
Principi etici e valori religiosi hanno sempre avuto un ruolo cruciale per la coesione e l’efficienza delle Forze Armate, anche presso i popoli più secolari. Il sacro non è esterno a nessuna società, ma ne costituisce al contrario una manifestazione. Come afferma Emile Durkheim, esso rappresenta con simboli la stessa forza e autorità collettiva, nonché la trascendenza del corpo sociale e della nazione nei riguardi dei singoli individui. Ciò è valido anche in Occidente, soprattutto per gli Stati Uniti che, a differenza dell’Europa, non hanno perduto quella religiosità «diffusa» che - assieme a un radicato senso etico, evidente in modo particolare a livello delle élites - costituisce parte della tradizione e della cultura politica americana, sin dai Padri fondatori. Tale connubio tra etica e religione non significa che vi sia confusione fra le due. Lo Stato è religiosamente neutro e non favorisce nessuna religione particolare. La società ha laicizzato valori e credenze che, inizialmente, facevano parte della sfera religiosa dei Padri Pellegrini. Ne risulta una sfera pubblica che comprende un elemento di fede civile, indipendentemente dalle particolarità religiose della varie Chiese presenti - in concorrenza accanita tra di loro - nella società americana. La religione civica americana - misto di fede e di laicità - si fonda in definitiva sul rispetto e sull’assoluta separazione fra la politica e le fede, ma al tempo stesso sulla loro fusione. Ne è espressione la frase God bless America con cui si conclude ogni discorso presidenziale alla nazione. Tale convergenza fra separazione e fusione costituisce l’originalità dei rapporti fra il politico e il religioso negli Stati Uniti. Essa si è manifestata chiaramente nelle due «crociate» delle guerre mondiali, e anche nella reazione agli attentati dell’11 settembre: la mobilitazione nazionale efficacemente suscitata dal presidente Bush si è nutrita del richiamo ai valori profondi della tradizione etico-politica americana, tra cui quelli religiosi - più di derivazione biblica che evangelica. D’altronde, lo spirito di crociata, assieme al senso di eccezione, di missione, di manifest destiny, costituisce parte essenziale della mitologia nazionale americana - fattore di coesione, di patriottismo e di assimilazione di cittadini appartenenti a etnie e culture diverse. Tali miti si traducono in forze che mobilitano le enormi energie degli Stati Uniti. Essi ne informano la stessa politica interna ed estera e rappresentano un elemento cruciale per il morale e la motivazione delle Forze Armate.
A differenza di quanto avvenuto nella più secolarizzata Europa, Dio non ha abbandonato gli Stati Uniti, il loro popolo, le loro strutture pubbliche. Ciò si riflette nelle differenze talvolta profonde tra il Vecchio Mondo e il Nuovo: il dinamismo americano è reso possibile dall’esistenza di radicati valori e principi e di una religiosità di base, la cui scomparsa spiega invece la staticità dell’Europa. Gli americani hanno conservato i riferimenti propri dell’etica protestante, puritana e calvinista, che Max Weber ha individuato come le radici del capitalismo moderno. Essi lavorano il 20% di più della media europea. Se sono poveri rimproverano se stessi e non lo Stato, come hanno invece tendenza a fare i loro «cugini» d’oltreoceano. Dalla religione e dalla buona coscienza deriva anche l’ottimismo americano. Di fronte a un problema gli Stati Uniti ne ricercano una soluzione a qualsiasi costo, poiché sono persuasi che una soluzione ci sia e che basti darsi da fare per trovarla e attuarla. Gli europei invece - dopo essersi scannati per secoli, aver dominato il mondo e aver distrutto la loro egemonia mondiale con le due grandi guerre del Ventesimo secolo, che in definitiva sono state guerre civili europee - sono più cinici e materialisti, meno combattivi e più portati ad attribuire agli altri le proprie responsabilità che ad assumersele. Scettici, cauti e invecchiati, essi tendono a convivere con i problemi più che a risolverli; hanno un minor gusto del rischio. Il modello sociale europeo - il cosiddetto capitalismo renano - è teoricamente progressista; in pratica è invece statico ed egoista nei confronti delle nuove generazioni, che sono penalizzate per mantenere i privilegi di quelle più anziane. Questo nonostante il fatto che la globalizzazione economica non permette più di perpetuarli. In Europa il presente è spinto dal passato; in America, esso è trainato dal futuro. L’Europa predilige la solidarietà e la redistribuzione, mentre l’America persegue la libertà e la crescita. Se riesce a farlo mantenendo una sufficiente coesione sociale, ciò è dovuto proprio al radicamento profondo del sentimento religioso nelle sue élites, le cui manifestazioni sono spesso interpretate in Europa come forme di ipocrisia, volte a mascherare con i massimi principi il perseguimento di interessi più terreni e materiali.
