Nessuna democrazia che si rispetti è mai interpretabile solamente come un insieme di norme di procedure di istituzioni. Naturalmente, questo insieme, codificato in una Costituzione, conta. È un patto fra cittadini e disegna i rapporti fra loro e le istituzioni. Più specificamente, definisce la democrazia formale. Tuttavia, da Karl Marx in poi, sappiamo che la democrazia formale, pur sempre essenziale e preliminare, fondamentale e fondante, acquista un senso se vuole e se riesce a conseguire fini di soddisfazione individuale e collettiva dei cittadini che sono definibili con il termine democrazia sostanziale. La sostanza di una democrazia non è, però, come vorrebbero i marxisti più materialisti dello stesso Marx, esclusivamente il benessere economico ovvero una società senza classi e nella quale l’amministrazione delle cose abbia sostituito il governo degli uomini. Anzi, nella teoria classica della democrazia il più importante degli obiettivi sostanziali è costituito dalla formazione di un cittadino che attraverso la partecipazione politica diventi una persona migliore. La democrazia ha, in sostanza, una componente etica che riguarda tutti, a cominciare dai politici, e che si affida, però, non all’imposizione dall’alto, ma alla competizione fra i cittadini, le loro aspettative, i loro valori, e alla piena consapevolezza dei cittadini che alla competizione si aggiunge la collaborazione e che lo Stato non è soltanto uno strumento, né di liberazione né di oppressione, ma è anche e soprattutto un luogo di incontro e di formulazione di valori condivisi. I cittadini danno vita a una repubblica e la repubblica acquista valore: è lo spazio istituzionale, politico, sociale nel quale quei cittadini desiderano perseguire i loro progetti di vita e riescono a farlo, comunque sapendo che è lo spazio migliore nel quale tentarlo. È questa una versione diffusa appunto del «repubblicanesimo» made in Usa che innerva una religione civica che richiede l’impegno dei cittadini per la protezione e per la promozione dei diritti, per l’affermazione della libertà, per l’estensione delle opportunità, per la sicurezza della Repubblica stessa.
È «repubblicanesimo» perché vede il bene comune come la conseguenza di comportamenti individuali e collettivi orientati a una vita migliore. È religione civile perché chiede ai cittadini un impegno, non totalizzante, ma costante, in nome di valori che, come la libertà, sono, in effetti, laicamente sacri. Non erano certamente tutti né uomini né cittadini «liberi ed eguali» coloro che, al momento della scrittura della Costituzione degli Stati Uniti popolavano il territorio delle tredici colonie. La Costituzione volle essere e fu, in un certo senso, l’impegno e il progetto a fare di tutti gli abitanti delle colonie cittadini e persone libere ed eguali. Un impegno che permane, ma che incontra ostacoli, passa attraverso deviazioni, si inabissa e riappare, viene variamente interpretato e re-interpretato, talvolta viene violato e poi viene faticosamente ristabilito. Misura, come ha scritto Samuel P. Huntington, la distanza che intercorre fra la «promessa» della politica americana e le sue realizzazioni. Quello che conta, però, è che, nel profondo, l’ideologia americana non può che vivere e riprodursi con riferimento a quell’impegno. Di conseguenza, è costretta a misurare continuamente quella distanza al fine di colmarla in termini di libertà, di eguaglianza, di democrazia. E scopre che, per quanto la società civile continui a essere vivace e vitale, ma di recente Robert Putnam ha rilevato che il «capitale sociale» degli Usa è stato seriamente eroso, la società politica continua a essere troppo poco «impegnata», troppo poco partecipante. Questa bassa partecipazione effettiva consente a minoranze ben finanziate e bene organizzate di conquistare il potere politico e quindi di aumentare le disuguaglianze e i distacchi. Nel corso del tempo, si sono naturalmente affermate diverse concezioni specifiche della religione civile americana e delle virtù repubblicane. Ciascuna di queste concezioni tenta di fare riferimento sia alle lontane fondamenta della stessa religione civile sia alle circostanze specifiche che sembrano renderne necessaria, auspicabile e possibile una revisione. La sicurezza nazionale si è fin dagli inizi affermata nella dottrina del presidente Monroe nel lontano 1823: «l’America» (tutta, compresa l’America