L’ultima volta che incontrai Hermann Abs, uno dei più potenti banchieri del Vecchio continente degli anni Trenta sino alla vigilia dell’euro, fu nella tarda estate del 1993 nella sua dimora alla periferia di Francoforte dove, in un immenso giardino, si dilettava con cespugli di rose. Ultranovantenne, ancora ricopriva la carica di consigliere-presidente onorario della Deutsche Bank: vi era entrato nel 1935 dopo un lungo soggiorno in Usa, sino a divenire secondo gli accusatori del Tribunale di Norimberga, «il banchiere di Hitler». Condannato, venne fatto uscire dal carcere da Konrad Adenauer, in tempo per guidare da dietro le quinte la delegazione tedesca nelle difficili trattative con gli americani sul Piano Marshall e il nuovo marco. Presto riconquistando poltrona e potere. Ormai in fase esecutiva i Trattati di Maastricht, con obiettivo la moneta unica, il tema del colloquio era quasi obbligato: «noi e il dollaro». Avendolo concordato, con meticolosa gentilezza teutonica, s’era procurato un volume dello stravagante poeta-filosofo statunitense Washington Irving, che a metà Ottocento, in Creole village, scriveva: «Il dollaro onnipotente, questo grande oggetto della futura devozione universale...». Poi mettendomi sotto gli occhi un biglietto verde da cento. Non il frontespizio col volto severo di Benjamin Franklin, il puritano della Pennsylvania che nel 1729 sfidando gli inglesi stampò i primi paper money denominati dollari, ma il verso In God We Trust. Subito aggiungendo: «È immaginabile per la futura moneta europea un richiamo a Dio?». La risposta all’interrogativo è nei fatti. Qualunque riferimento al divino è assente nell‘euro, e in aggiunta è aspra la polemica sull’inserimento nella Costituzione europea in gestazione di un richiamo alle «radici religiose», in particolare a quelle cristiane. Ed è questa, partendo dalle suggestioni di Hermann Abs (un uomo che affermava di «sentirsi cristiano [cattolico] prima che banchiere»), una delle ragioni di fondo dell’attuale incomprensione, sul punto di trasformarsi in ostilità dichiarata, fra Europa e America. Una divergenza di natura teologica, che peraltro Tocqueville nel suo Democrazia in America (1840), aveva ben individuato, segnalando le contraddizioni del matrimonio fra Fede e Libertà. Altrimenti detto: una «laicità sacralizzata» che appoggiandosi alla Bibbia, ha un rapporto diretto con Dio senza necessità di mediazione papale o regale; e che rifacendosi allo Spirito dei Padri Fondatori, si ritiene portatrice di una missione di libertà nei confronti di ogni dispotismo, incarnazione del demonio. Ma come ha rilevato su Le Figaro (10 aprile 2003) il professore Jean-François Colosimo, eminente teologo francese, «a noi europei, protesi al superamento di passate ordalie, ripugna l’evidenza che gli Stati Uniti facciano sinceramente la guerra in nome di Dio». Quanto alla figura di George W. Bush, alla maggioranza degli osservatori del Vecchio continente appare detestabile: un mix di fanatismo, conservatorismo, arroganza dai risvolti messianici e ambizioni imperiali. D’altronde, è un protestante metodista per il quale (cfr., Bill Keller, International Herald Tribune, 19 maggio 2003) «i riferimenti religiosi sono più importanti della ragione». Infatti crede nel Demonio, nell’«asse del male»! Se così è, quale errore di valutazione (il «giudizio» è altra cosa), da parte europea! Non a caso è l’illuminismo francese, oggi impersonato da Jacques Chirac, a capeggiare la contestazione all’America. Un’allergia già presente nel pur cattolicissimo Charles De Gaulle, nonché nella variegata galassia delle sinistre continentali. Quanto s’è sin qui detto, può apparire in buona misura estraneo, quantomeno marginal-secondario, rispetto all’argomento che ha da essere centrale in questa riflessione: l’economia Usa, il perché della sua forza e del suo (apparente) cinismo confrontati ai problemi immensi del pianeta, povertà e disuguaglianze. Al contrario, la premessa era indispensabile, a comprensione dell’essenziale. Basti ricordare il God Bless America. Un’immensa letteratura, da Max Weber in poi, ha storicizzato l’immagine del «protestantesimo anima e motore del capitalismo». Il che è vero solo in parte. Infatti, pur essendo Weber un sociologo tedesco, non aveva colto i primi segni del mutamento intervenuto con Bismarck, nella cultura economica germanica. Il peso di quell’abbozzo di legislazione sociale con la generalizzazione delle pensioni e della pubblica assistenza; quindi una crescente presenza dello Stato