La grande distanza che separa il cristianesimo e l’Islam, che sin dall’iniziò comportò un violento confronto, risale all’era precapitalsta. Il Sesto secolo - quando l’Islam è sorto - è precedente all’avvento del liberalismo politico e all’elaborazione della scienza economica, uno sviluppo per il quale avremmo dovuto attendere ancora quasi un millennio. È precedente anche al sorgere del benessere di massa, reso possibile dalla funzione sociale dell’imprenditorialità e dal processo di accumulazione del capitale. È generalmente riconosciuto che in un simile mondo la prosperità fosse un gioco a somma zero: quanto un gruppo o un Paese possedeva era il risultato di una sottrazione, e l’unico modo di conseguire un progresso economico in quel mondo non poteva che essere a discapito di altri. All’interno di questa struttura, l’Islam era generalmente considerato una religione di conquista, e anche il potere temporale della Chiesa condivideva lo stesso spirito. Le grandi guerre di religione si spiegano in parte anche con la non conoscenza delle possibilità offerte dalla cooperazione mediante il governo democratico, dallo scambio culturale e dal commercio internazionale. Gli ideali di sussidiarietà e di solidarietà erano già presenti, ma il mondo ha dovuto attendere secoli perché fossero praticati.
Durante i successivi dieci secoli fecero la loro comparsa due grandi istituzioni che accrebbero i benefici sociali derivanti dalla cooperazione umana e diminuirono la dipendenza dalla violenza, in quanto mezzo per il raggiungimento di determinati fini: il decentramento del potere politico e l’accumulazione del capitale come base della moderna vita economica. In seguito all’emergere di queste due grandi pilastri della modernità si fece strada l’intuizione liberale - che si radicò dapprima nell’Occidente - che le differenze nazionali, religiose, etniche e linguistiche non dovessero condurre necessariamente alla guerra. La cooperazione tra popoli e gruppi radicalmente diversi è possibile attraverso lo scambio e la cooperazione. Come conseguenza di tale intuizione, che definitivamente assume le parole di Gesù relative alla distinzione tra Dio e Cesare, oggi viviamo in un mondo molto diverso rispetto a quello di 1500 anni fa. Viviamo in un’epoca di benessere sconosciuto e insperato in tutto il corso della storia, un’epoca nella quale i vantaggi materiali della libertà, dell’auto-governo e dell’intrapresa commerciale globale sono sotto gli occhi di tutti, anche se non tutti sembrano vederli. Esistono forze fondamentaliste tanto tra i musulmani quanto tra i cristiani che credono tutt’ora che le differenze religiose conducono necessariamente a conflitti politici e a inevitabili guerre. Sono convinti che le differenze religiose debbano condurre a uno scontro di civiltà che culminerà con il dominio di un solo potere ormai vittorioso. Ebbene, ritengo che ciò non sia un esito necessario. L’essenza dell’ideale liberale è che la cooperazione umana e la pace siano possibili anche tra persone tanto diverse come i cristiani e i musulmani.
In seguito alla guerra e alla caduta di Saddam Hussein, ci troviamo di fronte un’inedita opportunità per comprendere in modo più appropriato il rapporto tra Occidente e Islam, attraverso lo scambio e il dialogo sulla base della libertà e della democrazia. Sotto certi aspetti, tale dialogo è più avanzato in Europa, dove la stessa vicinanza impone una comprensione reciproca. Molti europei, tuttavia, ritengono che gli americani siano incapaci di prendere parte a un tale dialogo e che, invero, stiano favorendo il perpetuarsi di un conflitto del tutto inutile. Gran parte della «vecchia Europa» si è opposta alla guerra e avverte come una minaccia l’affermazione del potere militare americano e le conseguenze di una tale egemonia. Se da un lato è indubbio che gli eventi dell’11 settembre hanno fatto emergere in America un intenso sentimento antislamico, dall’altro gli Stati Uniti non desiderano in alcun modo entrare in guerra con l’Islam. L’ampio favore dell’opinione pubblica nei confronti della guerra contro i talebani in Afghanistan e contro Saddam Hussein in Iraq, è fondato prettamente su specifiche gravi offese compiute da quegli Stati. Ciò che dovrà prevalere nel lungo periodo, piuttosto che l’antica idea di conflitto, è la nozione più moderna di società umana che affonda le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana.