latina) «agli americani», cioè al controllo degli Stati Uniti, senza nessuna interferenza a opera di altre potenze, in special modo quelle europee. Più tardi, anche per combattere e legittimare la prima guerra mondiale, si è affermata la nobile concezione etico-missionaria del presidente Woodrow Wilson: «Rendere il mondo sicuro per la democrazia». Dopo Wilson e i suoi insuccessi in materia, certo non soltanto per suo demerito, il comprensibile contraccolpo dell’isolazionismo statunitense è stato superato soltanto grazie a Franklin D. Roosevelt e alla sua strategia di intervento questa volta davvero impegnata a salvare la libertà e la democrazia su scala mondiale contro l’aggressione nazista. In seguito alla crescita del potere sovietico, il contraccolpo sarebbe venuto dopo, sotto la forma indimenticabile e ripugnante del maccartismo e della persecuzione delle opinioni «anti-americane». È di questo periodo il libro probabilmente più bello a difesa del liberalismo e del pluralismo, della privacy e della democrazia, delle virtù repubblicane e della religione civile: The Torment of Secrecy (1956), scritto dal sociologo Edward Shils, e centrato proprio sul problema di quanto una società libera debba tollerare di intrusione da parte dello Stato per difendersi dai suoi nemici esterni e interni senza sacrificare le sue fondamenta, senza intaccare le libertà, senza ridurre la sua democraticità, senza opprimere i suoi cittadini, senza rinunciare alla sua religione civile. L’11 settembre 2001 ha riportato tutti questi interrogativi relativi all’equilibrio fra sicurezza nazionale, libertà e diritti dei cittadini e non, e democraticità del sistema politico sulla scena americana. Le soluzioni approntate, alcune molto discutibili, non hanno ancora trovato un critico della statura intellettuale di Shils, ma, certamente, hanno sollevato dissenso in più di un ambiente intellettuale. In verità, quello che appare controverso sono proprio il significato e il contenuto complessivo attuale della religione civile americana.
Sono sempre esistite, come già accennato, diversità di interpretazioni della religione civile e zone oscure, a cominciare dal trattamento della minoranza di colore, quello che il celebre economista svedese Gunnar Myrdal, appositamente invitato a studiare il problema, definì in un libro giustamente famoso e classico: The American Dilemma (1944). Negli ultimi vent’anni del secolo che è finito, le accentuazioni diverse hanno prodotto straordinarie tensioni, di tipo multiculturale e persino «comunitario», nella religione civile americana fondamentalmente universalista e repubblicana . Da molti punti di vista, le posizioni della destra religiosa, degli evangelici e dei «cristiani rinati» (born again Christian), sfidano frontalmente il sacrosanto principio della laicità degli Stati Uniti d’America, tale proprio perché a nessuna delle molte minoranze religiose dovrebbe essere consentito di acquisire una posizione prevalente né, tanto meno, dominante. Filosoficamente, la religione civile è concepibile soltanto se, per quanto innervata da concezioni e principi religiosi, è chiaramente separata da qualsiasi e da tutte le confessioni e si rifiuta di farsi dettare comportamenti politici, sociali ed economici da qualsiasi ortodossia. Al tempo stesso, sulla scena internazionale, la religione civile, che è amor di patria, ma non di una patria «a prescindere» quanto della patria come luogo di libertà e di democrazia (ubi libertas ibi patria), non pretende di dettare ovvero, peggio, di imporre comportamenti «corretti». «Rendere il mondo sicuro per la democrazia» non significava affatto né per Wilson né per Roosevelt una politica armata di imposizione unilaterale di un improbabile regime democratico senza basi endogene. Significava, tutto al contrario, l’attuazione di una politica che prevedesse un ruolo importante, se non decisivo, delle organizzazioni internazionali dalla Società delle Nazioni alle Nazioni Unite, attraverso la collaborazione multilaterale e il riconoscimento delle diversità delle tradizioni, delle aspettative degli Stati e delle loro politiche. La concezione etico-missionaria si basa sulla convinzione della rilevanza dei propri valori di convivenza civile e di organizzazione politica e sul tentativo di creare per via pacifica graduale negoziata le condizioni per l’affermazione di potenzialità e di strutture democratiche.