nei gangli economici. Un processo che avrà una incontrollata accelerazione con la prima e la seconda guerra mondiale, le dittature nazionalistiche. Fatto è che in Europa, lo «spirito protestante» basato sull’individualismo cede il passo a un’etica diversa, più solidale. Sotto la spinta del socialismo, del rivendicazionismo a favore dei ceti più deboli; e dei cattolici che con l’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII coniano un nuovissimo concetto: il «Bene comune», ovvero l’economia al servizio dell’uomo. In pratica, sin dall’inizio del Novecento, sul Vecchio continente, i principi dell’economia liberal-liberista entrano in crisi, talora demonizzati dai cattolici, dai socialisti, dai nazionalisti. Laddove esisteva, lo «Spirito protestante» si adegua. Forse non poteva essere diversamente, di fronte alla pressione demografica. È epoca di migrazioni di massa, verso «le» Americhe: il subcontinente meridionale privilegiato dall’Europa latina; quello settentrionale, soprattutto gli Usa, dalla gente del Nord: irlandesi a parte, protestanti che rapidamente s’impongono nella società americana nel riconoscimento dei principi e delle aspirazioni dei Padri Pellegrini del Mayflower, la mitica nave che (1620) trasportò in Nordamerica un gruppo di puritani inglesi, sbarcando nell’attuale Massachusetts. Ricchissimo in risorse naturali (molti immigrati lo identificano con l’Eden biblico), il continente americano non conta più di 10-12 milioni di abitanti, all’interno «indiani». Toglierli di mezzo per costruire una nuova Terra: con la forza (militare) e l’intraprendenza (individuale). Con la benedizione divina e senza intermediari! Non servono «legislazioni sociali», poiché vi è lavoro per tutti: concetto tuttora dominante e largamente condiviso, oltre Atlantico. Ciascuno può arricchirsi, se ne è capace o restare povero. Segni opposti della volontà divina.
Rifiutando dl prenderne atto, sempre sfuggirà agli osservatori europei la complessa realtà americana. Incomprensione bilanciata, se vogliamo, dai nostri, con contrapposti sentimenti, che faticano a trovare una risposta a interrogativi del tipo: perché in Usa non ha mai messo radici il comunismo? Perché i progressisti si presentano con l’etichetta di liberal? In Usa, da sempre, domina la logica del laissez-faire, nel convincimento smithiano che la somma degli interessi individuali massimizza quello della collettività. Un assioma che nemmeno le ripetute crisi industriali e finanziarie ha demolito. Semmai appena scalfito, negli anni Trenta: da lì quella lettura, a uso e consumo europeo, dal New Deal rooseveltiano: lo Stato in supplenza del privato. Verità è che Franklin Delano Roosevelt, presidente dal 1932 al 1945, non fece che imitare quei predecessori che avevano assicurato finanziamenti pubblici ai privati impegnati sin dall’Ottocento, prima e dopo la guerra civile, nella costruzione di ferrovie, strade, dighe, industrie. Con però una preoccupazione costante: il mantenimento della concorrenza, contrastando le tentazioni monopolistiche. Quanti hanno una minima conoscenza della storia americana, ben sanno delle vicende dei Rockefeller, il cui numero uno si vantava di essere uscito, pur essendo di sangue tedesco, dalla stiva del Mayflower. Il successore, a fine Ottocento, The Big John, controllava l’intero settore energetico, con la Standard Oil. I giornali (assolutamente liberi: altra prerogativa americana) la ribattezzarono Standar gang per avere infranto le regole della concorrenza. Washington in poche settimane approvò lo Sherman Act (dal nome di un deputato discendente diretto di Sherman William Tecumseh, eroe della guerra di secessione che da comandante supremo era stato il primo a lamentarsi della cupidigia dei Rockefeller, usi a far la cresta sulle forniture all’esercito, il petrolio per le lanterne…), passando il dossier ai tribunali. Me lo offrì, quel dettaglio, apparentemente anedottico, proprio Hermann Abs. Forse avendo visto altri Sherman, intesi come carri armati, avere un ruolo decisivo nella primavera del ’45, con l’attacco finale alla Germania hitleriana. «Hanno una caratteristica, gli americani: non dimenticano», disse. «Al processo di Norimberga, avevo convinto tutti, persino gli inglesi, della mia buona fede, gli americani no. Non mi ha mai stupito, chi sbaglia deve pagare. Per loro, sta scritto nel Libro…». Infatti Rockefeller venne condannato per violazione della concorrenza, costretto a fare a pezzi la Standard Oil, cosicché la dinastia, pur restando