L’Occidente è l’esito di un ampio ventaglio di idee fondamentali che nel corso dei secoli si sono raffinate e sviluppate. Tale ventaglio comprende la dignità dell’individuale persona umana; una visione globale della solidarietà umana (fondata su Dio come creatore); la distinzione tra le istituzioni dell’autorità e del potere (che si evince già dalle parole di Gesù su Dio e Cesare); il diritto di stipulare contratti; le coorti di giustizia per sedare le dispute; nonché istituzioni caritatevoli stabili e internazionali. Con il passare del tempo, l’Occidente ha cominciato a disinteressarsi del genio che ha consentito a una civiltà di diventare così ricca e libera. La sua tempra morale ha iniziato a lacerarsi, così come la sua legittimazione morale. Lo si evince anche dal dibattito in corso se la Costituzione europea debba o meno ignorare l’esistenza del contributo cristiano alla formazione dell’Europa. Allontanandosi dalle proprie radici, l’Occidente è diventato più statalista e meno morale. Lo Stato di diritto è stato gradualmente eroso a favore dello «Stato della legge»; è divenuto sempre più nazionalista e protezionista e ha operato per trasferire la responsabilità della solidarietà dalla società civile allo Stato, violando il principio di sussidiarietà. Nell’Islam, abbiamo osservato - facendone l’esperienza - due tendenze opposte, una che finisce per identificarsi con la globalizzazione del commercio e lo sviluppo del consenso democratico, e un’altra che cerca di risuscitare il richiamo allo spirito guerriero. Data la vastità con la quale è diffusa la cultura occidentale, parrebbe che l’espressioni moderate siano in grado di intraprendere un simile dialogo sulla libertà. Tuttavia, a differenza del cristianesimo, nella religione islamica sembrerebbe che non ci sia spazio per la distinzione tra potere e autorità (Dio e Cesare) e che debbano ancora nascere i loro Sant’Agostino e San Tommaso per conciliare fede e libertà. Mi sembra che le fondamenta più tradizionali della civiltà occidentale e gli elementi più «liberali» (in termini islamici, forse «eretici») dell’Islam, siano radicate in un possibile dialogo e nella concreta condotta. Le fazioni in guerra rappresentano gli elementi più retrivi della tradizione occidentale, sono elementi orientati verso lo strapotere dello Stato, violenti e libertini (avendo dimenticato le proprie radici) oppure meramente fondamentaliste nel caso dell’Islam.
Durante le epoche di crisi, gli intellettuali tendono a tornare alle proprie origini, e in questa direzione non sono mancati i commenti sugli effetti di un conflitto tra cristianesimo e Islam. Ciò che è mancato in questa riflessione è il prendere coscienza del fatto che il sorgere dell’idea liberale nel tardo Medioevo ha rappresentato una «gloriosa rivoluzione» nell’ambito della filosofia politica, e che tale rivoluzione è maturata all’interno della cristianità, consentendoci di operare per un mondo di pace globale e di prosperità. Il liberalismo (rettamente inteso) ha dimostrato che le due verità gemelle: solidarietà e sussidiarietà, possono prevalere anche in un ambito di dissenso teologico. Tuttavia, affinché ciò si realizzi, gli estremisti di tutte le fazioni dovranno riconoscere che la pace e la prosperità necessitano la tolleranza nei confronti delle differenze e delle divergenti opinioni sulle dottrine, nonché l’universale abbraccio della verità riguardante i diritti e la dignità della persona umana. Potranno l’Islam e l’Occidente comprendersi reciprocamente? Forse sì; forse no. Ciò che è necessario, a ogni modo, non è una muta comprensione fondata su basi teologiche, quanto il comune riconoscimento dei meriti sociali della nozione liberale. Rappresenta un dato di fatto della modernità che una popolazione crescente necessiti dell’economia di mercato, che una civiltà prospera e avanzata non possa fare a meno della libertà e di un aggancio culturale con il resto del mondo, che per sedare le dispute in modo pacifico siano necessarie delle coorti di giustizia che giudichino sulla base di principi legali durevoli, rispettosi della dignità della persona umana e dell’integrità del diritto alla proprietà privata. Tutte queste sono intuizioni che appartengono alla tradizione liberale. Tanto la cristianità quanto l’Islam farebbero bene a riflettere su di esse e a farle proprie, dapprima per il bene della propria civiltà e, in seguito, per l’intera famiglia umana.
(Traduzione dall’inglese di Flavio Felice)