Molto di questo sembra essere cambiato negli Usa dopo l’11 settembre, ma, evidentemente, molto era già cambiato anche prima e aveva creato le premesse per una specifica risposta, delle tante possibili, all’attacco armato alle Torri gemelle: la risposta armata preventiva unilaterale. Certamente, quando la sfida è alla sicurezza nazionale, nessuna religione civile può nutrire dubbi: i cittadini hanno il diritto di difendersi chiedendo protezione e intervento alle autorità politiche e quindi sostenendole nei loro sforzi anche bellici. Da questo punto di vista, dunque, la religione civile americana ha operato come doveva. Semmai, è stato lo sfruttamento senza scrupoli di questi sentimenti a opera dell’Amministrazione repubblicana e degli intellettuali neo-conservatori a tracimare in eccessi, nella reazione militare e nei controlli interni. Anzi, gli eccessi, a cominciare da una politica platealmente unilaterale ed esclusivamente militare, che ha stracciato la mediazione, certo difficile, delle Nazioni Unite, sono stati resi possibili, se non accettabili, proprio dagli eccessi dei controlli, anche sui mass media, e dal clima complessivo che si è venuto creando, non spontaneamente, ma «manovratamente», negli Stati Uniti d’America. Certamente, e a vario titolo più visibili, ma non necessariamente più credibili di Shils, altri intellettuali, come Noam Chomsky, Norman Mailer e Gore Vidal, hanno denunciato il pericolo di un restringimento, non solo e non tanto delle libertà civili, ma dello spazio pubblico di dibattito: il bene più caro a una religione civile che si fondi sul pluralismo, sul rispetto delle diversità, sulla diffusione della tolleranza, sulla separazione fra politica e religione e quindi su politiche che non debbono mai essere impostate definite trattate in maniera manichea (il manicheismo essendo, ovviamente, la premessa di un autoritarismo mondano) come uno scontro fra il bene e il male, fra la verità e la menzogna, fra «noi» e «loro». Quando una concezione, anche soltanto in senso lato, «religiosa», dell’esercizio del potere prende il sopravvento sulla politica e sulle sue regole, allora, come sappiamo perfettamente grazie a Machiavelli, è la religione civile a risultare la prima e la più importante vittima.
È probabile che nella società americana, dove il conflitto è aperto, esistano gli anticorpi indispensabili a impedire che la classica religione civile venga travolta da una concezione religiosa dogmatica. Mai come adesso, però, il prevalere di una concezione restrittiva e asfittica di sicurezza nazionale tutta affidata alle armi, tecnologicamente avanzate, intelligenti, selettive, tutta giocata sulla superiorità bellica, rischia di erodere quella religione civile americana che è giustamente stata oggetto di ammirazione e che ha fatto grande e invidiabile il sistema politico americano e ne ha consentito la crescita attraverso ondate di immigrazione e risposte di integrazione. Conquistata nel corso dei tempi, grazie all’iniziale e poderosa spinta dei federalisti, in particolare, di Hamilton, Madison e Franklin, poi di Jefferson, poi di alcuni grandi presidenti fra i quali soprattutto Abraham Lincoln e Franklin D. Roosevelt.; ripetutamente riaffermata, cresciuta, rafforzata fino al richiamo ispirato di John Kennedy «chiedetevi che cosa potere fare per l’America», la religione civile degli Stati Uniti è una, forse la più importante e più ammirevole, delle componenti della democrazia americana e della lealtà dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Nessuna religione civile è, però, al di sopra dei tempi e dei comportamenti. Deve essere nutrita, condivisa e riaffermata da ogni generazione. Grande, dunque, è la preoccupazione per quanto sta avvenendo negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001. L’amministrazione repubblicana non fa ostentatamente leva sulla religione civile, su costituzionalismo e democrazia. Al contrario, sfida la religione civile che è finora prevalsa richiedendo adesione cieca a un punto di vista e cercando di riplasmare l’indebolita religione civile esistente con il richiamo a una visione manichea del mondo bollando persino le opinioni dissenzienti degli stessi cittadini degli Stati Uniti. In questo modo, però, non si tutelano né la sicurezza nazionale né la convivenza civile all’interno degli Usa. L’imperativo di un recupero ovvero di una ridefinizione della religione civile americana è tornato, quasi come nella breve stagione del maccartismo, all’ordine del giorno.