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La distruzione creativa

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Liberal Numero 19 - Agosto/Settembre 2003
 

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Quando s’installarono alla Casa Bianca e nei ministeri di Washington, dopo la vittoria di George W. Bush nelle elezioni presidenziali del novembre 2000, i neoconservatori della nuova amministrazione erano noti per una sorta di allergia intellettuale a qualsiasi coinvolgimento americano in operazioni di nation building. Volevano far capire al mondo che l’America, d’ora in poi, avrebbe fatto uso del suo potere e imposto, all’occorrenza, la sua volontà. Ma non erano disposti a lasciarsi intrappolare in iniziative missionarie di educazione democratica e polizia internazionale. Per molti mesi, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, la «guerra al terrorismo» venne formulata e argomentata infatti esclusivamente in termini militari. In Afghanistan, dopo il crollo del regime talebano, l’amministrazione lasciò agli europei, con ostentata indifferenza, il compito della ricostruzione politica del Paese. Interpellato, durante una conferenza a Washington, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld disse che gli Stati Uniti si sarebbero limitati ad addestrare un esercito afghano, composto da 70 mila uomini, e dette la sensazione di pensare che una forza militare, verosimilmente formata con i rappresentanti di gruppi etnici che si erano combattuti sino a quel momento, sarebbe bastata a sostenere sulle proprie spalle uno Stato nuovo. In bocca al rappresentante di un Paese che ha sempre sostenuto la preminenza del potere civile sul potere militare, l’affermazione mi sembrò alquanto sorprendente. Poi, improvvisamente, nel mezzo della crisi che precedette la guerra irachena, l’amministrazione Bush dichiarò che il principale obiettivo della politica americana non era soltanto l’eliminazione di un pericoloso avversario, ma il «cambiamento di regime» e la creazione di un Iraq democratico. Fu detto che l’avvento della democrazia in un Paese importante del Medio Oriente avrebbe avuto l’effetto di avviare il rinnovamento politico dell’intera regione. Non tutti i rappresentanti dell’amministrazione si sono espressi con altrettanta fiducia. Più recentemente, in un lungo articolo pubblicato dal Wall Street Journal (Core Principles for a Free Iraq, 27 maggio 2003), Donald Rumsfeld ha scritto, tra l’altro: «Per la transizione verso la democrazia ci vorrà tempo e la strada non sarà sempre facile. In Europa centrale e orientale il processo ha richiesto tempo, ma sta producendo buoni risultati. Occorrerà provare e riprovare, sbagliare e correggere. Non sarà perfetto. Le correzioni di rotta sono al tempo stesso prevedibili e necessarie. Se vogliamo che l’operazione vada in porto, lo sforzo esigerà la pazienza di tutti gli interessati». Queste sono considerazioni realistiche, scritte da un uomo politico che non sembra animato da spirito missionario e a cui preme soprattutto che l’Iraq sia bene amministrato, con il massimo possibile coinvolgimento dei notabili più intelligenti e moderati. Ma in altri ambienti americani il cambiamento di regime a Baghdad è ancora percepito e presentato come il primo segnale di una grande scossa, destinata a demolire le strutture cadenti dell’Ancien Régime arabo-islamico. È probabile che l’obiettivo del rinnovamente democratico sia stato appiccicato sulle originali intenzioni dell’amministrazione per meglio ottenere il consenso degli amici e degli alleati. Ma la convinzione che l’America debba diffondere il verbo e condurre i popoli sulla retta via è troppo radicata nella sua cultura politica perché i riferimenti alla democrazia debbano essere considerati puramente strumentali. In una conversazione con Alan Murray del Wall Street Journal, Condoleezza Rice, consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, ha detto: «Mi sembra una buona cosa che la maggiore potenza del mondo abbia i valori propri degli Stati Uniti. Provate a immaginare che cosa sarebbe accaduto se la guerra fredda fosse stata vinta dall’Unione Sovietica. Avremmo, come principio organizzativo del mondo, una scala di valori alquanto diversa». E Murray, dal canto suo, osserva: «È ormai chiaro che il presidente Bush, un tempo temuto come isolazionista, aspira a rifare il mondo con un programma capace di rivaleggiare, per ambizioni, ampiezza e idealismo, con quelli di Harry Truman e Woodrow Wilson». È meglio quindi non prendere sottogamba le dichiarazioni americane anziché chiederci se il rinnovamento democratico dei regimi arabo-musulmani sia possibile e desiderabile.
Il maggiore problema che il mondo islamico sta cercando di affrontare e risolvere dalla fine della seconda guerra mondiale è quello della propria modernizzazione. Quasi tutti i tentativi, da Reza Pahlevi in Iran al Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria, sono falliti o hanno dato risultati mediocri. Ma gli americani commetterebbero un errore se dimenticassero che il regime di Saddam Hussein non fu soltanto poliziesco, brutale e repressivo. Fu anche la via nazional-socialista alla modernizzazione del Paese e produsse effetti apprezzabili: buone infrastrutture, un servizio sanitario non privo di aspetti moderni, un sistema educativo assai più laico e avanzato di quello della maggior parte dei Paesi musulmani. Saddam perseguì ambizioni nazionali che avrebbero sconvolto gli equilibri della regione ed eliminò spietatamente i suoi nemici. Ma gli americani faranno bene a ricordare che i principali nemici del leader iracheno furono il secessionismo curdo e il tradizionalismo religioso sciita, vale a dire due forze che intralciavano obiettivamente il suo progetto modernizzatore. Non basta. Chiunque cerchi di instillare nella regione dosi crescenti di democrazia occidentale dovrà anzitutto constatare che la modernizzazione islamica è stata ed è tuttora, pressoché ovunque, fortemente autoritaria, e dovrà quindi interrogarsi sulla causa del fenomeno. Ingordigia dei leader e delle loro clientele? Ignoranza delle masse? Forse. Ma potrebbero esservi altre ragioni, più antiche e culturali, di cui sarebbe rischioso negare o sottovalutare l’importanza. Tanto per intenderci: se la democrazia offre alle forze più tradizionaliste l’occasione per conquistare il potere (come in Algeria nel 1992), siamo davvero sicuri che il sistema democratico sia il migliore dei sistemi possibili? Gli avvocati della democratizzazione del Medio Oriente dispongono tuttavia di un argomento semplice, ma efficace; possono sostenere che i regimi autoritari del mondo islamico sono stati orribilmente repressivi o, nella migliore delle ipotesi, inefficienti. E possono ricordare che i grandi cambiamenti storici sono spesso il risultato di bruschi rivolgimenti. Mohammed Alì non avrebbe modernizzato l’Egitto se il generale Bonaparte non fosse sbarcato nei pressi di Alessandria il 1° luglio 1798. Il Giappone non avrebbe accettato la riforma Meiji se il commodoro Perry non avesse forzato il porto di Edo e sfacciatamente violato tutte le regole del protocollo imperiale. Kemal Atatürk non avrebbe modernizzato la Turchia se gli inglesi non avessero sconfitto l’Impero Ottomano. È possibile, quindi, che la guerra irachena sia, come altri traumi storici, una forma di «distruzione creativa» e produca in ultima analisi la democratizzazione del Medio Oriente. Ma il percorso, di qui ad allora, non sarà né prevedibile né governabile. E produrrà probabilmente lungo la strada molti «danni collaterali» di cui gli Stati Uniti saranno i primi a dolersi.

 

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