Più che di religione, negli Stati Uniti si dovrebbe parlare di religiosità. I rivoluzionari americani erano imbevuti di fede cristiana. In nove dei primi tredici Stati, la Costituzione faceva riferimento al cristianesimo e solo i protestanti potevano occupare cariche pubbliche. Tale discriminazione fu abolita solo dopo la guerra di secessione. Oggi, nella Costituzione americana l’unico riferimento alla religione è nel 3º emendamento, che sancisce l’assoluta libertà religiosa. Di fatto, esistono ufficialmente una grandissima tolleranza e un deismo diffuso, propri dei fondamenti culturali delle logge massoniche che tanta importanza hanno avuto in tutta la storia degli Stati Uniti. Tra le varie Chiese domina nello spirito pubblico americano l’influsso di quelle evangeliche, le cui strutture non gerarchiche ma fondate sui rapporti di collaborazione e sul volontariato hanno influenzato profondamente gli atteggiamenti politici delle élites, specie di quella Wasp della East Coast. Ma anche la Chiesa cattolica americana ha una crescente influenza. Basti considerare gli enormi finanziamenti che vengono dati alle università cattoliche dalle fondazioni e dagli istituti più tradizionalisti e conservatori (come la Heritage Foundation). Essi considerano il cattolicesimo un essenziale strumento di assimilazione e americanizzazione delle masse di immigrati centro-americani (hispanos o latinos). L’elettorato cattolico è più democratico che repubblicano; tuttavia, presidenti come Ronald Reagan e Gorge W. Bush jr. hanno blandito più i cattolici (e oggi, il secondo, anche i musulmani) di quanto abbiano fatto o facciano nei riguardi della New Christian Right, che pur costituisce lo «zoccolo duro» del loro elettorato. Lo hanno fatto verosimilmente perché danno per scontato il consenso elettorale di quest’ultima e perché devono conquistare il supporto della fascia intermedia dell’elettorato, che potrebbe essere spaventata da un’eccessiva influenza degli elementi più radicali e fondamentalisti delle varie fedi religiose, in particolare di talune sette protestanti che, in fatto di fanatismo, non hanno nulla da invidiare agli islamisti più accesi. La religiosità che pervade la società americana, come accennato, ha ripercussioni notevoli anche sulle Forze Armate, braccio indispensabile della leadership americana nel mondo, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per comprendere maggiormente la realtà americana e gli influssi sulle Forze Armate di tali incessanti richiami alla morale, ai principi, alla giustizia e alla mistica dell’eccezionalità della missione degli Stati Uniti - a cui poi fanno riscontro un notevole pragmatismo e spesso una vera e propria brutalità che urta grandemente i «delicati» europei - occorre ricordare che realismo e morale si sono quasi sovrapposti nella politica estera americana, soprattutto a partire dalla seconda guerra mondiale. Ne sono dimostrazioni il Piano Marshall, la ricostruzione dell’Europa e gli sforzi profusi per la sua integrazione e per la sua difesa dall’espansionismo sovietico.
