto accenno al biancio militare Usa per il 2003, ma va anche aggiunto che nel quinquennio, l’obiettivo è incrementare del 47% i fondi per le basi militari in patria e all’estero, del 157% quelli per i programmi destinati a neutralizzare i santuari del terrorismo, del 21% per la proiezione delle forze a lunga distanza in aree ostili, del 125% per l’informatica militare e l’information technology, del 28% per l’attacco ai mezzi informatici avversari e la protezione dei propri, e, infine, del 145% per consolidare, secondo la dottrina che abbiamo già visto, la capacità anche militare degli Stati Uniti nello spazio. La trasformazione, spiega Rumsfield, è un processo continuo, non è un evento isolato o isolabile nel tempo, e necessiterà sempre di aggiornamento se gli Stati Uniti vorranno mantenere la leadership. È importante quindi anticipare gli eventi, essere creativi, non solo reattivi, non attendere che le minacce si sviluppino e siano «certificate», ma, accettando rischi di impopolarità, immaginarle immedesimandosi nel modo di pensare dell’originatore e predisporre mezzi adatti alla deterrenza e alla dissuasione. Dove questo binomio non funziona, colpire per primi. Questo, piaccia o meno, significa per le forze armate e per i cittadini americani, che in emergenza diventano tutti disciplinati soldati, avere una leadership eticamente motivata come quella di Bush.
Ciò detto, va anche riconosciuto che ciò che luccica non è tutto oro e che nella società americana ci sono alcune opacità che da noi sarebbero assai poco accettabili. Mi limito a fatti che, afferenti in qualche modo al nostro problema, ho visto, annotato e notato in prima persona, o attraverso fonte credibile. Dopo l’11 settembre sono stato a New York e a Washington, che non sono certo tutta l’America, in occasioni e con scopi diversi, incontrando famiglie, elementi tra il popolo, studenti e professori di due università e membri delle istituzioni. Si tratta indubbiamente di una popolazione assai variegata, che cerca di ritrovare una propria normalità anche se «l’attacco all’America» li ha marcati indelebilmente. Credono perché hanno bisogno di credere, per fede propria o perché «pesantemente» aiutati dalla pressione dei media o dal continuo richiamo al pericolo da parte dell’esecutivo. In questa unanime professione di fede, non è tuttavia raro trovare qualche disorientamento, specie nelle università o tra il popolo minuto. Mai nelle istituzioni, e mai a decisioni già prese. Tra i nuovayorkesi ho trovato forse i più convinti, perché generalmente le loro perplessità presentano una natura diversa rispetto a quelle che ho trovato nella capitale. Mentre noi, che veniamo d’oltre oceano, aggirandoci sulla vuota piattaforma di ground zero ci domandiamo se stiamo posando i piedi sulla base di un nuovo miracolo americano, o piuttosto sul coperchio di una tomba che sigilla un vecchio mito, loro no, non hanno dubbi. Loro sono capaci di esprimere fiducia e meraviglia per ciò che è accaduto. Perché proprio a noi? Non siamo forse quelli buoni, quelli che liberano il mondo dalle dittature e dalla fame, quelli che portano ovunque ordine e democrazia? Non siamo noi quelli che, per questi nobili scopi, hanno bagnato del proprio sangue ogni landa e sotterrato i propri figli nei cimiteri di guerra di tutto il mondo? Hitler, Mussolini, Noriega, Milosevic, il collasso dell’Unione Sovietica, il crollo del regime dei talebani e di quello di Saddam, non sono esempi sufficienti per farci dire dal mondo intero «grazie, America»? Nel loro tipo di mentalità, ben coltivata e radicata, altri pensieri non hanno alcuna possibilità spontanea di emergere. L’idea che misurare con un unico metro e con una buona dose di ingenuità Paesi con culture diverse, per i quali i valori dell’Occidente non sempre sono all’apice delle aspirazioni, possa allontanare tavolta riconoscenza e simpatia per lasciare il posto a un risentimento profondo, è un pensiero che non li può nemmeno sfiorare. D’altra parte, mi diceva un amico che vive e lavora là, è proprio la carenza di cultura generale il tallone d’Achille, o forse la salvezza, dell’americano medio.