ricchissima, ricevette un durissimo colpo. Inutili risultando i tentativi di giustificarsi con le danarose donazioni a fondazioni e chiese. I giudici non ne tennero conto: aveva violato «l’etica civile», reato che non contempla attenuanti. A proposito di reati finanziari, mentre scrivo questa nota apprendo che Samuel Waksal, ex amministratore delegato della Imclone, è stato condannato a sette anni di carcere da scontare (tutti) nel carcere di Walton Beach, in Florida. In aggiunta, una penale da 4,26 milioni di dollari. Commento del New York Times: «È il primo dei grandi manager della Corporate America a pagare per l’ondata di scandali del 2002. In contemporanea, su Il Giornale (corrispondenza da Siena di Stefano Tesi, 19 giugno), si legge che l’assemblea del Monte Paschi «ha deliberato a stragrande maggioranza la reintegrazione nel Consiglio d’amministrazione della banca di Emilio Gnutti (sin troppo “brillante” raider emergente) dopo la sospensione seguita alla condanna in primo grado, l’8 maggio scorso, per insider trading». Il finanziere è anche oggetto di una successiva indagine della Procura di Milano per una sospetta compravendita di obbligazioni Unipol. Al di là di valutazioni giuridiche o etiche, emerge la radicale difformità nei comportamenti degli organismi di controllo in Italia (al più al meno nell’intera Europa continentale), rispetto agli Usa. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, da sempre, gli speculatori cercano d’influenzare, piegare il mercato ai loro interessi. Ma come sostiene Richard Grasso, il chairman del New York Stock Exchange, «qui alle denunce seguono riforme…». Che non possono certo estirpare la piaga, ma puniscono chi è trovato con le mani nel sacco. Se la legislazione antitrust data, come abbiamo visto, da inizio Ventesimo secolo, dopo la Grande crisi si ebbero le leggi punitive dell’insider trading, la creazione della Sec. Cose da noi arrivate con mezzo secolo di ritardo, con in aggiunta la possibilità, per chi sbaglia, di pentirsi, patteggiare, profittando delle lungaggini della magistratura. In Italia in particolare, è una compiacenza sconfinante nell’ipocrisia a dominare. A ogni piè sospinto siamo inondati da dotti principi sull’etica finanziaria, da autorevolissimi sermoni che denunciano le pratiche del «facile arricchimento», infarciti di moralismo in base al quale la Borsa finisce con l’essere una casa da gioco dove, al massimo, è concesso di portare i risparmi a patto di affidarsi agli «addetti ai lavori», cioè alle banche che tutto controllano: dai fondi d’investimento alla stessa Borsa italiana spa, alle società quotate in cui sono regolarmente presenti con rilevanti partecipazioni. Magari attraverso le fondazioni bancarie, alle quali con estrema fatica il ministro Giulio Tremonti cerca d’imporre regole, sottraendole all’influenza dei vecchi partiti che lì resistono, irriducibili.
Personalmente convinto dell’impossibilità di giungere alla «democrazia finanziaria», ritengo che se vi è un modello che a quest’utopia s’avvicina, è quello americano. Da decenni, in assenza di una gestione collettiva e statalista della previdenza, sono fioriti i fondi pensione. Privati, aziendali. Questi fondi, che anche in Italia si mitizzano, senza riuscire a farli decollare, sono i veri «padroni» della maggioranza delle aziende. Misurano i manager in base ai risultati e, dopo lo sboom, non hanno esitato a mettere sotto accusa, spesso licenziando, i manager. Facendo i conti in tasca su stipendi e liquidazioni, ricorrendo ai tribunali. Scavando, come ho provato a fare nei miei «pellegrinaggi» in Usa, Wall Street & dintorni, ho scoperto la matrice protestante di tali atteggiamenti. Gli evangelici «talenti» che devono venir fatti fruttare, i pani e i pesci che Gesù moltiplicò per poterne dare a tutti, anziché spartirsi quel poco che c’era sulla tavola. Il riconoscimento dunque non della «liceità» del profitto, bensì della sua insostituibilità, quale metro di giudizio della validità di ogni impresa. «Democrazia finanziaria» o meno, in Usa vi sono 80 milioni di famiglie (praticamente tutte quelle al di sopra del livello di povertà), in rapporto con la Borsa. Al pari delle comunità religiose, assistenziali che investono, fanno del trading, nella speranza di guadagnare per alimentare le loro opere. Dagli asili alle scuole agli ospedali. Da noi trionfa la retorica del pauperismo; e fa scandalo scoprire che un premier quale Massimo D’Alema non disdicesse la Borsa; che vescovi, monsignori, parroci, facciano altrettanto.