Tale sovrapposizione scomparve con la guerra del Vietnam. Ciò ebbe profonde conseguenze sulle Forze Armate. Occorre ricordare che la «spina dorsale» della fanteria americana fu in Vietnam la Chiesa cattolica, anche per l’appoggio dato al primo presidente cattolico degli Stati Uniti - John Kennedy - e ai parlamentari democratici eletti nelle periferie «latine» delle metropoli statunitensi. I cappellani cattolici svolsero un’importante funzione per tutta la guerra. La disfatta subita (o almeno la sensazione di disfatta, dato che recenti studi dimostrano che l’intervento Usa in Vietnam ebbe un impatto complessivamente stabilizzante per il Sud-est asiatico; ma questa è un’altra storia) provocò una reazione di senso contrario. Essa culminò in un episodio curioso, che può anche far sorridere: l’assalto guidato da uno scalmanato frate francescano al sommergibile nucleare lanciamissili Jesus Christ. Egli riteneva blasfemo il nome dato a tale «strumento di morte», che in realtà prendeva il nome da una città americana, come tutti i sottomarini della US Navy. Nello stesso periodo una bozza di lettera pastorale dei vescovi americani dichiarava l’immoralità della dissuasione nucleare, essenziale invece per la sicurezza degli Stati Uniti e dell’intero mondo libero, rischiando di provocare notevoli tensioni fra l’establishment americano e il cattolicesimo. Per fortuna, l’intervento di Giovanni Paolo II la evitò. Il Papa polacco agiva in perfetta intesa con un grande presidente americano, Ronald Reagan, che cercava di ridare agli Stati Uniti fiducia in loro stessi, di ripristinare gli antichi valori e certezze e di dare la spallata definitiva (in questo ben aiutato da Mikhail Gorbaciov) all’Urss e a uno dei regimi più orribili dell’intera storia umana: il comunismo sovietico. La lettera del Papa alla Sessione speciale dell’Onu sul disarmo del giugno 1982, che sottolineava l’accettabilità della dissuasione nucleare, fu uno dei momenti politicamente più significativi e storicamente più alti del pontificato di questo grande Papa.
La religione è sempre stata un fattore di coesione di tutti gli eserciti e la base della stessa identità di intere nazioni. Basti ricordare la Polonia o la Croazia, ma anche l’Italia. Negli Stati Uniti assume aspetti particolari proprio per la coesistenza di diverse fedi. Come si è ricordato, è da sottolineare l’importanza del cattolicesimo soprattutto per la fanteria americana - arma che corre i maggiori rischi, anche attualmente nel periodo che Edward Luttwak ha denominato di «guerra post-eroica» o «a zero morti». La fanteria americana è essenziale per il controllo e la pacificazione del territorio anche negli attuali tempi della guerra tecnologica e della Network Centric Warfare. E nella fanteria americana la percentuale di cattolici è decisamente superiore alla media nazionale (in Vietnam tale percentuale aveva superato il 40% rispetto a meno di un 25% di cattolici nella popolazione americana). L’esercito viene infatti considerato dai nuovi immigrati come un mezzo di promozione sociale. L’influenza che attualmente esercita nella vita pubblica americana la cerchia dei cosiddetti new-conservatives - tra i quali figurano alcuni dei più stretti collaboratori del presidente Bush - è un’ulteriore riprova dell’importanza del fattore etico e di quello religioso in America. I «neocons» sono fautori di una politica ispirata ai valori morali della più nobile tradizione americana - in politica estera, quello che Kristol ha definito «internazionalismo genuinamente americano», cioè una sorta di idealismo pragmatico che mira ad affermare i valori americani come libertà e democrazia, nella convinzione che rendere il mondo un posto migliore sia non solo nell’interesse degli Stati Uniti, ma costituisca anche un loro dovere e un diritto, associato alla supremazia americana e alla missione degli Stati Uniti nel mondo. Cosa significano i continui richiami all’etica e alla religiosità per le Forze Armate americane? Essi sono estremamente importanti, poiché esiste una convergenza fra i valori che determinano la coesione e l’efficienza militare, e quelli propri della