I media non fanno nulla per migliorare la situazione e, semmai, la accentuano. Durante la guerra contro il regime di Saddam le televisioni hanno letteralmente bombardato i cittadini sul pericolo delle armi di distruzioni di massa irachene, sulla malvagità degli sciiti e sul supporto dato al terrorismo arabo, senza mai un cenno sulla tolleranza religiosa della popolazione, sull’alto tasso di laicità, sui tesori artistici, sull’antica e nuova cultura, sulla partecipazione delle donne allo svolgersi quotidiano della vita sociale. I vicini di casa del mio conoscente, classica coppia puritana di impiegati del ceto medio, bancari con due figli, villetta, doppia auto e pick-up per i week-end, hanno trasecolato increduli quando hanno saputo che a Bagdad e Bassora vivono indisturbati migliaia di cattolici e che, oltre all’invocazione del muezzin, di domenica non è insolito svegliarsi al suono delle campane. E le armi di distruzione di massa? «Se Bush ha detto che ci sono, vuol dire che lui sa qualcosa che non può farci sapere». A Washington sono stato abbastanza di recente, poche settimane prima dell’inizio della guerra. Sulle televisioni imperversavano alternativamente Tom Ridge, capo del neonato Homeland Defense Department, Tenet, capo della Cia, e Rumsfield, ministro della Difesa. In pieno stato arancione, i quotidiani sciorinavano ogni giorno in una pagina il decalogo per salvarsi dalle armi di distruzione di massa, e in quella successiva le esortazioni perché si continuasse la normalità della vita. Ho trovato la gente confusa. «È come se ci raccomandassero di difenderci dai fulmini!», mi ha confessato l’usciere dell’albergo. All’università, in un seminario con gli studenti e in una tavola rotonda con i professori, ho trovato dubbi ancora più espliciti. L’impressione, qui, è stata quella della vigilia di una guerra ormai attesa come la liberazione da un incubo, che tutti ormai sono rassegnati a combattere, ma di cui nessuno si dimostrava entusiasta. Certo combatteremo, dicevano, peccato che questa volta non ci sia ancora stato spiegato bene il perché. Forse è proprio questo il motivo per cui, per la prima volta, i bravi cittadini americani mi sono sembrati più disciplinati che convinti. Poi, finalmente, l’attacco liberatorio c’è stato e tutti, cittadini e soldati, sono diventati d’incanto veri credenti, senza troppe domande e senza condizioni. La leadership è credibile, fornisce i mezzi necessari e indica, ancorché in termini assai generali, gli obiettivi. E loro, disciplinatamente, credono, combattono e vincono. Così anche questa volta l’America, al di là dei saggi di Kagan o delle teorie imperiali di Kaplan, ha vinto militarmente, e su questo, credo, solo pochi avevano dei dubbi. Ma questa guerra, lo aveva detto Bush sin dall’inizio, non è guerra fatta solo di cingoli, mimetiche, elmetti e bombe intelligenti. È «guerra totale», dove coloro che stimano la vita umana al di sopra di ogni altro bene devono prevalere sui «martiri» di un utopia. Se le autobombe da un lato e le puntigliose rigidità dall’altra non fermeranno ancora una volta il processo di pace, si potrà dire che le cosiddette «guerre di Bush» stiano già producendo i primi effetti salutari, almeno sul Medio Oriente. Iran e Siria dimostrano di aver recepito il messaggio, come pure alcune fazioni di Arabia Saudita, Yemen e Sudan. Europa, Russia, Onu e Stati Uniti hanno tracciato un percorso che l’America si è impegnata a tutelare, come da più parti si richiedeva, e gli attori principali stanno dialogando. Certo, il terrorismo non si è estinto, ma senza supporto non potrà che avere vita difficile. Se anche l’Onu verrà riformato e il mondo libero, Europa compresa, saprà darsi un ruolo maggiormente propositivo, ecco che le «democrazie che credono» nei loro valori fondanti potranno di nuovo unirsi in un unico grande Occidente, che avrà l’oceano Atlantico come legame comune. Personalmente, spero che ciò possa avvenire abbastanza presto. Se non altro, per poter essere ancora tra coloro che, per l’ennesima volta nella nostra epoca, alla fine di ogni consueta recriminazione, si riuniranno per rendere grazie all’America!

 

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