Sia indulgente il lettore se richiamo in causa Hermann Abs. Avendolo conosciuto a metà degli anni Ottanta, quand’era stato chiamato dopo gli scandali dello Ior, la banca vaticana, a sorvegliare sull’operato di monsignor Paul Marcinkus, su quel dolente periodo s’è sovente tornati. Lui spigandomi che Sua Eccellenza, a ben vedere e pesare gli eventi, in sostanza s’era comportato, magari con faciloneria ma indubbia buona coscienza da «prelato americano»: inseguire il guadagno finanziario a sostenere «opere di bene». (Nella fattispecie, Solidarnosc tanto cara al Pontefice). Nutriva Abs una robusta simpatia umana per Marcinkus, arrivando a confidare: «Aspirava alla porpora cardinalizia, non avendo alcun personale interesse al danaro. Nel momento in cui si rese cosciente di avere perso, fu lui stesso a chiedere il trasferimento… La Curia, per complesse ragioni, la pensava diversamente, e ritardò. Oggi, monsignor Paul Marcinkus è un buon prete, in una sperduta parrocchia dell’Arizona. Posso aggiungere, per diretta conoscenza, di prelati statunitensi che dopo avere lasciato molte penne nel crack borsistico (oltre che sugli indennizzi a vittime della pedofilia), hanno chiuso o ridimensionato le loro attività caritative. Forse, condizionati dal «pensiero protestante», ammettendo di non essere stati all’altezza della sfida. Considerazioni che riconducono alla sostanza del «chi sbaglia paga». Portando sotto i riflettori le aziende. In Usa, non realizzando profitti, rapidamente si viene espulsi dal mercato, passando per il limbo dell’amministrazione controllata. Osserviamo ciò che è accaduto alle compagnie aeree, dalla Pan American alla Twa, alla Enron. In Europa, solo gli svizzeri hanno lasciato fallire la Swissair! In Italia, Alitalia oltre a «non poter» depositare i libri in tribunale, ha da subire i ricatti del personale. Sostenuto dal sindacato e con un governo intimorito. E la Fiat? Siamo con notevoli probabilità alla vigilia di un intervento statale, più o meno mascherato e sotto la bandiera dell’«interesse nazionale», a nascondere gli errori della famiglia Agnelli. Poche parole allora, a dispetto degli esegeti che le bolleranno di «superficialità», per la sola, inaccettabile ragione che vanno al cuore del problema: in Usa, l’economia s’identifica col mercato, che è efficienza, concorrenza, rifiuto di una «socialità» immeschinatasi ad assistenzialismo corporativo. Il capitalismo americano, sostenuto da correnti universitarie che non esitano a seppellire i tabù, è animato da una fede profonda nella sua mission. Per questo pur fra le crisi e assediato dalle contestazioni, vince. Con la forza dei numeri: il tasso di sviluppo, la bassa disoccupazione, l’ossessione per la ricerca e le nuove tecnologie, moderna versione della inesauribile marcia verso la «Nuova Frontiera». A questa visione quasi messianica, talvolta superba e tracotante, che sanno contrapporre gli europei oltre l’irosa irriconoscenza del beneficiato che sputa nel piatto del benefattore? Nulla; e gli economisti dovrebbero avere il coraggio di ammetterlo, anziché fare il verso agli anti-Bush, agli anti-Usa, ai pacifisti nostalgici di un socialcomunismo che ha fallito. Nonostante le più larghe quanto assurde indulgenze. L’unica strada per moltiplicare «pani e pesci», è il modello americano. Può non piacere, s’ha da ammetterlo, accettare il verdetto della storia. In politica, in economia, l’Europa ha perso. Se ne sono accorti Russia, Cina, Giappone. Noi rifiutiamo di portare i «libri» in tribunale: ecco la vera causa del declino del Vecchio continente. Hanno dunque fatto bene quei leader, da Aznar a Berlusconi ai polacchi, a scommettere sull’America. D’altronde, con in tasca un euro che sale e scende secondo gli umori di Alan Greenspan, siamo qui, giorno dopo giorno a frugare l’orizzonte per scrutare il cielo d’America.