religione. Non per nulla, in tutti i Paesi - sia cattolici che protestanti - l’andamento delle domande di reclutamento nelle accademie militari è sempre stato parallelo a quello delle domande di accessione ai seminari e ai corsi di teologia. Le religioni si basano sempre sull’affermazione di valori etici (e spesso identitari - vedasi a tale riguardo il volume La nazione scritto dal Direttore di Civiltà Cattolica, Padre Messineo nel 1944, quando il Vaticano temeva che l’occupazione dei «protestanti» anglo-americani avrebbe indebolito lo «zoccolo duro» cattolico della società italiana) per l’appunto come gli eserciti. Il «controllo oggettivo interno» - cioè la sublimazione del professionismo militare sostenuta da Samuel Huntington alla fine degli anni Cinquanta (The Soldier and the State) - è il fulcro dell’etica militare. Solo con esso sono possibili efficienza, coesione e aggressività e al tempo stesso subordinazione e obbedienza alle istituzioni democratiche. L’esercito non è appeso nel vuoto. È un prodotto della società che lo esprime. Anche nella società più democratica, permissiva e materialista, la sua coesione si fonda su valori come «onore», «dovere», «sacrificio»; «Dio», «Patria», «famiglia» e così via, che costituiscono riferimenti etici, molto simili a quelli della tradizione del bonus miles Christi, che da San Tommaso in poi fa riferimento alla categoria teologica della Carità, e che è ben diverso dal «soldato di pace», molto di moda nella retorica di oggi e che del vero soldato costituisce spesso una ben misera caricatura.
La capacità combattiva dell’esercito dipende dal senso di missione e dagli ideali che i capi politici riescono a instillargli, nonché dalla compatibilità fra i valori della società e quelli dello stesso esercito che essa esprime. Se tale compatibilità non esiste, l’esercito si trova frustrato, marginalizzato e diviso. La sua efficienza bellica dipende dal fatto che deve essere un organismo autoritario anche nella società più democratica. Se così non fosse non sarebbe in grado di garantire l’immediata esecuzione degli ordini in operazioni; i soldati non accetterebbero rischi, fatiche e privazioni. Non solo: la lotta politica interna penetrerebbe nelle Forze Armate, frantumandole in «cordate» contrapposte, in competizione fra di loro per la carriera e per il potere e collegate tutte - più o meno direttamente - ai vari gruppi politici, lobbies e correnti proprie di ogni società pluralistica. È un aspetto essenziale, già ben illustrato da Alexis de Tocqueville nel suo saggio sulla democrazia in America. I riferimenti religiosi ed etici svolgono in questo senso un ruolo cruciale, rendendo possibile la coesistenza tra il sistema militare e la società democratica, mentre il senso di essere dalla parte della giustizia e di avere una missione divina da assolvere consolida la coesione e la disciplina. In realtà si tratta di un fatto ricorrente nella storia militare. Tutti hanno sempre cercato di arruolare Dio, la giustizia e il destino sotto le proprie bandiere. Non l’hanno fatto solo per propaganda, ma anche perché la disciplina e il morale militari hanno sempre un riferimento etico anche nell’era del professionalismo più spinto e persino nelle unità mercenarie, come i «picchieri» svizzeri dell’inizio dell’era moderna. Se la religiosità diffusa, come affermato sin qui, è sempre stata un fattore di coesione sociale e di efficienza militare, nel caso degli Stati Uniti, essa si unisce alla buona coscienza, alla convinzione di essere nel giusto, di essere i «migliori», nonché alla persuasione di avere una missione da svolgere per migliorare il mondo. Uno dei motivi della saldezza, dell’efficienza e della stessa professionalità delle forze americane è in definitiva il fatto che la loro leadership politica si richiama costantemente a riferimenti etici e religiosi. L’effetto non è molto diverso da quello dell’etica del lavoro e della responsabilità che fa sì che gli americani - come prima ricordato - lavorino più di un quinto degli europei e riescano a mantenere le basi di un patriottismo che sembra ormai scomparso nella materialistica e cinica Europa.